Dal nucleare all’IMEC, dai BRICS al petrolio: le vere ragioni della guerra in Iran che ridisegna l’ordine mondiale — e per cui l’Europa paga il conto più salato
Le guerre si capiscono raramente dalle giustificazioni ufficiali. Si capiscono guardando chi guadagna, chi perde, e cosa si costruisce sulle macerie. La guerra scatenata il 28 febbraio 2026 da Stati Uniti e Israele contro la Repubblica Islamica dell’Iran non fa eccezione. Il filosofo Marcello Veneziani, in un articolo pubblicato suPanoramail 23 marzo, ha posto la domanda che i governi si guardano bene dal rispondere: a che serve?
Non è una domanda retorica. Proviamo a risponderle, con i dati, con la storia, con la filosofia politica.
Il pretesto e la realtà
La mattina del 28 febbraio 2026, alle 9:40 ora locale, trenta ordigni israeliani colpiscono il complesso governativo di Teheran durante una riunione di vertice. Ali Khamenei, Guida Suprema dal 1989, muore sotto le macerie assieme al comandante dei Pasdaran, al ministro della Difesa e al consigliere per la sicurezza nazionale. Poche ore dopo, Donald Trump annuncia su Truth Social l’avvio dell'”Operation Epic Fury”: offensiva congiunta con Israele, dichiarato obiettivo la neutralizzazione delle capacità militari e nucleari iraniane.
La giustificazione ufficiale — fermare il nucleare di Teheran — non regge all’esame dei fatti. Le trattative sul programma atomico erano ancora in corso a Ginevra, mediate dall’Oman, quando i jet decollarono. Il 17 febbraio le due parti avevano raggiunto un’intesa su alcuni “principi guida”. Poi, l’attacco. Teheran ha ragione quando parla di “aggressione non provocata”: era seduta al tavolo quando le è stato sparato.
I motivi reali sono altri, e sono almeno tre.
Il vero movente: il corridoio che sfida Pechino
Il primo — e più sottovalutato dai media generalisti — è geopolitico-commerciale. Tre settimane prima del 7 ottobre 2023, al G20 di Nuova Delhi, India, USA, UAE, Arabia Saudita, Francia, Germania, Italia e Unione Europea avevano firmato l’accordo per l’India-Middle East-Europe Economic Corridor (IMEC): una rete di ferrovie, porti, cavi in fibra ottica e gasdotti che punta a collegare Mumbai all’Europa passando per il Golfo Persico, Israele, Cipro e la Grecia. Il progetto è esplicitamente concepito come alternativa al Belt and Road Initiative cinese — la Nuova Via della Seta con cui Pechino ha tessuto negli ultimi vent’anni una rete di dipendenza commerciale su tre continenti.
Trump lo ha definito “uno dei più grandi percorsi commerciali della storia”. Netanyahu, nel settembre 2024, aveva descritto l’IMEC come una “benedizione” e l’Iran come una “maledizione”. Le parole avevano un senso preciso.
L’Iran è l’ostacolo geografico e politico principale a questo disegno. Non perché stia fisicamente nel mezzo del tracciato, ma perché controlla lo Stretto di Hormuz, è il perno del corridoio concorrente INSTC (che collega India, Iran e Russia) ed è entrato nei BRICS con un peso strategico che va ben oltre la dimensione economica. Abbattere la potenza di Teheran significa assestare un colpo determinante all’intesa che stava maturando tra Iran, Cina e Russia — un’architettura di connettività multipolare alternativa a quella occidentale che Washington non può tollerare.
In un mondo dove le rotte commerciali sono potere, questa è anche una guerra contro i BRICS. Un Iran indebolito o riposizionato geopoliticamente è la condizione necessaria per costruire l’IMEC. Lo dicono, in forme diverse, l’Atlantic Council, il Carnegie Endowment e il Brookings Institution. Non lo dice nessun comunicato ufficiale.
Il piano che non ha funzionato: il popolo che non si è ribellato
La seconda premessa della guerra era che il popolo iraniano, liberato dalla Guida Suprema e galvanizzato dalle proteste del 2025, si sarebbe rivoltato. Secondo quanto riferito dalNew York Timessu fonti americane e israeliane, il capo del Mossad David Barnea aveva elaborato proprio su questo scenario un piano per fomentare l’opposizione interna e arrivare al rovesciamento degli ayatollah nelle prime settimane del conflitto. Al ventiquattresimo giorno, il piano era già fallito.
Non è una sorpresa per chi conosce la storia. I bombardamenti non dividono i popoli: li uniscono. L’Iran non è la Libia di Gheddafi né l’Iraq di Saddam. È una civiltà millenaria — dal Ciro il Grande agli ayatollah — con un senso identitario profondo e radicato, capace di assorbire ogni aggressione esterna trasformandola in coesione nazionale. La società civile iraniana esiste, è colta e anela a cambiamenti reali; ma sotto le bombe si stringe attorno a qualunque struttura statale che tenga in piedi il paese. È sempre andata così — da Mosca 1812 a Londra 1940, da Hanoi a Baghdad.
La distinzione che alcuni analisti operano tra questa guerra e l’Iraq del 2003 — qui si tratterebbe di “regime alteration” e non di “regime change”, modifica della leadership senza occupazione militare — non rassicura quanto sembra. Anche un’alterazione parziale del potere in un paese di 85 milioni di abitanti, con strutture istituzionali complesse e un esercito ancora operativo, genera vuoti che altri riempiono. Il Vietnam insegna che la superiorità aerea non vince da sola guerre di lungo respiro.
La voce del filosofo Cacciari e del saggista Rampini a confronto
Tra le voci intellettuali più nette, quella di Massimo Cacciari è stata la più filosoficamente radicale. In un’analisi pubblicata suLa Stampail 6 marzo, il filosofo veneziano ha smontato l’intera architettura retorica della “guerra giusta”: con il bombardamento dell’Iran è caduta anche l’ultima ipocrisia, quella che permetteva all’Occidente di presentare i propri interventi militari come missioni umanitarie o di sicurezza collettiva. Questa guerra è contro i BRICS e per il petrolio — e chi ancora sostiene il contrario sta semplicemente mentendo a se stesso o al proprio pubblico. Se i governi europei fossero davvero preoccupati per i diritti delle donne iraniane, ha osservato Cacciari, ne parlerebbero anzitutto con i propri alleati sauditi. L’ipocrisia è l’unico termine appropriato: si invoca la dignità femminile per legittimare un conflitto i cui primi beneficiari commerciali sono i petrodollari del Golfo.
Sul fronte opposto, Federico Rampini ha smontato il catastrofismo da terza guerra mondiale, a suo giudizio evocato con eccessiva frequenza senza mai concretizzarsi. Il fattore decisivo, per Rampini, è la sproporzione militare e diplomatica: Teheran è oggi più isolata che in passato, e i due attori teoricamente in grado di sostenerla — Russia e Cina — non hanno mostrato segnali di intervento diretto. Ha poi individuato una seconda guerra parallela, quella delle redazioni: uno scontro narrativo che si combatte nel modo in cui gli eventi vengono selezionati e raccontati, e che Washington — secondo lui — sta perdendo su tutti i fronti mediatici occidentali.
Entrambe le analisi colgono qualcosa di vero. Cacciari vede la deriva strutturale — la legge del più forte che soppianta il diritto internazionale. Rampini vede la contingenza — una guerra limitata, asimmetrica, senza truppe a terra, diversa dall’Iraq. Le due letture non si escludono: una guerra circoscritta può avere conseguenze sistemiche illimitate.
Hormuz: quando la geografia batte la tecnologia
La risposta iraniana ha trasformato il conflitto bilaterale in una crisi dell’economia globale. I Pasdaran annunciano la chiusura dello Stretto di Hormuz al traffico “ostile” nella serata del 28 febbraio. Attraverso quel corridoio largo 39 chilometri passa il 20% del commercio petrolifero mondiale e una quota analoga del gas naturale liquefatto. Il traffico crolla del 40-50% in poche ore. Circa 150 petroliere gettano l’ancora nel Golfo. Le compagnie di navigazione dirottano le rotte verso il Capo di Buona Speranza, allungando le consegne di settimane.
I pianificatori militari americani si preparavano a questo scenario da decenni. Eppure la guerra ha dimostrato sia la capacità effettiva dell’Iran di strangolare lo Stretto, sia l’estrema difficoltà di indebolirne il controllo con la potenza aerea. La conformazione geografica fa il resto: basta la minaccia perché le assicurazioni sui noli crescano e le navi si fermino. La superiorità tecnologica di USA e Israele si infrange su una realtà elementare che nessuna bomba intelligente sa risolvere: la geografia non si bombarda.
Il 27 marzo Trump ha annunciato una sospensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane per dieci giorni, dichiarando che i negoziati “procedono bene”. Teheran ha posto sei condizioni per la pace, tra cui la garanzia scritta di non-aggressione futura e un nuovo regime giuridico per Hormuz. I negoziati proseguono a Mascat. L’esito è incerto.
Chi guadagna: il paradosso russo e quello americano
La guerra punisce l’Europa e i paesi occidentali importatori netti. I produttori che restano fuori dal conflitto incassano. Mosca, in particolare, beneficia in modo strutturale: le sanzioni energetiche occidentali l’avevano penalizzata, ma ora India e Cina hanno forti incentivi ad aumentare le importazioni di petrolio russo come alternativa al greggio del Golfo, bloccato o a rischio. Trump ha addirittura annunciato una parziale revoca delle sanzioni contro il petrolio russo per abbassare i prezzi mondiali saliti sullo sfondo della guerra. Paradosso geopolitico di prima grandezza: la guerra contro un avversario regionale finisce per rafforzare il principale avversario strategico.
Esiste poi il paradosso americano, mai dichiarato: gli Stati Uniti sono oggi il primo produttore mondiale di petrolio e gas. Un rialzo moderato dei prezzi energetici avvantaggia l’industria estrattiva di Texas e North Dakota. Washington ha dunque un incentivo strutturale — ancorché mai ammesso pubblicamente — a non risolvere la crisi troppo rapidamente.
Il petrolio iraniano intanto continua a scorrere, attraverso i canali che Teheran definisce “non ostili”. La Cina, che acquista tra l’80 e il 90% dell’export energetico iraniano, non ha interrotto i flussi. I BRICS non si spezzano sotto la pressione militare: si ricompattano.
La dimensione messianica: libertà a cadenza di bomba
C’è una dimensione che i think tank faticano a modellare: quella religiosa e provvidenziale. Trump, rivolgendosi agli iraniani il 1° marzo, ha detto che “l’ora della libertà è vicina”. Netanyahu inquadra il conflitto come parte di un progetto di sicurezza esistenziale per Israele — un mandato storico che trascende la geopolitica ordinaria. L’obiettivo dichiarato è trasformare il Medio Oriente in una “immensa Dubai”, con Israele libera da ogni vincolo iraniano.
È il linguaggio di Bush dopo Baghdad, di Wilson dopo il 1918: la certezza che la propria forma di civiltà sia universalmente desiderabile e che le bombe possano consegnarla. C’è qualcosa di schiettamente messianico, nella tradizione politica americana, nell’idea di “liberare” i popoli dall’alto dei propri cacciabombardieri.
Le bombe, però, non costruiscono istituzioni. E la storia del Medio Oriente dal 2001 ad oggi è la prova più eloquente di questo fatto elementare. L’Iraq dopo Saddam è diventato — con ironia crudele — un paese in larga parte filoiraniano: l’intervento pensato per indebolire Teheran l’ha enormemente rafforzata nella regione. La Libia è uno Stato fallito. L’Afghanistan è tornato ai talebani dopo vent’anni e migliaia di miliardi di dollari. Il pattern si ripete perché la premessa di fondo è sbagliata: le istituzioni non si importano, si costruiscono dall’interno, in tempi lunghi, in condizioni che nessuna occupazione militare riesce a creare.
Cosa cambia per l’Europa
L’Europa è, in questa guerra, la grande assente e la grande vittima. Non ha partecipato alla decisione, non è stata consultata, eppure paga il conto più salato. Le riserve di gas continentali si assottigliano. Goldman Sachs stima che un blocco di Hormuz protratto per più di un mese farebbe più che raddoppiare i prezzi del gas naturale in Europa. Le previsioni di crescita dell’area euro per il 2026 sono già state tagliate.
Oltre alla crisi energetica immediata, c’è la perdita di prospettiva di lungo periodo. L’IMEC — che avrebbe potuto fare di Trieste, Genova e Marsiglia terminali naturali di un corridoio capace di ridurre la dipendenza cinese — è congelato. Il segmento marittimo orientale del progetto transita necessariamente per Hormuz, oggi inagibile. Quello ferroviario dipende da una normalizzazione israelo-saudita che si allontana ogni giorno che la guerra continua.
Il risultato è che l’Europa rischia di perdere su tutti i fronti contemporaneamente: paga la crisi energetica immediata, vede congelarsi l’unica alternativa strategica alla dipendenza cinese, assiste impotente alla riorganizzazione geopolitica di un’area da cui dipende per oltre il 30% del proprio fabbisogno energetico e non ha voce in capitolo né a Mascat né a Washington.
Cacciari aveva scritto che l’Europa è un continente “quasi decrepito, senza idee né utopie, che sulle grandi questioni internazionali non conta nulla”. Il giudizio è duro. Ma i fatti di queste settimane non offrono argomenti convincenti per contraddirlo.
Conclusione: la guerra calcolatamente irrazionale
Veneziani parla di “calcolata irrazionalità”. È la definizione più precisa disponibile. Questa guerra è razionale per chi ne beneficia settorialmente — l’industria bellica, il settore energetico americano, i promotori dell’IMEC, Netanyahu in cerca di sopravvivenza politica, Mosca che incassa sulle quotazioni del greggio. Ed è irrazionale per il sistema internazionale nel suo insieme.
Millenni di progresso tecnologico si arenano su un imbuto di mare largo 39 chilometri. L’Iran tiene. Non perché il suo regime sia amato — non lo è, e non lo è mai stato. Ma perché è un paese, con una storia, con un territorio, con una popolazione che non si consegna spontaneamente a chi la bombarda. I precedenti lo dicono da vent’anni. Non bastano, evidentemente, perché la memoria storica è sempre la prima vittima delle guerre preventive.
Quel che è certo è che questo conflitto ridisegnerà l’ordine mondiale in modo irreversibile, qualunque ne sia l’esito militare. Se l’Iran cederà alle trattative, chi gestirà il dopo? Se resisterà, cosa rimane del progetto IMEC e della deterrenza americana nel Golfo? Se il prezzo dell’energia resterà alto, chi pagherà — in Europa — le conseguenze di una scelta non chiesta e non condivisa?
Le risposte oneste non si possono dire in pubblico. Ma le domande vanno poste ugualmente.
Ore 9:40 locali. Op. “Ruggito del Leone” (Israele) + “Operation Epic Fury” (USA). Preceduta dalla “Guerra dei 12 giorni” del giugno 2025.
Morti accertati in Iran (ONG HRANA)
Feriti e sfollati
Dato ufficiale al 10 marzo (vice-min. Salute Ali Jafarian). 300 strutture sanitarie danneggiate. 9.700 siti civili colpiti, tra cui 8.000 abitazioni (fonte: ambasciatore iraniano all’ONU).
Stretto di Hormuz Chiuso al traffico ostile dal 28/2. Traffico calato del 40–50%. Iran: “aperto ai paesi non ostili” (Araghchi, 25 marzo)
Soldato franceseMorto il 13 marzo (base Mala Qara, Kurdistan iracheno)
Crisi energetica — Stretto di Hormuz
Raffineria Ras Tanura(Arabia Saudita)Colpita da droni iraniani. Primo complesso petrolifero mondiale per capacità
Posizioni internazionali
Foto in copertina: Attacchi aerei su un deposito di petrolio a Teheran il 7 marzo 2026. SASAN | Getty Images
