Dal mito della frontiera alla cena di Trump con i giornalisti: l’America e la sua violenza presidenziale
Era la sera del 26 aprile 2026quando i Secret Service trascinarono via Donald Trump dal palco della White House Correspondents’ Dinner al Washington Hilton, mentre centinaia di giornalisti si gettavano sotto i tavoli e qualcuno, in un angolo della sala, intonava God Bless America. Cole Tomas Allen, trentun anni, laureato in informatica, aveva tentato di forzare il perimetro di sicurezza armato di più pistole e coltelli. Nel messaggio scritto ai familiari pochi minuti prima, si definiva un “Friendly Federal Assassin” e accusava Trump – senza mai nominarlo – di essere un “traditore” e un “pedofilo”. Era il terzo tentativo di uccidere Trump in meno di due anni: il più ravvicinato in termini di simbolismo, il più inquietante in termini di scenario, avvenuto nel luogo per eccellenza del patto tra potere e stampa.
Ma sarebbe un errore interpretare quel gesto come un’aberrazione del presente. È, al contrario, l’ultimo capitolo di una storia che si ripete con una coerenza sconcertante – una storia che attraversa tutta la parabola della Repubblica americana e che dice qualcosa di profondo, e di non ancora risolto, sul carattere di quella nazione.
Una Repubblica nata con il sangue del suo vertice
Quattro presidenti in carica sono stati assassinatinegli Stati Uniti: Abraham Lincoln (14 aprile 1865), James Garfield (2 luglio 1881, morto il 19 settembre), William McKinley (6 settembre 1901, morto il 14 settembre) e John Fitzgerald Kennedy (22 novembre 1963). A questi si aggiungono un numero imprecisato di tentativi documentati – almeno uno ogni cinque presidenti secondo le stime degli archivi nazionali americani – che inizia già nel 1835, quando Richard Lawrence attende Andrew Jackson nella rotonda del Campidoglio e fa scattare due pistole che s’inceppano entrambe. Jackson lo carica col bastone come se stesse combattendo a duello. L’aneddoto dice già tutto: l’America è un Paese in cui persino la fallibilità meccanica di una pistola diventa mito fondativo.
Theodore Roosevelt, nel 1912, viene colpito al petto mentre sta per tenere un comizio a Milwaukee come candidato indipendente. Ha ancora il proiettile nel corpo. Sale sul palco e parla per ottantaquattro minuti: “ci vuole ben altro per abbattere un Alce Selvatico”, dice. Franklin Roosevelt scampa nel febbraio 1933 all’attentato di Giuseppe Zangara a Miami – muore al suo posto il sindaco di Chicago, Anton Cermak. Harry Truman resiste nell’ottobre 1950 all’assalto di due nazionalisti portoricani alla Blair House: uno di loro, Griselio Torresola, viene ucciso dall’agente Leslie Coffelt, che muore a sua volta nell’agguato. Gerald Ford subisce due attentati nel settembre 1975, a distanza di diciassette giorni, entrambi da parte di donne: prima Lynette Fromme, seguace di Charles Manson a Sacramento, poi Sara Jane Moore a San Francisco. Ronald Reagan sopravvive il 30 marzo 1981 ai colpi di John Hinckley Jr., che voleva impressionare Jodie Foster dopo aver vistoTaxi Driverdecine di volte.
Ciascuno di questi episodi ha una sua fenomenologia specifica. Ma insieme formano un pattern che la semplice psicologia individuale non è sufficiente a spiegare.
Dallas, 22 novembre 1963: il nodo che non si chiude
Il caso Kennedy rimane la ferita apertadella storia americana contemporanea – non solo per la violenza del gesto, ma per ciò che ha prodotto nella coscienza collettiva del Paese. Lee Harvey Oswald viene ucciso da Jack Ruby due giorni dopo l’assassinio, prima di poter essere processato. La Commissione Warren, istituita dal presidente Johnson il 29 novembre 1963, conclude nel settembre 1964 che Oswald aveva agito da solo. Ma già nel 1966 il giudice Richard Russell, membro della stessa commissione, dichiara alWashington Postche “non ci è stata detta la verità su Oswald”. Lo storico britannico Hugh Trevor-Roper scrive che il Rapporto Warren gli sembra irrimediabilmente lacunoso, e che le sue parti deboli diventano “ancora più deboli” a una lettura ravvicinata.
Nel 1979, la House Select Committee on Assassinations conclude che Kennedy fu “probabilmente assassinato come risultato di una cospirazione”, pur non riuscendo a identificare l’altro tiratore né l’estensione del complotto. Secondo le stime del giurista Vincent Bugliosi, nel corso dei decenni sono stati accusati nell’insieme quarantadue gruppi, ottantadue presunti assassini e duecentoquattordici individui diversi – una cifra che dice quanto il caso sia diventato anche uno specchio dell’inconscio politico americano. Nel 2009 un sondaggio CBS indicava che il 74% degli americani credeva in una copertura istituzionale della verità sull’assassinio.
Perché JFK colpisce in modo così diverso dagli altri?Perché Kennedy incarnava qualcosa di preciso: era giovane, cattolico, portatore di una retorica del cambiamento che rompeva le logiche della Guerra Fredda, nemico dichiarato di certi ambienti della CIA e dell’establishment militare. La sua morte coincide con l’inizio del Vietnam, con la fine dell’innocenza liberale degli anni Cinquanta, con la nascita della sfiducia sistemica verso le istituzioni. L’eredità della Commissione Warren è stata marcata dallo scetticismo verso le narrazioni ufficiali, un sentimento amplificato in seguito dalla guerra del Vietnam e dallo scandalo Watergate. Dallas, in questo senso, non è solo un crimine: èil momento in cui l’America smette di credere a se stessa.
Il carattere messianico: quando la nazione è una fede
Per comprendere la violenza presidenziale americana non si può prescindere da ciò che il sociologoRobert Bellah, nel suo saggio del 1967 “Civil Religion in America”, definiscela religione civile statunitense: un sistema di credenze, simboli e rituali di natura quasi sacrale che si affianca – e a volte sovrasta – le religioni confessionali.La Costituzione, la Dichiarazione d’Indipendenza, il Bill of Rightssono, in questa lettura, itesti sacri di una fede laica. I presidenti ne sono i sommi sacerdoti. E come ogni sacerdote, possono diventare il bersaglio di chi si sente tradito dal sacro.
Bellah stesso aveva identificato igrandi archetipi bibliciche strutturano la religione civile americana:Esodo, Popolo eletto, Terra promessa, Nuova Gerusalemme, Morte e Resurrezione sacrificale.Alexis de Tocqueville, oltre un secolo prima, aveva intuito questa tensione: “lo zelo religioso si scalda costantemente al fuoco del patriottismo”, scrive in “Democrazia in America” (1835). Ma notava anche che questa fusione, se da un lato rafforzava le istituzioni democratiche, dall’altro poteva galvanizzare obiettivi controversi e potenzialmente distruttivi – come le guerre.
La dimensione messianica ha un risvolto oscuro.Ogni nazione convinta di avere una missione divina produce, inevitabilmente, i suoi eretici interni– gli uomini che si sentono incaricati di correggere o vendicare la betrayal della promessa. Charles Guiteau, che nel 1881 uccise Garfield, era convinto di essere uno strumento della Provvidenza. Leon Czolgosz, che nel 1901 sparò a McKinley, era un anarchico che vedeva nel presidente il simbolo di un capitalismo idolatra. John Wilkes Booth aveva costruito un intero dramma teatrale attorno alla sua azione – lui, attore di professione, che recideva la vita del presidente in un teatro. Come osserva lo studiosoEbrahim Moosa, la religione civile americana si è evoluta nel tempo verso quella che definisce “un’iper-manifest destiny, un iper-imperialismo – se non un apocalittismo” – e questa deriva produce, ai margini estremi, i suoi fanatici speculari.
Hannah Arendt, inSulla violenza(1970), distingue il potere dalla violenza: il potere si fonda sul consenso, la violenza emerge quando il potere si esaurisce. Nella parabola americana, ogni attentato presidenziale marca un punto di rottura in cui qualcuno ha smesso di percepire legittimità nell’ordine esistente – e ha optato per il gesto irrimediabile.Richard Hofstadter, nello storico saggio del 1964 “The Paranoid Style in American Politics”, individua una tradizione radicata di pensiero cospirazionista che attraversa l’intera storia americana: non è patologia individuale, mastile culturale– una modalità di leggere il mondo come teatro di complotti contro la libertà e il popolo eletto.
Il Secondo Emendamento e il DNA della frontiera
Non esiste altra democrazia occidentale in cui il diritto a portare armi siacostituzionalmente garantito come attributo della libertà individuale. Il Secondo Emendamento (1791) èfiglio del mito della frontiera, della self-reliance come valore fondante, di una cultura in cui l’uomo armato era l’uomo libero, contrapposto alla tirannia del re lontano. IlFar Westnon è solo un’icona cinematografica:è la matrice antropologica di un Paese che ha costruito la propria identità sulla capacità di difendersi senza attendere lo Stato. Questa eredità si traduce, nei dati attuali, in un Paese che conta più armi da fuoco in circolazione che abitanti – e in una legislazione che rende strutturalmente difficile impedire che individui instabili o fanatici possano accedere agli strumenti della violenza.
Cole Tomas Allen aveva acquistato legalmente le sue armi in una armeria della California. Come lui, la stragrande maggioranza degli attentatori presidenziali aveva avuto accesso legittimo alle armi utilizzate. La riforma del sistema è sempre naufragata contro il muro del dibattito costituzionale, del lobbismo della NRA e di una cultura in cui l’arma non è solo oggetto, maprotesi identitaria.
La proiezione esterna: guerre non volute, presidenti nel mirino
C’è infine una dimensione geopolitica che l’analisi puramente interna non coglie. Degli attentati presidenziali americani, una parte significativa ha radici o connessioni internazionali: i nazionalisti portoricani che attaccano Truman nel 1950 operano in un contesto di tensioni coloniali; il tentativo di assassinio di George H.W. Bush nel 1993, orchestrato – secondo le autorità americane – dai servizi iracheni, è la coda della Guerra del Golfo; le minacce sistematiche ad Obama portavano spesso le impronte di ambienti suprematisti o di gruppi legati a conflitti esteri. E laretorica antiamericana– prodotta da decenni diinterventi in Vietnam, Iraq, Afghanistan, ora Ucraina e Gaza– alimenta la narrativa degli attentatori interni che si percepiscono come vendicatori di torti globali.
Cole Allen, nel suo manifesto, citava esplicitamente le operazioni militari statunitensi nel Pacifico orientale contro imbarcazioni sospette di contrabbando. Trump stesso, dopo l’episodio, ha dichiarato che “il mondo in cui viviamo è pazzo”, invitando alla “unità e guarigione bipartisan” – un tono insolitamente conciliante per un presidente che ha fatto della polarizzazione la sua arma retorica principale.
Cosa dice questa storia
L’America è entrata in una fase in cui la violenza politica si sta normalizzando.Tre tentativi di assassinio contro lo stesso presidente in meno di due anni – nessun’altra democrazia occidentale registra numeri simili. Lapolarizzazione estrema, laretorica dell’annientamento dell’avversario, laproliferazione delle armie ladisgregazione del senso di comunitàsi sommano in un cocktail cheTocquevilleavrebbe riconosciuto come ladegenerazione possibile di ogni democrazia: quella in cui la passione pubblica non riesce più a trovare canali legittimi di espressione e cerca, invece, il gesto definitivo.
Il segnale da monitorareè il perimetro tra discorso politico e incitazione.Quando la retorica– da ogni parte –descrive l’avversario come un nemico esistenziale,trasforma implicitamente l’eliminazione fisica in logica coerente. La democrazia americana ha superato ogni volta le sue crisi più acute. Ma lo ha fatto a un costo: Lincoln è morto, Kennedy è morto, qualcosa di irreparabile si è consumato ogni volta che una pallottola ha cambiato il corso della storia. Il problema non è se il sistema regga. Il problema è quanto profondo debba essere il taglio prima che la ferita smetta di rimarginarsi da sola.
Fonti
- National Archives,Appendix 7: A Brief History of Presidential Protection, archives.gov
- PBS NewsHour,A look at past presidential assassination attempts in American history, pbs.org
- Britannica,Assassinations and assassination attempts involving U.S. presidents, britannica.com
- Britannica,Assassination of John F. Kennedy – Conspiracy Theories, britannica.com
- Warren Commission Report, settembre 1964, National Archives
- House Select Committee on Assassinations, Final Report, 1979, archives.gov
- Robert N. Bellah, “Civil Religion in America”,Daedalus, Winter 1967
- Alexis de Tocqueville,La democrazia in America, 1835/1840
- Richard Hofstadter, “The Paranoid Style in American Politics”,Harper’s Magazine, novembre 1964
- Hannah Arendt,Sulla violenza, Einaudi (ed. it.), 1970
- Hugh Trevor-Roper, citato in Wikipedia,Warren Commission
- Ebrahim Moosa, “Civil Religion and Beyond”,The Immanent Frame, SSRC, 2010
- Al Jazeera,Accused shooter was targeting Trump and US officials, 26 aprile 2026
- PBS NewsHour,Correspondents’ Dinner shooting suspect wrote about grievances against Trump, 27 aprile 2026
- CNN Politics,White House says suspect in Correspondents’ Dinner shooting wanted to target Trump officials, 27 aprile 2026
Foto in copertina: REUTERS/Abbie Rowe
