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Elezioni Ungheria 2026: Orbán contro Magyar, il voto che cambia l’Europa

Elezioni Ungheria 2026 Orbán contro Magyar, il voto che cambia l'Europa

Il sultano sul Danubio – sedici anni di democrazia illiberale davanti al suo verdetto

Alle 17 del 7 aprile, le luci dell’MTK Sportpark di Budapest si sono abbassate e tremila bandiere ungheresi e americane hanno cominciato ad agitarsi in unisono. Sul palco, Viktor Orbán e JD Vance. A un certo punto, il vicepresidente americano ha estratto il telefono e ha chiamato in diretta Donald Trump. La voce del presidente degli Stati Uniti è risuonata nell’arena: “Viktor è un uomo fantastico. Ha mantenuto il paese in buone condizioni”. Applausi. Circa cinquemila presenti, nella versione comunicata dagli organizzatori. Era un martedì, mancavano cinque giorni alle elezioni parlamentari del 12 aprile – le più competitive che Orbán abbia mai affrontato. Lo spettacolo era studiato nei dettagli, ma il messaggio era semplice: Washington garantisce per Budapest. Il problema è che i sondaggi, quella sera, non garantivano per Orbán.

Sedici anni di potere quasi incontrastato, quattro mandati consecutivi, una Costituzione riscritta, un sistema mediatico rimodellato a immagine del partito, una legge elettorale cucita su misura. Eppure, la mattina del 12 aprile, per la prima volta dal 2010, il risultato non è scontato. Péter Magyar e il suo partito Tisza sono davanti nei sondaggi di tutti gli istituti indipendenti. Il vantaggio è stimato intorno a una decina di punti, con l’istituto Iranytu, secondo i dati pubblicati dal quotidiano Nepszava, che attribuisce a Magyar il 51% delle preferenze tra gli elettori già orientati. Non è una rimonta: è una pressione sostenuta nel tempo che ha progressivamente eroso la base elettorale di Fidesz, soprattutto nelle città e tra i giovani.

Come si è arrivati a questo punto è una storia che vale la pena raccontare per intero, perché dentro ci sono non solo le vicende di un paese di dieci milioni di abitanti sul confine orientale dell’Unione Europea, ma anche le contraddizioni di un’intera stagione politica occidentale.

Da Pozsony al Karmelita

Viktor Orbán è nato nel 1963 a Székesfehérvár, in una famiglia di origine contadina. Ha studiato diritto a Budapest e poi a Oxford con una borsa della Soros Foundation – dettaglio che in seguito diventerà materia di propaganda inversa, quando lo stesso Soros sarà trasformato in nemico esistenziale della nazione ungherese. Nel 1988 è tra i fondatori di Fidesz, allora un partito giovanile liberale, anticomunista, filo-europeo. Nel 1989 tiene un discorso a Budapest che entra nella storia: rivolto all’occupazione sovietica, chiede il ritiro delle truppe russe e elezioni libere. Ha ventisette anni. L’Unione Europea gli applaude.

La traiettoria che porta da quel giovane liberale al premier nazionalcristiano di oggi è complessa, ma ha una logica coerente: Orbán ha sempre interpretato la politica come una questione di potere, non di principi. Quando il liberalismo smette di essere vincente, lo abbandona. Nel 1998 vince per la prima volta le elezioni con un profilo moderatamente conservatore. Perde nel 2002, perde ancora nel 2006. Quella doppia sconfitta è probabilmente il momento cruciale della sua trasformazione: Orbán conclude che le regole del gioco democratico lo penalizzano, e decide di cambiarle. Lo farà non appena ne avrà la possibilità.

La possibilità arriva nel 2010, in piena crisi finanziaria, quando Fidesz ottiene i due terzi del parlamento. In due anni, l’Ungheria ha una nuova Costituzione, una legge elettorale ridisegnata per favorire il partito di maggioranza relativa, un sistema mediatico in cui quasi tutta la stampa locale è passata sotto il controllo di imprenditori vicini al governo, e una Corte Costituzionale svuotata dei suoi poteri effettivi. È in questo periodo che Orbán pronuncia il discorso che diventerà il suo manifesto teorico: a Băile Tușnad, in Romania, nel 2014, definisce il suo obiettivo la costruzione di uno “Stato illiberale”, citando Singapore, Cina, Russia e Turchia come modelli di ispirazione. Bruxelles prende nota. Budapest tira dritto.

La trincea energetica e i veti a Bruxelles

Il rapporto di Orbán con l’Unione Europea è uno dei più costosi – e più redditizi – della storia recente del continente. Costosi per l’UE, perché un membro con diritto di veto che persegue sistematicamente interessi opposti a quelli del blocco ne paralizza la capacità d’azione. Redditizi per Budapest, perché la minaccia del veto è una leva negoziale di straordinaria efficacia.

A partire dall’inizio del 2026, Bruxelles ha congelato almeno 17 miliardi di euro di fondi assegnati all’Ungheria nell’ambito del bilancio europeo, a causa dell’incapacità di Budapest di attuare riforme sufficienti per combattere le violazioni dello Stato di diritto. Un dato che Vance, durante la sua visita, ha rovesciato accusando l’UE di “cercare di distruggere l’economia ungherese” – lettura smentita dai fatti, visto che l’Ungheria rimane integrata nel mercato unico e beneficiaria netta dei fondi strutturali per tutto il periodo in cui le riforme erano soddisfatte.

Sul fronte energetico, la posizione di Budapest è ancora più esplicita. Dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia, l’UE ha imposto sanzioni all’energia russa, tra cui il divieto di trasportare petrolio via mare. Tuttavia, all’Ungheria – insieme a Slovacchia e Bulgaria – sono state concesse delle esenzioni per continuare le importazioni via oleodotto. Orbán ha usato questa deroga non come misura transitoria ma come posizione strutturale: Budapest continua a importare gas russo attraverso il TurkStream e il Balkan Stream, e continua a bloccare ogni pacchetto di sanzioni che minacci questa dipendenza. In parallelo, il premier ungherese ha bloccato per mesi i pacchetti di aiuti militari all’Ucraina, inclusa la discussione sui 90 miliardi proposti dalla Commissione Europea, usando il veto come strumento di pressione bilaterale nei confronti di Kiev su questioni legate alla minoranza ungherese nella Transcarpazia.

La drammatizzazione di questa posizione ha raggiunto il culmine domenica 5 aprile, quando la polizia serba ha trovato del materiale esplosivo nei pressi del gasdotto Balkan Stream. Il premier ungherese ha convocato un “consiglio di difesa straordinario” e accusato l’Ucraina di aver tentato un sabotaggio per provocare una crisi energetica in Ungheria. Ma già l’indomani, i servizi segreti serbi hanno smentito un coinvolgimento di Kiev. Per il politologo Srđan Cvijić del Centro per la politica di sicurezza di Belgrado, si è trattato di una “operazione di false flag fallita miseramente”, un tentativo – mal coordinato tra Budapest e Belgrado – di creare un incidente da capitalizzare negli ultimi giorni di campagna.

L’internazionale sovranista

Orbán non è un fenomeno isolato. È, semmai, il fondatore e il punto di riferimento simbolico di una rete transnazionale di forze politiche che condividono un’agenda: sovranismo, anti-immigrazione, ostilità all’UE liberale, vicinanza a Mosca o quantomeno opposizione alla linea atlantica sulla guerra in Ucraina. In Europa: Salvini, Le Pen, Farage, l’AfD, Vox. Fuori dall’Europa: Trump, la Casa Bianca MAGA, e un insieme di relazioni con autocrati che va da Xi Jinping – che ha visitato Budapest più volte, e la cui BYD ha aperto uno stabilimento a Szeged – a Erdoğan, a Milorad Dodik, l’uomo forte della Republika Srpska, che negli ultimi otto anni ha trovato in Orbán un punto di contatto nell’Unione Europea e nella NATO, la persona che attivamente bloccava tutte le iniziative di sanzioni contro di lui.

La visita di Vance a Budapest il 7 aprile è il capitolo più clamoroso di questa rete. Si tratta della prima visita ufficiale di un vicepresidente americano in carica a Budapest. Il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó ha definito i rapporti tra Budapest e Washington una “nuova età dell’oro”. Non si è trattato solo di propaganda: durante la visita sono stati firmati accordi per un valore complessivo di 21 miliardi di dollari, che includono l’acquisto di petrolio americano da parte di MOL per 500 milioni, sistemi missilistici HIMARS per 700 milioni, e una cooperazione sui reattori nucleari modulari SMR fino a 20 miliardi, oltre ad accordi tecnologici con GE Healthcare e Microsoft. Un pacchetto che punta a diversificare le dipendenze energetiche e militari di Budapest, riducendo la percezione – accurata, ma scomoda – di un governo interamente allineato a Mosca.

In conferenza stampa, Vance ha dichiarato di voler “mandare un segnale ai burocrati di Bruxelles che hanno fatto di tutto per tenere a bada il popolo ungherese”, definendo Orbán “il leader più autorevole d’Europa in materia di sicurezza energetica”. Prima di Vance, anche il Segretario di Stato Marco Rubio si era recato a Budapest a metà febbraio, augurando “successo” al suo alleato ungherese. Washington, insomma, ha investito credibilità politica nella sopravvivenza di Orbán. Con esiti elettorali ancora incerti.

Magyar e la generazione che suona

Chi è Péter Magyar lo capisce già dal fatto che, fino al 2023, non lo conosceva quasi nessuno. Ex marito di Judit Varga, già ministro della Giustizia di Fidesz, Magyar era un funzionario di bassa visibilità nel sistema orbaniano. Poi, nel febbraio 2024, ha pubblicato una serie di messaggi vocali in cui la sua ex moglie descriveva pressioni governative nella gestione di un caso di abusi in una casa famiglia. Lo scandalo ha investito l’esecutivo, e Magyar ha scelto di non tornare indietro: ha fondato il partito Tisza (acronimo di Tisza István Szabad Magyar, ma anche nome del secondo grande fiume ungherese), si è presentato alle europee di giugno 2024 e ha ottenuto un risultato che ha sorpreso anche i suoi sostenitori.

Il programma di Magyar non è rivoluzionario nella sostanza: si posiziona su un asse conservatore-liberale, sostiene l’ancoraggio europeo dell’Ungheria, promette la restituzione dell’indipendenza a magistratura e media, e usa un linguaggio esplicitamente anti-corruzione. Non è un candidato di sinistra – il che spiega in parte perché sia riuscito a erodere il voto rurale di Fidesz in modo che i predecessori dell’opposizione non avevano mai ottenuto. La sua forza sta nell’ampiezza della coalizione che ha costruito: studenti universitari, professionisti urbani, ma anche famiglie della provincia che hanno scelto di cambiare dopo sedici anni.

La campagna elettorale ha assunto i tratti di un fenomeno generazionale. I concerti organizzati dai giovani sostenitori di Magyar a Budapest e nelle città di provincia hanno radunato decine di migliaia di persone – un tipo di mobilitazione politica che l’Ungheria non vedeva da tempo. In un paese in cui i media televisivi sono quasi interamente sotto il controllo di imprenditori legati al governo, la comunicazione attraverso i social network è diventata la principale arma dell’opposizione. Magyar ha capito questo prima degli altri, e lo ha usato sistematicamente. Il suo video di risposta alla visita di Vance – in cui ha chiesto rispettosamente al vicepresidente americano di non interferire nelle elezioni ungheresi – ha ottenuto una diffusione virale in tutta Europa, anche per la compostezza con cui affrontava un avversario enormemente più potente.

Il sistema e chi ci vive dentro

Per capire perché i sondaggi possano sbagliare, occorre tenere presente un elemento strutturale: il sistema elettorale ungherese è progettato per amplificare i vantaggi del partito di governo. La legge del 2011 ha ridotto il parlamento da 386 a 199 seggi, aumentando il peso proporzionale dei collegi uninominali – dove Fidesz domina nelle aree rurali – rispetto alle liste proporzionali. Nel 2022, con circa il 49% dei voti, Fidesz ha ottenuto il 68% dei seggi. La traduzione voti-seggi è fortemente distorta a favore di chi controlla il territorio.

A questo si aggiunge il voto della diaspora. Le minoranze ungheresi all’estero votano quasi compattamente per Fidesz, con percentuali superiori al 90%, garantendo tra 3 e 5 seggi supplementari a Budapest. In Romania, dove vivono oltre un milione di ungheresi, il sostegno a Orbán resiste nonostante la scelta, contestata, di appoggiare il candidato presidenziale nazionalista e anti-ungherese George Simion. In Serbia, in Ucraina, in Slovacchia, il voto degli ungheresi all’estero segue la stessa logica: lealtà identitaria che prevale sulle critiche politiche.

Sul piano interno, il sistema costruito in sedici anni ha modificato non solo le istituzioni ma i rapporti sociali. Chi lavora nel settore pubblico, nell’istruzione, nell’amministrazione locale sa che il dissenso ha un costo. Le università che si sono rifiutate di accettare i nuovi assetti di governance – come la Central European University di George Soros, trasferita da Budapest a Vienna nel 2019 – hanno pagato il prezzo dell’autonomia con l’esilio. Il sistema sanitario è cronicamente sottofinanziato. I salari reali, dopo anni di crescita, hanno subito l’impatto combinato dell’inflazione e della svalutazione del fiorino. È questa pressione economica quotidiana, più che qualsiasi considerazione astratta sullo Stato di diritto, ad aver spostato parte dell’elettorato.

Cosa guarda l’Europa

A Bruxelles, il voto ungherese del 12 aprile è atteso con l’intensità silenziosa di chi sa che il risultato cambierà le coordinate di molte decisioni in sospeso. Il congelamento dei fondi europei, l’ampliamento verso Ucraina e Moldova, le sanzioni a Mosca, il dibattito sullo Stato di diritto come condizione per l’accesso ai fondi strutturali: su tutti questi dossier, un’Ungheria di Magyar è un interlocutore completamente diverso da un’Ungheria di Orbán.

Secondo Adnan Čerimagić dell’European Stability Initiative, una sconfitta di Orbán avrebbe un effetto positivo sia nei Balcani che nel funzionamento interno dell’UE, con prospettive migliori per le politiche di allargamento verso Ucraina e Moldova. In Bosnia Erzegovina, dove Orbán ha trattato la Republika Srpska come un partner bilaterale, finanziando campagne di PR e promuovendo la stessa retorica anti-islam di Dodik , l’eventuale cambio di governo a Budapest toglierebbe a Milorad Dodik il suo principale avvocato nell’UE e nella NATO. In Serbia, il calcolo è più sfumato: Vučić ha cercato di aiutare Orbán attraverso il caso del gasdotto, ma l’azione era poco credibile e la propaganda serba non si è allineata a quella ungherese.

Due scenari

Se Orbán vince – e il sistema è costruito per moltiplicare anche una vittoria di misura – le conseguenze sono prevedibili: un quinto mandato con un’opposizione indebolita, la conferma del modello illiberale come alternativa praticabile all’interno dell’UE, il rafforzamento dell’asse Budapest-Washington-MAGA come polo di riferimento per la destra sovranista europea. L’UE sarà costretta a trovare accordi con un governo che non riconosce il primato dello Stato di diritto come condizione della partecipazione comunitaria. Il congelamento dei fondi potrebbe prolungarsi all’infinito, ma anche risolversi in un compromesso al ribasso. Mosca avrebbe confermato la sua capacità di tenere aperto un canale nel cuore dell’Europa.

Se Magyar vince, la partita non è automaticamente chiusa. Governare l’Ungheria dopo sedici anni di costruzione sistematica del potere orbaniano richiede non solo la maggioranza parlamentare, ma la capacità di smantellare strutture legali, regolamentari e amministrative che sono progettate per perpetuarsi. I media, i contratti pubblici, le nomine nelle imprese di Stato, la magistratura: ogni istituzione porta il segno di una trasformazione che non si inverte con una legge di bilancio. Magyar ha annunciato che cercherà una riconciliazione con Bruxelles, rilancerà l’accesso ai fondi congelati, e ridefinirà la posizione ungherese sulla guerra in Ucraina. Sono obiettivi plausibili, ma il percorso è lungo.

Quello che è già accaduto non si cancella. Orbán ha dimostrato che uno Stato membro dell’UE può smantellare sistematicamente l’architettura democratica liberale senza perdere l’appartenenza al blocco, può usare il veto come strumento di politica estera, può costruire una rete di potere che sopravvive ai cicli elettorali. Che vinca o perda, questa lezione – e i molti imitatori che ha ispirato da Varsavia a Bucarest, da Roma a Parigi – resterà.

Domenica 12 aprile, 8,1 milioni di ungheresi sono chiamati a decidere se quella lezione ha ancora un futuro, o se è giunto il momento di scriverne un’altra.

 

Ph.“L’Immagine in copertina è stata generata con intelligenza artificiale”

 


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