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Democrazia mondiale 2025: la recessione si ferma, l’Ungheria cambia, l’Italia resta indietro

Democrazia mondiale 2025 la recessione si ferma, l’Ungheria cambia, l’Italia resta indietro - ilcosmopolitico.com

Il Democracy Index 2025 dell’EIU certifica la fine di otto anni di declino. La caduta di Orbán ad aprile 2026 conferma che la democrazia sa ancora autocorreggersi. Gli USA scivolano al 34° posto, l’Italia rimane alla 37a posizione. Il modello cinese avanza nel Sud globale

“Viviamo sotto un governo che non imita le leggi degli altri: siamo noi il modello per gli altri.”Pericle pronunciò queste parole nell’inverno del 431 a.C., durante il discorso funebre per i caduti del primo anno della guerra del Peloponneso.Tucidide ce lo ha conservato come l’epitaffio più celebre della tradizione occidentale. Duemilacinquecento anni dopo, quella frase risuona ancora – ma stavolta come interrogativo, non come certezza. Quanti dei 167 Paesi censiti dall’Economist Intelligence Unit nel Democracy Index 2025 possono davvero affermare di essere un modello per gli altri?

La risposta è scomoda: ventisei. Soloventisei Paesi al mondo soddisfano i criteri minimi per essere classificati come “democrazie compiute”. Contengono il 6,6% della popolazione mondiale. Il resto dell’umanità vive in sistemi imperfetti, ibridi o apertamente autoritari.

Che cosa misura – e che cosa non misura – un indice

Prima di leggere i numeri, occorre capire lo strumento. Il Democracy Index dell’EIU non è un sondaggio di opinione né una valutazione ideologica: è una media ponderata di 60 indicatori distribuiti su cinque dimensioni strutturali. La prima è il processo elettorale eil pluralismo, che verifica se le elezioni sono libere, competitive e sicure. La seconda è il funzionamento del governo, che misura la capacità delle istituzioni di tradurre le scelte politiche in risultati concreti, il grado di corruzione percepita e l’indipendenza della burocrazia. La terza è la partecipazione politica, intesa non come semplice affluenza alle urne ma come coinvolgimento attivo dei cittadini nella vita pubblica – partiti, sindacati, stampa, società civile. La quarta dimensione è  la cultura politica: il sostegno popolare alla democrazia in quanto sistema, la tolleranza del dissenso, la diffidenza nei confronti del potere esecutivo concentrato. La quinta, le libertà civili: libertà di stampa, di espressione, di riunione, di culto, tutela delle minoranze.

Su questi cinque assi, ogni Paese riceve un punteggio da 0 a 10 e viene collocato in una delle quattro categorie: democrazia compiuta (sopra 8), democrazia imperfetta (tra 6 e 8), regime ibrido (tra 4 e 6), regime autoritario (sotto 4). Non è un sistema privo di limiti – affida parte della valutazione a esperti nazionali, e riflette implicitamente una visione liberal-democratica del governo – ma rimane il benchmark più citato nella letteratura accademica e giornalistica internazionale.

Dopo otto anni di declino: una stabilizzazione fragile

Dopo otto anni di declino consecutivo, il 2025 segna una stabilizzazione dei punteggi democratici globali che suggerisce una possibile fine della recessione democratica. Quasi il 75% dei Paesi ha visto migliorare o mantenere invariato il proprio punteggio.

La media globale è risalita da 5,17 a 5,19 su 10. Un incremento minuscolo, che in qualsiasi altro contesto sarebbe irrilevante – ma che per l’EIU conta, perché il Democracy Index si muove lentamente e ogni variazione riflette tendenze strutturali, non oscillazioni congiunturali. La media delle “democrazie imperfette” e dei “regimi ibridi” è cresciuta al doppio del tasso globale, passando da 6,47 a 6,52: è proprio in questo blocco intermedio – dove il potenziale di cambiamento è più elevato – che si concentra il segnale più incoraggiante dell’indice.

Il quadro d’insieme, tuttavia, resta preoccupante. I regimi autoritari governano il 39,2% della popolazione mondiale– la categoria più grande in termini di paesi: 61 su 167. Le democrazie compiute sono 26, le imperfette 48, i regimi ibridi 32. Tradotto: due persone su cinque nel mondo vivono sotto un regime che non tollera opposizione reale, non garantisce libertà di stampa e non prevede alternanza al potere.

La geografia della democrazia

Il club ristretto delle democrazie compiute

Le democrazie piene continuano a essere un fenomeno prevalentemente nordeuropeo e anglosassone, con qualche eccezione asiatica e latinoamericana. I paesi nordici – Norvegia, Danimarca, Islanda, Finlandia, Svezia – presidiano le prime posizioni con una continuità che ormai dura da quasi vent’anni, dall’avvio delle rilevazioni nel 2006. Non è un caso: tutti condividono un tessuto istituzionale costruito nei secoli, una cultura civica ad alta intensità, sistemi di welfare che riducono il conflitto distributivo e una stampa tradizionalmente autonoma dal potere politico.

Le prime trenta democrazie del mondo (Democracy Index 2025, EIU)

  1. Norvegia
  2. Nuova Zelanda
  3. Danimarca
  4. Islanda
  5. Finlandia
  6. Svezia
  7. Irlanda
  8. Svizzera
  9. Canada (pari merito)
  10. Lussemburgo (pari merito)
  11. Paesi Bassi
  12. Australia
  13. Germania
  14. Taiwan
  15. Austria
  16. Regno Unito
  17. Uruguay
  18. Spagna
  19. Corea del Sud
  20. Giappone
  21. Costa Rica
  22. Repubblica Ceca
  23. Cile
  24. Belgio
  25. Portogallo
  26. Francia
  27. Estonia
  28. Slovenia
  29. Lituania
  30. Lettonia

Tre osservazioni meritano attenzione. La prima: Taiwan è l’unico Paese asiatico non insulare nella fascia alta – un segnale della resilienza democratica della sua società civile, nonostante le pressioni di Pechino. La seconda: Uruguay e Costa Rica sono le uniche due democrazie latinoamericane nella fascia compiuta, mentre il resto del subcontinente vive in una zona grigia tra democrazia imperfetta e regime ibrido. La terza: la Francia  è stata riclassificata come “democrazia compiuta” nel 2025, dopo essere stata retrocessa l’anno precedente, man mano che le restrizioni sulle libertà personali ereditate dalla pandemia si sono normalizzate.

L’eccezione americana

Il caso più eclatante del 2025 è la caduta degli Stati Uniti dal 28° al 34°  posto nella classifica, dove il punteggio complessivo è sceso da 7,85 a 7,65. Le azioni e le politiche dell’amministrazione Trump hanno messo sotto pressione le norme democratiche, abbassando in particolare il punteggio sulle libertà civili. Gli USA sono classificati come “democrazia imperfetta” dal 2016 – anno in cui superarono per la prima volta la soglia verso il basso – e non hanno mai recuperato il terreno perduto. La polarizzazione politica e culturale continua a deprimere i punteggi sulla cultura politica e sul funzionamento del governo. È un dato che va letto con cautela, senza enfasi ideologica: gli Stati Uniti rimangono un sistema pluralista con istituzioni solide, ma le tensioni interne al modello istituzionale sono ormai strutturali, non congiunturali.

I BRICS e il modello autoritario del potere

Guardare ai punteggi dei Paesi BRICS equivale a fare un viaggio nell’altra metà del mondo. La Russia di Putin si attesta intorno a 2,00 su 10 – regime autoritario conclamato, con un sistema giudiziario non indipendente, un’opposizione sistematicamente perseguitata e una stampa controllata dallo Stato. La Cina è a 2,11, prigioniera di quello che gli analisti di Chatham House hanno definito “autoritarismo intelligente”: un sistema che combina controllo politico ferreo con apertura economica selettiva, investimento massiccio nel capitale umano, e forme di pluralismo gestito – un settore privato fiorente, università di standing internazionale, una stampa privata ampia – tutto sotto supervisione del Partito. L’India, con il suo 7,29, rimane tecnicamente una democrazia imperfetta ma con tendenze preoccupanti: il progressivo indebolimento dell’autonomia giudiziaria e delle minoranze religiose sotto Modi ha eroso punteggi che erano stati più robusti un decennio fa. Il Brasile di Lula ha recuperato terreno dopo il periodo Bolsonaro, ma resta su livelli inferiori alle democrazie europee.

Il blocco dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) – Russia, Cina, Iran, Pakistan, Uzbekistan, Kazakistan e gli altri – è quasi interamente composto da regimi autoritari o ibridi. L’Iran è in una fascia di punteggio tra 1,5 e 2,5; gli Stati dell’Asia centrale oscillano tra il regime ibrido e l’autoritarismo pieno. La SCO non è un’alleanza ideologica nel senso stretto, ma condivide un rifiuto esplicito della condizionalità democratica come principio di politica estera.

Il Sud globale e l’ambiguità della scelta

Il quadro del Sud globale è frammentato e in movimento. In America Latina e Caraibi, dopo quasi un decennio di declino della partecipazione politica, il 2025 segna un’inversione di tendenza. Occhi puntati adesso sull’Asia e sull’Africa subsahariana, dove le popolazioni più giovani cominciano a esprimere domande di progresso democratico. Il Nord Africa e il Medio Oriente restano la regione con la media più bassa di qualsiasi area del pianeta – governi monarchici, repubbliche presidenziali con elezioni di facciata, nessuna democrazia compiuta in tutta la fascia che va dal Marocco all’Afghanistan.

Il fascino pericoloso del modello Pechino

Il deficit democratico del Sud globale non è semplicemente il prodotto di povertà, instabilità o storia coloniale. C’è una dinamica attiva: il modello cinese viene proposto, e spesso accettato, come alternativa efficace al paradigma liberal-democratico occidentale.

Verso la fine degli anni 2010, mentre la Cina continuava la sua crescita economica straordinaria, Pechino ha cominciato a promuovere esplicitamente un modello alternativo di governance, che mette al centro lo sviluppo economico e rifiuta la centralità dei diritti individuali e dei processi democratici “occidentali”. Al cuore di questa narrazione c’è il “miracolo economico” cinese sotto la guida del Partito Comunista, con l’affermazione implicita che una crescita così rapida legittima non solo il sistema autocratico cinese, ma anche altri sistemi non democratici.

La proiezione avviene attraverso canali concreti: programmi di formazione per funzionari governativi stranieri sulle pratiche di governance cinesi, investimenti infrastrutturali della Belt and Road Initiative che creano dipendenze economiche, costruzione di parlamenti e ministeri come “dono” a governi africani, forum diplomatici che normalizzano certe pratiche repressive presentandole come “soluzioni ragionevoli a sfide di governance”. Pechino non promuove un modello ideologico coerente come faceva l’Unione Sovietica con il comunismo, ma normalizza le pratiche autocratiche presentandole come risposte efficaci a problemi urgenti di governabilità – un approccio che un ricercatore ha definito “commercializzazione dell’autocrazia”.

Il fascino non è irrazionale. Quando i Paesi in via di sviluppo guardano all’Occidente, vedono elettorati disillusi, austerità e disuguaglianze crescenti. L’incertezza occidentale sul proprio futuro amplifica, persino glorifica, il modello cinese agli occhi delle economie in sviluppo di Asia, Africa e America Latina. A questo si aggiunge un argomento pragmatico: Pechino non pone condizioni politiche ai propri prestiti. Mentre il Fondo Monetario Internazionale o la Banca Mondiale richiedono riforme istituzionali e trasparenza, la Cina finanzia senza chiedere nulla in cambio – tranne lealtà diplomatica.

La solidarietà cinese con il Sud globale viene costantemente articolata come impegno per un ordine globale aperto che rispetti l’autonomia dei singoli Paesi. Il ministro degli Esteri Wang Yi l’ha espressa in modo sintetico al meeting BRICS+ del maggio 2025: “rifiutare collettivamente il protezionismo, opporsi all’egemonia e ai soprusi”. È un messaggio costruito strategicamente per risuonare nelle capitali che hanno subito condizionalità o interventi occidentali.

Detto questo, la presa cinese non è illimitata. Afrobarometer, la rete di ricerca panafricana, documenta che sette africani su dieci preferiscono la democrazia a qualsiasi altro sistema di governo. Il problema non è che le popolazioni del Sud globale vogliano l’autocrazia: è che spesso non credono che la democrazia, nella sua versione concreta e locale, possa funzionare per loro.

Focus Europa e Italia: il continente tiene, ma non ovunque

L’Europa occidentale ha il punteggio medio più alto di qualsiasi regione, e nel 2024 è stata la sola area ad aver migliorato il proprio score complessivo, sia pure marginalmente. Tredici dei ventisei Paesi classificati come “democrazie compiute” sono membri dell’Unione Europea – un dato che parla da solo sulla densità democratica del continente.

Ma il quadro non è uniforme, e dentro l’UE coesistono esperienze istituzionali molto diverse. Alcuni Paesi hanno registrato un deterioramento democratico significativo – Bulgaria, Romania e, soprattutto, l’Ungheria. Proprio l’Ungheria  era il caso più perturbante: classificata come “regime ibrido” dall’EIU, era l’unico Stato membro in cui un governo nazionalista-illiberale aveva sistematicamente smontato l’indipendenza della magistratura, compresso la libertà di stampa, eroso le tutele delle minoranze, e trasformato il sistema elettorale in uno strumento di conservazione del potere. Il laboratorio politico di Viktor Orbán – la cosiddetta “democrazia illiberale”, concetto che lo stesso premier aveva rivendicato con orgoglio nel celebre discorso di Tusnádfürdő del 2014 – era diventato un modello di riferimento per le destre nazionaliste europee e per i regimi autoritari di tutto il mondo.

Il 12 aprile 2026 quella stagione si è chiusa. Con un’affluenza record del 77,8% – la più alta nella storia democratica ungherese dal 1989 – il popolo ungherese ha inflitto a Orbán la prima sconfitta elettorale in sedici anni di governo. Il partito di Péter Magyar, Tisza (Rispetto e Libertà), ha conquistato 138 seggi su 199, raggiungendo la supermaggioranza costituzionale; Fidesz si è fermato a 55. Un crollo numerico che non ha precedenti nella storia post-comunista ungherese. Magyar ha vinto su un programma conservatore ma europeista, costruito sulla denuncia sistematica della corruzione del regime uscente e su temi economici concreti: l’Ungheria è il Paese dell’Europa centrale che cresce meno, e i salari reali degli ungheresi sono rimasti fermi mentre l’oligarchia vicina a Orbán si arricchiva.

La reazione internazionale è stata immediata e significativa. Ursula von der Leyen ha scritto che “il cuore dell’Europa batte più forte in Ungheria”. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha parlato di “un’Europa forte, sicura e unita”. Zelensky ha espresso la propria soddisfazione ricordando che Budapest, sotto Orbán, aveva sistematicamente bloccato aiuti e finanziamenti a Kyiv. La caduta del premier ungherese è non soltanto una vicenda nazionale: è la smentita empirica, per via elettorale, della tesi che le democrazie liberali abbiano esaurito la loro capacità di autocorrezione. Una smentita che arriva proprio mentre l’indice EIU registra la prima stabilizzazione globale dopo otto anni di declino consecutivo – e che merita di essere letta come parte dello stesso segnale strutturale.

In Bulgaria la situazione della corruzione rimane critica, e la Romania ha recentemente attraversato una crisi istituzionale con l’annullamento delle elezioni presidenziali per interferenze straniere. Queste fragilità nel blocco orientale dell’Unione restano variabili da monitorare con attenzione.

L’Italia  merita un paragrafo a sé. Con un punteggio di 7,6 e una posizione alla 37ª nella classifica globale, l’Italia si colloca nella fascia delle “democrazie imperfette”. Si tratta del secondo dato peggiore registrato dal Paese dall’inizio delle rilevazioni nel 2006. Per avere un termine di paragone: la Corea del Sud è al 19° posto, la Spagna al 18°, il Portogallo al 25°. L’Italia è classificata peggio di Slovenia, Lituania e Lettonia – democrazie molto più giovani, con istituzioni costruite dopo il 1991.

A penalizzare il nostro Paese sono fattori strutturali ben noti: la scarsa cultura politica intesa come sostegno attivo alle istituzioni democratiche, la disaffezione verso la vita pubblica, l’inefficienza del sistema giudiziario, i lunghi tempi della giustizia che erodono tanto la tutela dei diritti civili quanto il funzionamento del governo. La bassa partecipazione elettorale – in costante discesa negli ultimi vent’anni – è sia causa sia effetto di questo circolo vizioso: meno i cittadini votano e si impegnano, meno le istituzioni sentono la pressione di funzionare meglio; meno le istituzioni funzionano, più i cittadini si ritirano dalla vita pubblica.

La democrazia si può rigenerare?

La domanda non è retorica. Pericle, nel suo discorso, descriveva una polis dove i cittadini partecipavano direttamente al governo della cosa pubblica – non come deleghe in bianco, ma come presenze attive nell’assemblea, nel tribunale, nello spazio pubblico. L’ekklesiaateniese non era democrazia per tutti (escludeva donne, schiavi, stranieri) ma era fondata su un principio radicale: chiunque avesse voce in capitolo doveva usarla. “Non diciamo che un uomo che non prende parte alla vita politica si fa i fatti propri”, recitava l’Epitaffio. “Diciamo che non ha nulla a che fare con noi.” Di quella democrazia originaria ci rimane il principio – la partecipazione come valore, non come obbligo – e l’architettura istituzionale del controllo del potere. Il Parlamento è l’ekklesiaproceduralizzata. La separazione dei poteri è il sistema ateniese di contrappesi. La libertà di stampa è l’agoràmoltiplicata.

Il problema è che queste strutture funzionano solo se alimentate da partecipazione reale. Quando la fiducia nelle istituzioni crolla, quando i partiti diventano macchine elettorali prive di radicamento sociale, quando la politica si riduce a spettacolo, la democrazia si svuota dall’interno pur mantenendo le forme esterne. È esattamente quello che sta accadendo in molti Paesi della categoria “democrazia imperfetta”: le elezioni si svolgono, i parlamenti votano, i giudici deliberano – ma la qualità sostanziale del governo democratico si erode.

Le proposte di rigenerazione che circolano nelle analisi di think tank come Brookings, ECFR e l’International IDEA convergono su alcune direttrici. La prima è l’educazione civica come investimento strategico, non come ornamento scolastico: insegnare a leggere i meccanismi del potere, a distinguere l’informazione verificata dalla propaganda, a comprendere il funzionamento delle istituzioni locali prima ancora di quelle nazionali. La seconda è l’innovazione istituzionale: assemblee dei cittadini estratte a sorte (sul modello di quelle già sperimentate in Irlanda, Francia e Canada) che integrino la rappresentanza elettiva con forme di deliberazione qualificata. La terza è lariforma del sistema dell’informazione: regolamentare le piattaforme digitali senza censurare il dibattito, contrastare la disinformazione sistematica finanziata da attori stranieri, rafforzare il pluralismo dei media. La quarta è il contrasto alla corruzione come condizione strutturale: non come campagna morale, ma come precondizione perché i cittadini credano che le istituzioni lavorino nell’interesse collettivo.

Nessuna di queste misure è risolutiva da sola. La democrazia non si salva con una legge o un programma: si rigenera attraverso un processo lento e discontinuo di ricostruzione della fiducia. L’economista capo dell’EIU, Constance Hunter, ha osservato che i Paesi al centro dell’indice sono quelli dove si concentra il dinamismo: sono le democrazie imperfette e i regimi ibridi che stanno recuperando terreno a segnalare che la recessione democratica potrebbe davvero essere arrivata al suo punto di svolta. Non è una certezza, è un segnale da monitorare.

Prospettive: la democrazia non è garantita

La storia non conosce direzione obbligata. La democrazia ateniese durò meno di due secoli nella sua forma più matura, e fu spazzata via dalla forza militare macedone, non da un crollo interno. Le democrazie moderne sono più robuste – dotate di istituzioni profonde, di connessioni economiche internazionali che disincentivano la deriva autoritaria, di una memoria collettiva del Novecento che rende il fascismo riconoscibile. Ma non sono invulnerabili.

I segnali da monitorare nei prossimi anni sono tre. Il primo è la capacità di Péter Magyar di smantellare in modo ordinato l’architettura istituzionale costruita da Orbán in sedici anni: cambiare una Costituzione riscritta per blindare il potere, riformare un sistema giudiziario colonizzato, liberare una stampa ingabbiata richiede tempo, risorse politiche e una coalizione stabile. La transizione ungherese è il test più importante per la democrazia europea nel breve periodo. Il secondo è la curva di partecipazione giovanile in Asia e Africa: se le generazioni più giovani di queste regioni cominceranno a esigere democrazia in modo strutturato, il prossimo decennio potrebbe vedere un’espansione democratica inattesa. Il terzo è la tenuta istituzionale degli Stati Uniti: un’ulteriore erosione della qualità democratica nella prima potenza occidentale avrebbe effetti dimostrativi su scala globale, legittimando la narrazione cinese che la democrazia sia un sistema in declino.

La Norvegia in cima alla classifica, con un punteggio di 9,81, non è lì per caso. Ci è arrivata attraverso decenni di investimento nella scuola, nella giustizia, nella stampa libera, nella partecipazione politica, nella fiducia reciproca tra cittadini e istituzioni. È un sistema che si è autocorretto nel tempo – esattamente come Pericle diceva che faceva Atene. La domanda che l’indice del 2025 pone a tutti i Paesi che vivono nella zona grigia – Italia compresa – è semplice e brutale: volete fare quel lavoro, o preferite lamentarvi che il sistema non funziona standone fuori?

 

 

La mappa della democrazia in tutto il mondo  2006 – 2024 in  versione interattiva
È possibile modificare l’anno mostrato fino al 2006, o passare a visualizzazioni di grafici a tabella o linea per visualizzare le serie in modo diverso


Fonti

  • Economist Intelligence Unit,Democracy Index 2025, aprile 2026 (comunicato ufficiale, PR Newswire, 7 aprile 2026)
  • Euronews,Elezioni in Ungheria, vince Péter Magyar, Viktor Orbán perde dopo 16 anni di governo, 12 aprile 2026
  • Il Post,Come Orbán ha perso l’Ungheria, 14 aprile 2026
  • Il Bo Live (Università di Padova),Fine dell’era Orbán: svolta politica in Ungheria, aprile 2026
  • L’Unità,Magyar trionfa: cade Orbán dopo 16 anni, aprile 2026
  • Chatham House,China’s ‘smart authoritarianism’ has upended ideas about autocracies’ limitations, novembre 2025
  • Chatham House,Will economic policy win China friends in the Global South?, settembre 2025
  • Atlantic Council,A Global South with Chinese characteristics, marzo 2025
  • Atlantic Council,Why China won’t win the Global South, marzo 2025
  • The Diplomat,How China Spreads Authoritarian Practices Beyond Its Borders, novembre 2025
  • Euronews EuroVerify,No, the EU is not eroding European democracy, agosto 2025
  • L’Espresso,Global democracy index: l’Italia alla 37esima posizione, aprile 2026
  • ASviS,Global democracy index: diminuiscono nel mondo i governi democratici, febbraio 2025
  • Our World in Data,Democracy Index EIU, 2025
  • Tucidide,Storie, II, 35-46 (Epitaffio di Pericle)

 

 

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