IL COSMOPOLITICO
25 aprile 2026 | Storia · Filosofia · Geopolitica
Dal fascismo alla Repubblica: storia, filosofia e geopolitica del 25 aprile 1945
I. Piazzale Loreto, 29 aprile 1945
Milano, tarda mattina. Il cielo è grigio come ferro. Inpiazzale Loreto– lo stesso dove, nell’agosto del 1944,quindici partigianierano stati fucilati e lasciati marcire sul selciato come monito – cinque corpi pendono a testa in giù da una trave di un distributore di benzina. Tra loro c’èBenito Mussolini, fondatore delfascismo, Duce per ventun anni, ultimo capo dellaRepubblica Sociale Italiana. Era stato fucilato il giorno prima, il28 aprile, nei pressi diGiulino di Mezzegra, sul lago di Como, mentre cercava di varcare il confine svizzero nascosto tra i soldati tedeschi in ritirata.
La folla che si raccoglie non è composta di belve, come si è scritto troppe volte. È composta di persone che hanno perso figli, mariti, case, anni. Che hanno aspettato quella mattina per vent’anni. Il filosofoMarcello Venezianidirà, molto tempo dopo, che occorre leggere quella scena con gli occhi della tragedia greca, dove nessuno è puro e il destino schiaccia i giusti e i colpevoli con pari indifferenza. È una lettura legittima. Ma quella trave, quel corpo, quella piazza dicono anche qualcosa di più semplice:i regimi che fondano la propria autorità sulla forza finiscono per essere giudicati dalla forza. E quella mattina, il25 aprile 1945– l’insurrezione generale del Nord, ilComitato di Liberazione Nazionaleche ordina ai partigiani di scendere in campo aperto – aveva già scritto il finale.
Questo articolo parte da lì. Non per compiacenza retorica, ma perché la storia ha bisogno di un corpo, di un luogo, di una data. E quella data è ilpunto di non ritornodi una parabola che aveva cominciato a disegnarsi esattamente ventisei anni prima, nelmarzo del 1919, in una piazza di Milano.
II. Come nasce un regime. Italia 1919-1929
Il23 marzo 1919, inpiazza San Sepolcroa Milano, Benito Mussolini – ex socialista interventista, ex direttore dell’Avanti!, ex combattente – fonda iFasci italiani di combattimento. Sono poche centinaia di persone: ex arditi, nazionalisti, sindacalisti rivoluzionari, reduci inquieti. Non hanno un programma coerente; hanno un umore. E quell’umore ha un nome preciso:la vittoria mutilata.
L’Italia era uscita dallaGrande Guerracon600.000 morti, un debito pubblico insostenibile e la convinzione di essere stata tradita dagli alleati aVersailles. Fiume contesa, Dalmazia negata, la promessa di un «posto al sole» svanita nei corridoi diplomatici. A questo si aggiungeva il terrore della classe borghese e agraria di fronte all’ondata di scioperi delbiennio rosso (1919-1920): fabbriche occupate, latifondi minacciati, l’ombra di Pietrogrado che sembrava allungarsi sulle campagne padane. In questo humus di paure e risentimenti, lesquadre d’azione fascistetrovarono finanzieri entusiasti tra gli industriali del Nord e i grandi proprietari terrieri del Sud.
LaMarcia su Romadel27-28 ottobre 1922non fu una rivoluzione. Fu una messinscena ben coreografata che impressionò il reVittorio Emanuele IIIpiù della sua reale forza militare. I fascisti non presero Roma con le armi: ci arrivarono in treno, dopo che il sovrano aveva rifiutato di firmare lo stato d’assedio che avrebbe polverizzato la spedizione in poche ore. L’esercito era fedele, i telefoni funzionavano, i cannoni erano caricati.Vittorio Emanuele III cedette. E quella viltà aprì le porte del Quirinale a Mussolini, che il30 ottobre 1922ricevette l’incarico di formare il governo.
Ildelitto Matteotti– il deputato socialistaGiacomo Matteottifu rapito e assassinato il10 giugno 1924per aver denunciato i brogli elettorali – avrebbe potuto essere la fine di Mussolini. L’opposizione si ritirò sull’Aventinoin segno di protesta. Ma la monarchia non intervenne, l’esercito rimase a guardare e la grande borghesia calcolò che il caos valeva meno dell’ordine. Mussolini capì la lezione. Tra il1925 e il 1926, le cosiddetteleggi fascistissimesmantellarono ciò che restava dello Stato liberale: aboliti i partiti, soppressa la stampa libera, sciolti i sindacati, istituito ilTribunale Speciale per la difesa dello Stato. Con iPatti Lateranensidell’11 febbraio 1929, il regime ottenne anche la benedizione della Chiesa, guadagnandosi una legittimazione morale che valeva più di qualsiasi decreto.
Il consenso non fu soltanto paura. Fu anche reale. La bonifica dell’Agro Pontino, la costruzione dell’autostrada Milano-Laghi(1925, prima al mondo), la politica demografica, i grandi cantieri pubblici – tutto questo contribuì a costruire un’immagine del regime come forza di modernizzazione e ordine. Lo storico britannicoDenis Mack Smithha scritto che Mussolini era un maestro della propaganda ma un dilettante dell’amministrazione:il mito era più solido della realtà. Ma i miti governano le masse più efficacemente dei bilanci.
III. Il precipizio. Dalle leggi razziali alla Repubblica di Salò (1938-1945)
C’è un momento in cui il regime fascista perde qualcosa di irrecuperabile. È ilsettembre del 1938, quando vengono promulgate leleggi razziali. Fino ad allora Mussolini aveva tenuto una distanza formale dall’antisemitismo nazista – nel 1934 aveva definito la dottrina delle razze «una stupidaggine» – e numerosi ebrei italiani erano stati iscritti alPartito Nazionale Fascistafin dalla prima ora. Le leggi del 1938 arrivano dopo l’isolamento internazionale seguito allaguerra d’Etiopia (1935-36)e all’alleanza con Hitler formalizzata nelPatto d’Acciaiodel22 maggio 1939.Cinquantamila italiani ebreipersero in un colpo solo il diritto di insegnare, di studiare, di esercitare professioni liberali, di possedere imprese.
La guerra fu il banco di prova definitivo. L’entrata in guerra del10 giugno 1940fu il salto nel vuoto di un paese impreparato, con un esercito mal equipaggiato e un’industria di guerra inadeguata. Le campagne inGrecia (1940-41), inAfrica settentrionalee inRussiatra il 1941 e il 1943 si conclusero in disfatta. La perdita della Libia coloniale e losbarco alleato in Siciliadel9-10 luglio 1943resero evidente ciò che i circoli militari e monarchici avevano capito da tempo: la guerra era perduta, e con essa il regime.
Nella notte tra il24 e il 25 luglio 1943, ilGran Consiglio del Fascismoapprovò l’ordine del giorno Grandi, che toglieva a Mussolini il comando delle forze armate. Il mattino dopo il re lo fece arrestare. L’uomo che aveva guidato l’Italia per ventun anni fu portato via in un’ambulanza. La folla demolì le sue statue con un’energia che rivelava, insieme all’odio, la misura del terrore che quelle statue avevano incusso.
L’8 settembre 1943, il generalePietro Badoglioannunciò l’armistizio con gli Alleati mentre i tedeschi occupavano militarmente il centro-nord della penisola. Il re fuggì da Roma verso Brindisi in quella cheMassimo Cacciariavrebbe poi definito «la fuga vergognosa». Il12 settembre, un’operazione dei paracadutisti tedeschi liberò Mussolini, prigioniero sulGran Sasso. Hitler lo impose a capo dellaRepubblica Sociale Italiana, con sede aSalò, sul lago di Garda: un’entità fantoccio priva di sovranità reale, il cui potere dipendeva interamente dall’occupante nazista.
La RSI fu la fase più cupa del fascismo italiano. LeBrigate Neree i reparti della Guardia Nazionale Repubblicana si macchiarono di crimini sistematici contro la popolazione civile e i partigiani. Il23 marzo 1944, a Roma, iGruppi di Azione Patriotticacompirono l’attentato divia Rasellacontro una colonna delle SS: 33 soldati tedeschi morti. La rappresaglia fu immediata e sproporzionata: il24 marzo 1944, nelleFosse Ardeatine,335 civili e prigionieri politiciitaliani furono massacrati – dieci per ogni tedesco ucciso, più cinque per errore. Tra di loro uomini di ogni età e ceto: ebrei, partigiani, semplici cittadini arrestati per caso.
IV. La Resistenza. Non una guerra civile, ma un progetto di paese
La storiografia ha discusso a lungo se quella tra il 1943 e il 1945 fosse unaguerra civileo unaguerra di liberazione. La risposta onesta è: entrambe le cose, e nessuna delle due del tutto. Fu sicuramente uno scontro armato tra italiani su fronti opposti. Ma ridurla a guerra civile rischia di cancellare ladissimmetria fondamentale: da un lato c’era un regime che aveva tolto la libertà ai propri cittadini, alleato con un potere straniero occupante; dall’altro, forze politiche e militari che combattevano per restituire al paese la sovranità e la dignità perduta.
Ilmovimento partigianofu plurale, litigioso, eroico e contraddittorio come la vita. Sotto il cappello delComitato di Liberazione Nazionale– costituito clandestinamente a Roma il9 settembre 1943– si raccoglievano brigate di matrice comunista (Garibaldi, guidate daLuigi Longo), azioniste (Giustizia e Libertà, legate al Partito d’Azione diFerruccio Parri), socialiste, cattoliche (le formazioni bianche, in cui militò il giovaneEnrico Mattei) e liberali. Combatterono nelle Alpi e negli Appennini, nelle campagne piemontesi e nelle città lombarde, in Toscana e nelle Marche. LeQuattro Giornate di Napoli(27-30 settembre 1943) anticiparono tutti: i napoletani si liberarono da soli, prima ancora dell’arrivo degli Alleati, in uno scontro urbano dove combatterono scugnizzi di dodici anni e vecchi di settanta.
Ed è qui che occorre fare quello che la storia ufficiale ha fatto troppo tardi e troppo a malincuore:nominare le donne.Carla Capponiaveva ventitré anni quando, insieme a Rosario Bentivegna, organizzò l’attentato di via Rasella. Era una staffetta delGap romano, capace di trasportare esplosivi nascosti sotto il cappotto, di sparire tra la folla, di vivere nella clandestinità mesi interi con documenti falsi. Ricevette lamedaglia d’oro al valor militare.Nilde Iotti, emiliana, staffetta partigiana, avrebbe poi presieduto la Camera dei Deputati dal1979 al 1992: prima donna nella storia repubblicana a farlo.Teresa Mattei, nome di battaglia «Chicchi», fu la più giovane componente dell’Assemblea Costituente: è a lei che si attribuisce l’idea di scegliere lamimosacome simbolo della festa della donna, un fiore selvatico che sboccia nei boschi dove i partigiani si nascondevano.Tina Anselmiaveva diciassette anni quando divenne staffetta nella Marca trevigiana, dopo aver assistito all’impiccagione di trentuno partigiani ordinata dalle SS. Sarebbe diventata laprima donna ministrodella Repubblica italiana, nel 1976.
Queste non sono figure accessorie della Resistenza.Sono la Resistenza stessa– o almeno la metà di essa che la celebrazione ufficiale ha impiegato decenni a riconoscere. Il ruolo degliAlleatifu decisivo, e sarebbe disonesto minimizzarlo. Lo sbarco in Sicilia del luglio 1943, laliberazione di Romail4 giugno 1944, le battaglie lungo laLinea Goticanel 1944-45: senza l’esercito americano, britannico, canadese, polacco e delle altre nazioni della coalizione, la liberazione dell’Italia settentrionale sarebbe rimasta un sogno.Novantamila soldati americanimorirono su suolo italiano e riposano nei cimiteri militari della penisola.
V. Coloro che non piegarono il capo. L’antifascismo intellettuale
Mentre il regime costruiva i suoi miti, una minoranza tenace di intellettuali, politici e filosofi scelse il silenzio rifiutato, l’esilio, il carcere. Non erano eroi nel senso epico del termine: erano uomini e donne che avevano scelto dinon mentire, e quella scelta costava.
Benedetto Crocefu il caso più emblematico. Filosofo di fama internazionale, liberale convinto, senatore del regno, rifiutò di prestare giuramento al regime e rimase in Italia – a Napoli, nella sua villa di Trinità Maggiore – in una condizione di semi-isolamento vigilato. Il fascismo lo lasciò in pace perché la sua persecuzione avrebbe avuto un costo diplomatico troppo alto; lui ne approfittò per continuare a scrivere, a pensare, aresistere con le idee. Quando il28 gennaio 1944, pochi mesi dopo la liberazione di Napoli, i più importanti esponenti dell’antifascismo italiano si riunirono aBariper ilCongresso dei partiti antifascisti– con i nazisti che occupavano ancora tre quarti del paese – Croce era tra loro. Massimo Cacciari, nel suo discorso di Vicenza del 2010, descrisse quel convegno come «il germe più fecondo della democrazia italiana»: quelle persone «non avevano piegato il capo durante la dittatura» e ora discutevano,con tre quarti del paese occupato, della costruzione morale e materiale dell’Italia futura.
Carlo Sforza, già ministro degli Esteri e ambasciatore del periodo liberale, aveva scelto l’esilio volontario nel1927anziché piegarsi al regime. Visse in Belgio, in Francia, negli Stati Uniti. Rifiutò ogni compromesso. Tornò in Italia nel 1943 e divenne una delle figure chiave della transizione democratica, poiministro degli Esteri della Repubblica.Adolfo Omodeo, storico del Risorgimento e della coscienza cristiana moderna, fu rettore dell’Università di Napoli dopo la liberazione. Per lui la libertà non era un dato acquisito mauna conquista che richiedeva educazione storicae consapevolezza delle proprie radici.
Tommaso Fiore, intellettuale pugliese, incarnava la dimensione meridionale dell’antifascismo: laresistenza culturale come atto politico, il rifiuto del provincialismo fascista. Accanto a lui occorre ricordarePiero Gobetti, morto a Parigi il16 febbraio 1926a soli venticinque anni per le conseguenze delle percosse fasciste, teorico di un liberalismo rivoluzionario che aveva intuito nel fascismo non un incidente ma unsintomo della debolezza italiana. E poiCarlo Rosselli, fondatore del movimentoGiustizia e Libertàdall’esilio parigino, assassinato il9 giugno 1937a Bagnoles-de-l’Orne da sicari della Cagoule su commissione del regime. EAntonio Gramsci, segretario del Partito Comunista, arrestato nel 1926 e rinchiuso nelle carceri fasciste fino alla morte nel1937, dove scrisse iQuaderni del carcere: uno dei monumenti del pensiero politico del Novecento.
Uomini e donne che avevano capito, ben prima della sconfitta militare, cheil fascismo non era soltanto un regime: era una cultura, un modo di stare al mondo, una pedagogia dell’obbedienza. E che l’antidoto non stava nelle bombe soltanto – anche se le bombe furono necessarie – ma nella costruzione diun’etica pubblica alternativa.
VI. Due sguardi sul ventennio. Veneziani e Cacciari: una disputa necessaria
Ottant’anni dopo, il fascismo continua a dividere. Non perché ci siano fascisti al potere, ma perchéil modo in cui una nazione fa i conti con il proprio passato dice molto sul modo in cui intende il proprio presente. Due voci italiane incarnano due posture radicalmente diverse di fronte a quella storia:Marcello VenezianieMassimo Cacciari.
Veneziani è un conservatore di lungo corso, pensatore della destra tradizionalista, lettore attento diAugusto Del Noce. La sua tesi è, per certi aspetti, storiograficamente fondata:il fascismo non fu «male assoluto». Fu un regime autoritario che generò consenso reale, promosse riforme sociali, modernizzò l’Italia rurale, e che va tenuto distinto – concettualmente e storicamente – dalnazismo tedesco.Hannah Arendtstessa, nel suo studio sul totalitarismo, distinse il fascismo italiano dai sistemi totalitari compiuti: il fascismo italiano non ebbe il gulag, non ebbe la Shoah come progetto di Stato, mantenne patti con la monarchia, la Chiesa, la magistratura. Veneziani cita con approvazioneRenzo De Felice, che dedicò la vita a distinguere tra il mito del consenso e la sua realtà sociologica, e accusa l’antifascismo militante di essere diventatouno strumento identitario della sinistra, un’ossessione che alimenta una contrapposizione sterile invece di favorire la ricerca storica.
Il problema sorge quando la lettura «tragica» del fascismo finisce per scolorire la responsabilità politica specifica.Le leggi razziali non furono una tragedia greca: furono una scelta. La complicità con il nazismo occupante nella caccia agli ebrei italiani dopo l’8 settembre 1943 non fu una fatalità: fu una politica. E l’argomento «anche il comunismo ha fatto vittime» per relativizzare il giudizio sul fascismo è un trucco retorico che la storiografia seria ha imparato a smontare.La comparazione tra regimi criminali non produce assoluzione reciproca.
Massimo Cacciari, filosofo veneziano, formato alla tradizione del pensiero negativo europeo – da Nietzsche a Wittgenstein a Benjamin – parte da un’assunzione opposta. Nel discorso tenuto aVicenza il 25 aprile 2010per il 65° anniversario della Liberazione, Cacciari insiste su un punto insieme storico e filosofico:la Resistenza non fu un fatto d’arme. Fu un confronto politico e culturale. «Si sparò, certo – dice Cacciari – ma durante la Resistenza si discusse anche, si elaborarono progetti, si confrontarono visioni del futuro.» E il risultato di quel confronto fu laCostituzione repubblicana del 1948.
Per Cacciari, il25 aprilenon è la commemorazione di una vittoria militare: è ildies natalis di un progetto costituente. L’articolo 3 della Costituzione– «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana» – non è una norma programmatica qualsiasi. È il cuore di una filosofia politica:la libertà non è formale, occorre creare le condizioni reali perché sia praticabile da tutti. Una posizione che risuona con il pensiero diPiero Calamandrei, che nel 1955 scrisse: «La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sola. Bisogna tenerla in ordine ogni giorno e guidarla.»
Veneziani e Cacciari non si parlano, o si parlano attraverso la distanza. Ma la loro disputa è utile proprio perché costringe a precisare:il 25 aprile non è una data che appartiene alla sinistra. È una data che appartiene alla storia italiana, con tutte le sue contraddizioni. Riconoscere le complessità del ventennio non significa assolvere il regime. Ricordare la Resistenza non significa fingere che i partigiani fossero tutti santi. Significa capireda dove viene la Repubblica in cui viviamo.
VII. Libertà come compito. Arendt, Bobbio, Berlin
Al di là del dibattito tra italiani, il 25 aprile ha una dimensione filosofica che trascende la storia nazionale.La libertà che la Resistenza cercò di restituire a un paese non è un oggetto che si possiede. È una pratica che richiede, in ogni generazione, una scelta.
Hannah Arendt, che aveva studiato il totalitarismo da vicino come ebrea tedesca in esilio, scrisse inVita Activa (1958)che la libertà non è uno stato interiore ma un’azione pubblica:esiste solo nello spazio politico condiviso, nella capacità di agire insieme agli altri per costruire un mondo comune. Il contrario della libertà, per Arendt, non è soltanto la tirannide: è lapassività, il ritiro dalla sfera pubblica, l’individualismo che lascia ad altri le decisioni collettive. In questa accezione, ogni generazione che si astiene dalla politica tradisce in qualche misura l’eredità della Resistenza.
Isaiah Berlin, filosofo liberale di origine estone, distinse tralibertà negativa– la libertà da interferenze esterne, la sfera privata protetta dallo Stato – elibertà positiva: la capacità reale di autodeterminarsi, di partecipare alle decisioni che riguardano la propria vita. LaCostituzione italiana del 1948incarna entrambe le dimensioni: tutela la libertà individuale e prescrive allo Stato di rimuovere gli ostacoli che la rendono impossibile in concreto.È una Costituzione che non si accontenta di non fare il male: chiede che si faccia il bene.
Norberto Bobbio, torinese, liberale e laico, ha scritto chel’antifascismo non fu soltanto un programma politico ma un’etica: la scelta di stare dalla parte di chi veniva oppresso, di non chiudere gli occhi, di non accettare il compromesso al ribasso. «La differenza tra fascismo e antifascismo non è semplicemente una differenza di opinione politica: èuna differenza di visione morale del mondo.» Non si trattava, e non si tratta, di una questione di appartenenza partitica. Si tratta di scegliere sela dignità umana è un valore assoluto o una variabile dipendente dal potere.
VIII. Cosa deve significare il 25 aprile per i giovani oggi
I ragazzi che oggi hanno vent’anni sono natisessant’anni dopo la Liberazione. La guerra è per loro una cosa che si studia a scuola, o che si guarda nelle serie televisive. Il fascismo è un’immagine in bianco e nero, Mussolini è un nome su un manuale di storia. Non è una colpa: è il risultato positivo del tempo che passa e del progresso che avanza.
Ma c’è un rischio specifico dell’oblio: non quello di ricominciare daccapo – la storia raramente si ripete nello stesso modo – ma quello diperdere gli anticorpi.L’autoritarismo del XXI secolo non indossa la camicia nera.Usa i social media, si maschera da populismo, invoca il popolo contro le élite, manipola le elezioni senza abolirle, restringe la libertà di stampa per gradi anziché con un decreto. Se i giovani di oggi non sanno come nacque il fascismo – non dai cartoni animati dei cattivi, ma dallapaura, dallafrustrazione, dalconsenso di massa– non sapranno riconoscerne le forme nuove.
Il 25 aprile non chiede ai giovani di commemorare. Chiede loro di capire.Di leggere la Costituzione non come un documento antiquato ma come ilcontratto più avanzatoche gli italiani abbiano mai stipulato con se stessi. Di sapere che quella Carta fu scritta da uomini e donne che avevano attraversato il campo di concentramento, l’esilio, il carcere – e che nonostante tutto avevano scelto di non vendicarsi ma di costruire. Di capire chela democrazia non è un dato di fatto: è un processo che richiede manutenzione quotidiana, partecipazione, dissenso civile, difesa delle istituzioni anche quando si è in minoranza.
«Resistenza – disse Cacciari nel 2010 – significa lottare sempre per l’attuazione della nostra Costituzione.» Non è un appello retorico.È un programma minimo di cittadinanza.
IX. La posta geopolitica. Cosa significava liberare l’Italia nel 1945
Per comprendere il 25 aprile nella sua pienezza, occorre uscire dalla storia nazionale e guardare allascacchiera globale del 1945. La liberazione dell’Italia non fu soltanto la sconfitta di un regime:fu una mossa di apertura nel grande gioco della Guerra Freddache stava già prendendo forma mentre i carri armati americani avanzavano verso il Po.
LaConferenza di Yalta, svoltasi tra il4 e l’11 febbraio 1945, aveva già ridisegnato l’Europa insfere d’influenza. Roosevelt, Churchill e Stalin si erano divisi il continente con una lucidità che la diplomazia ufficiale avrebbe impiegato decenni ad ammettere. L’Italia era stata assegnata allasfera occidentale– per la sua posizione mediterranea strategica e per i rapporti già avviati tra gli Alleati e il governo Badoglio dal settembre 1943. Ma quella assegnazione non era automaticamente stabile.
IlPartito Comunista Italiano, guidato daPalmiro Togliattirientrato dall’esilio sovietico nelmarzo del 1944, era ilpiù grande partito comunista dell’Europa occidentale. Aveva svolto un ruolo centrale nella Resistenza, e la sua base di massa nelle fabbriche del Nord e nelle campagne dell’Emilia-Romagna era una realtà politica di primo piano.Washington osservava con nervosismo crescente. Il timore non era irrazionale: laGreciaera già in guerra civile, laCecoslovacchiasi sarebbe allineata a Mosca nel 1948. Se l’Italia fosse scivolata verso l’orbita sovietica,l’equilibrio del Mediterraneo sarebbe saltato.
La risposta americana fu ilPiano Marshall, annunciato nelgiugno del 1947e operativo dal 1948:1,5 miliardi di dollariall’Italia in aiuti economici. Era uno strumento di ricostruzione materiale, certo. Ma era anche, e forse soprattutto,uno strumento di stabilizzazione politica: la prosperità doveva togliere ossigeno alla sinistra radicale. Leelezioni del 18 aprile 1948– le prime della Repubblica – si svolsero in un clima di vera emergenza geopolitica: la CIA finanziò i partiti moderati, la Chiesa mobilitò le parrocchie, i sindacati americani finanziarono quelli italiani. LaDemocrazia CristianadiAlcide De Gasperivinse con il48% dei voti.
Tutto questo non sminuisce la Resistenza. Significa piuttosto che la Resistenza operò in un contesto che già la trascendeva.Gli Alleati non liberarono l’Italia per altruismo ideologico: lo fecero perché la penisola era unnodo strategico essenzialeper il controllo del Mediterraneo e per la costruzione dell’ordine postbellico occidentale. Il fatto che questo interesse convergesse con la liberazione dal nazifascismo è una fortunata coincidenza della storia –non una legge morale universale.
Lo sguardo degli storici internazionali è, da questo punto di vista, illuminante.Denis Mack Smithscrisse che Mussolini era fondamentalmente un ciarlatano di talento, un comunicatore che aveva scambiato la propaganda per la politica e il mito per la realtà.R.J.B. Bosworth, australiano, autore di una monumentale biografia mussoliniana del 2002, ha sottolineato come il fascismo italiano fosse, rispetto al nazismo, un fenomeno più contraddittorio, meno ideologicamente coerente, e proprio per questo più difficile da giudicare in modo unitario.Ernst Nolte, tedesco controverso, inserì il fascismo nel contesto della grandeguerra civile europeatra liberalismo e totalitarismo: una lettura che ha nutrito le tesi revisioniste di destra, ma che ha anche contribuito astoricizzare il fenomenoliberandolo dall’uso puramente politico.
Nessuno di questi storici ha mai detto che il fascismo fosse accettabile.Hanno detto che era spiegabile. E spiegarlo è l’unico modo serio per evitare che si ripetasotto forme che non riconosciamo perché non coincidono con le immagini che abbiamo visto al cinema.
X. La mimosa non appassisce
La sera del25 aprile 1945,Luigi Longo– comandante delle Brigate Garibaldi – trasmise via radio il proclama dell’insurrezione generale. In poche ore, le città deltriangolo industrialepassarono nelle mani dei partigiani.Milano, Torino, Genova, Bologna.I tedeschi in ritirata, i fascisti in fuga, i civili che scendevano in strada con la stessa energia nervosa di chi ha trattenuto il respiro troppo a lungo.
Non era ancora finita – la guerra in Europa si sarebbe conclusa formalmente l’8 maggio 1945con laresa incondizionata della Germania– ma qualcosa di irreversibile si era compiuto. Non soltanto sul piano militare.Sul piano della coscienza collettiva.Un paese che si era lasciato sedurre da un regime, che aveva applaudito, che aveva guardato dall’altra parte, che si era fatto complice – stava decidendo, in modo caotico e contraddittorio come decidono le nazioni vere, di cambiare.
LaCostituzione del 1948fu il testamento scritto di quella decisione. Calamandrei disse che i suoi «muri maestri» erano stati cementati con le lacrime e il sangue del popolo italiano. È una frase che suona retorica finché non si fa i conti con quello che sta dietro: i44.720 partigiani caduti, i35.000 civiliuccisi nelle stragi nazifasciste, i7.682 deportatiitaliani nei campi di concentramento che non tornarono, i40.000 ebrei italianiperseguitati di cui8.000 sterminati.
Questo è il peso specifico del 25 aprile.Non è una festa di parte. Non è la vittoria di una fazione politica su un’altra. È il momento in cui l’Italia decise, al costo di un prezzo che non avrebbe dovuto pagare se avesse scelto diversamente nel1922, di tornare ad essereuna comunità di persone libere.
Ottant’anni dopo, lamimosafiorisce ancora ogni aprile nei boschi dell’Appennino, nei parchi delle città, nei mercati rionali.Teresa Matteila scelse perché era un fiore selvatico e ostinato, che non chiedeva cura per sbocciare.Come la libertà, quando decide di sopravvivere.
FONTI
Denis Mack Smith, Mussolini, Mondadori, 1981.
Renzo De Felice, Mussolini il duce (5 voll.), Einaudi, 1965-1997.
R.J.B. Bosworth, Mussolini, Arnold Publishers, 2002.
Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo, Einaudi, 1948 (ed. it. 1967).
Hannah Arendt, Vita Activa. La condizione umana, Bompiani, 1964.
Isaiah Berlin, Due concetti di libertà, Feltrinelli, 2000.
Norberto Bobbio, Dal fascismo alla democrazia, Baldini Castoldi Dalai, 2008.
Piero Calamandrei, Discorso ai giovani sulla Costituzione, 1955.
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Ernst Nolte, I tre volti del fascismo, Mondadori, 1966.
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ANPI – Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, archivi storici: anpi.it.
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Brookings Institution, Italy and the Cold War: geopolitics of the postwar settlement.
CFR, The Marshall Plan at 75: lessons from Europe’s reconstruction, 2022.
ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, archivi storici: ispionline.it.
