L’Italia è un portaerei ancorata nel Mediterraneo. Roma ospita la rete militare straniera più densa d’Europa, regolata da trattati segreti che il Parlamento non può consultare. Protezione o vassallaggio?
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Il ministro della Difesa Guido Crosetto blocca un bombardiere americano che vuole decollare da Sigonella senza autorizzazione verso il Medio Oriente. È il 31 marzo 2026. La scena ricorda quella di quarant’anni prima, quando Bettino Craxi tenne testa a Ronald Reagan sulla stessa pista siciliana. Due episodi distanti nel tempo, identici nella sostanza: l’Italia che prova a ricordare di avere ancora una sovranità. Il problema è che quella sovranità è compressa, da settant’anni, da accordi classificati che nessun governo ha mai voluto – o potuto – aprire al dibattito pubblico.
Il peso di 120 basi
Il numero esatto delle basi americane in Italia non è certo, perché alcune sono segrete: si parla di circa 120 installazioni militari, tra quelle NATO e quelle gestite esclusivamente dagli USA. Sul territorio nazionale operano circa 13mila militari statunitensi distribuiti in decine di infrastrutture, in un sistema regolato da tre trattati: il NATO Sofa del 1951, il Bilateral Infrastructure Agreement del 1954 e il Memorandum d’Intesa del 1995. A questi si aggiungono, secondo i dati ANSA, altri 21mila uomini che fanno parte della VI Flotta della US Navy, composta da 40 navi e 175 aerei da combattimento e da trasporto.
Una presenza che non ha eguali in Europa occidentale. La maggior parte delle truppe USA in Europa sono in Germania, circa 36mila, mentre in Italia sono circa 12mila. Nel Regno Unito si contano 9mila soldati, in Spagna 3mila, in Turchia circa 1.600. L’Italia, in rapporto alla sua superficie e al suo peso politico, è di gran lunga il paese con la densità più alta di infrastrutture militari straniere nell’intera Alleanza Atlantica.
La mappa: da Aviano a Niscemi
Le installazioni principali coprono l’intera penisola da nord a sud, con funzioni differenziate ma complementari.
• Aviano (Friuli-Venezia Giulia): sede del 31st Fighter Wing dell’aeronautica USA. Qui è custodita una quota di bombe nucleari B61 nell’ambito del programma NATO di “nuclear sharing”. Aviano è concessa in uso congiunto dall’Italia agli USA dal 1955.
• Ghedi (Lombardia): anch’essa rientra nel programma nucleare condiviso della NATO, con bombe B61 destinate a essere impiegate da aerei italiani in caso di conflitto. È formalmente una base dell’Aeronautica Militare italiana, ma con una presenza americana preponderante.
• Caserma Ederle e Camp Del Din (Vicenza): ospita la 173esima Brigata Aviotrasportata di paracadutisti statunitensi. Dal 2016, Camp Del Din accoglie anche i soldati della United States Army Africa (USARAF).
• Camp Darby (Toscana): situato tra Pisa e Livorno, è il più grande deposito di munizioni e armamenti statunitensi fuori dagli Stati Uniti. Dispone di un collegamento diretto via canale con il porto di Livorno, pensato per trasferire rapidamente materiale bellico verso il Mediterraneo, il Nord Africa e il Medio Oriente.
• Naval Support Activity Napoli: sede del Comando della Forza Congiunta NATO e nodo logistico per tutta la VI Flotta. Napoli è il centro nervoso dell’intera rete navale americana nel Mediterraneo.
• Gaeta (Lazio): porto di attracco concesso alla Marina USA, base logistica fondamentale liberata dagli Alleati nel 1944 e da allora non più restituita alla piena gestione italiana.
• Sigonella (Sicilia): il principale hub dell’aviazione statunitense nel Mediterraneo, supporta tutte le operazioni della VI Flotta grazie alla sua posizione strategica. Da qui operano i droni MQ-4C Triton e i Boeing P-8 Poseidon per la sorveglianza del Mediterraneo orientale.
• MUOS di Niscemi (Sicilia): il Mobile User Objective System è un sistema avanzato di telecomunicazioni satellitari militari. Monitora la situazione in Medio Oriente attraverso radar e satellite, garantendo comunicazioni sicure alle forze USA dislocate globalmente.
Le origini: un paese sconfitto, un’alleanza imposta
L’Italia è diventata sede di basi militari USA nel 1951 quando, con una serie di accordi bilaterali, Roma ha concesso a Washington il proprio territorio in cambio degli aiuti di ricostruzione post-bellica finanziati dagli Stati Uniti. Le ragioni, però, erano anche di natura politica. L’Italia era un paese sconfitto nella Seconda Guerra Mondiale e ospitava il più grande Partito Comunista d’Europa. Washington temeva che il Belpaese potesse finire in orbita sovietica. Durante la Guerra Fredda, l’Italia era particolarmente vicina alla cortina di ferro che, secondo l’espressione di Churchill, andava da Stettino a Trieste.
Il risultato fu una rete di infrastrutture costruita in tempi rapidissimi, finanziata dagli americani e ceduta all’uso esclusivo delle forze USA con accordi che ancora oggi i cittadini italiani non possono leggere. I due testi fondamentali – l’Air Technical Agreement e il Bilateral Infrastructure Agreement – furono firmati entrambi nel giugno e ottobre 1954. Nel gennaio 2003, il ministro della Difesa Antonio Martino comunicò alle Commissioni Difesa di Camera e Senato che i due accordi del 1954 hanno una “elevata classifica di segretezza” e che non possono essere declassificati unilateralmente dall’Italia. Occorre il consenso di entrambe le parti. In settant’anni, quel consenso non è mai arrivato.
Guerre americane, territorio italiano
Dalla Corea al Kosovo, dall’Iraq alla Libia, le basi italiane hanno accompagnato ogni proiezione di forza degli Stati Uniti nel Mediterraneo e oltre. Aviano è stata usata intensivamente durante i bombardamenti NATO sulla Serbia nel 1999. Camp Darby ha rifornito operazioni in Iraq, Afghanistan e Libia. Sigonella ha garantito la copertura logistica in praticamente ogni campagna militare americana degli ultimi cinquant’anni.
Nessun governo italiano, di centrodestra o centrosinistra, ha mai chiesto una revisione sostanziale degli accordi. De Gasperi accettò la presenza americana come condizione di sopravvivenza del sistema democratico. Andreotti la gestì con discrezione. Berlusconi la esaltò. Prodi non la toccò. Renzi la ignorò. Meloni l’ha ereditata senza modificarla, pur avendo mostrato in due occasioni recenti una parziale autonomia operativa.
La notte di Sigonella: quando l’Italia disse no
Il precedente più potente rimane quello del 10 ottobre 1985. Nella base militare di Sigonella si consumò la più grave crisi diplomatica tra Italia e Stati Uniti dalla fine della Seconda guerra mondiale. Quattro terroristi palestinesi avevano sequestrato la nave da crociera italiana Achille Lauro, uccidendo il cittadino americano Leon Klinghoffer. Caccia statunitensi costrinsero ad atterrare a Sigonella l’aereo egiziano che trasportava i terroristi e il mediatore Abu Abbas. Sulla pista si schierò un commando della Delta Force, guidato dal tenente colonnello Oliver North, che con le armi spianate circondò il velivolo.
Craxi ordinò ai carabinieri e alla Vigilanza Aeronautica di circondare a loro volta gli americani. Reagan chiamò Craxi. Il presidente americano voleva la consegna immediata dei terroristi. Il premier italiano rifiutò: rivendicò la giurisdizione italiana e ribadì che sarebbe stata la magistratura a decidere. Lo stallo durò ore. La crisi si risolse nella notte con il ritiro della Delta Force dalla base. I quattro terroristi palestinesi furono tutti processati e condannati in Italia. Abu Abbas fu lasciato libero di partire, con polemiche durissime da parte americana. Reagan inviò una “vibrante protesta” a Roma. Il Pri uscì dalla maggioranza e i suoi ministri Giovanni Spadolini, Oscar Mammì e Bruno Visentini si dimisero dal governo.
Quarant’anni dopo, la storia si è ripetuta. Il 31 marzo 2026, il diniego del ministro della Difesa Guido Crosetto è scattato quando si è appreso del piano di volo di alcuni asset aerei USA che prevedeva di atterrare a Sigonella per poi partire verso il Medio Oriente. Nessuno aveva chiesto alcuna autorizzazione, né consultato i vertici militari italiani. Dalle verifiche è emerso che non si trattava di voli logistici, esclusi dal trattato.
Protezione o controllo?
La domanda vera non è tecnica. È politica. Le basi sono formalmente sotto la sovranità italiana, ma gli USA hanno il controllo operativo sia sulle attività militari che sugli equipaggiamenti. In pratica, Roma può fare poco sulle operazioni interne. Se la NATO dovesse decidere di usare la bomba atomica ad Aviano, non dovrebbe chiedere il permesso al governo italiano, ma al Consiglio dell’Alleanza Atlantica.
L’argomento della deterrenza è reale. Una Russia espansiva, una Cina sempre più presente nel Mediterraneo attraverso porti e infrastrutture, un Medio Oriente che brucia: la presenza americana ha un valore strategico oggettivo. Ma il problema è il prezzo in termini di autonomia. Ogni qualvolta Roma ha tentato una politica estera parzialmente indipendente – dalla mediazione araba di Craxi alla neutralità prudente di Meloni sulla guerra in Iran – il sistema delle basi è diventato un punto di frizione, non di collaborazione.
Il futuro
L’espansione della NATO verso est dopo il 2022 –l’ultimo Paese a entrare è la Svezia (32esimo membro) a marzo 2024– ha spostato baricentri e priorità. La Germania ospita già 36mila soldati americani, la Polonia cresce come hub operativo. Ma l’Italia rimane insostituibile per il Mediterraneo. Le basi italiane diventano piattaforme avanzate da cui partono missioni che non colpiscono direttamente, ma rendono possibili i colpi. Droni, ricognitori, sistemi di sorveglianza elettronica: la componente invisibile della presenza USA è oggi più rilevante di quella visibile.
Nessuna rinegoziazione degli accordi è all’orizzonte. Il dibattito sulla declassificazione del BIA del 1954 torna periodicamente in Parlamento e scompare senza risultati. Il ministro Crosetto ha ribadito nel marzo 2026 che tali cornici giuridiche regolamentano queste attività da decenni e che nessun governo ha avvertito l’esigenza di modificarle.
Il punto, alla fine, è proprio questo. L’Italia non può uscire dalla NATO – ne è paese fondatore, e l’ombrello americano resta il suo principale strumento di sicurezza collettiva. Ma una cosa è l’alleanza, un’altra è la rassegnazione. Rinegoziare le condizioni di utilizzo delle basi, rendere pubblici gli accordi del 1954, introdurre un meccanismo parlamentare di controllo preventivo sulle operazioni militari straniere condotte dal territorio nazionale: sono richieste legittime di qualunque stato sovrano. Non atti ostili verso Washington, ma esercizio normale di quella costituzione che all’articolo 11 sancisce il ripudio della guerra come strumento di politica estera. Finché quei testi resteranno segreti, la domanda resterà aperta: chi comanda davvero in casa nostra?
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