Due mesi di Operation Epic Fury: Hormuz bloccato, Israele sotto pressione, Italia a rischio stagflazione e il mondo che cambia
28 aprile 2026.Mentre i negoziatori americani annullano il volo verso Islamabad eTeheranrespinge ogni proposta di accordo separato che escluda il dossier nucleare, il prezzo delBrentsupera i 110 dollari al barile e gliEmirati Arabi Uniticomunicano la propria uscita dall’OPEC, effettiva dal 1° maggio. Tre notizie in una mattinata. Tre segnali che la guerra iniziata il28 febbraio 2026con l’Operazione Epic Furyha già cambiato la geopolitica dell’energia, prima ancora di avere un epilogo militare.
Due mesi esatti di conflitto: è il momento di fare i conti.
I. Il bilancio militare: cosa ha ottenuto “Operation Epic Fury”
Alle prime ore del mattino del28 febbraio 2026, le forze aeree americane e israeliane hanno lanciato quasi900 strikes in 12 orecontro Iran, colpendo sistemi missilistici, difese aeree, infrastrutture militari e – con una precisione che ha sorpreso gli stessi analisti di intelligence – la leadership politica e militare del regime.Ali Khamenei, Guida Suprema della Repubblica Islamica da 34 anni, è stato ucciso il giorno stesso dell’attacco. Con lui sono morti ilministro della Difesa Aziz Nasirzadeh, il capo di stato maggioreAbdolrahim Mousavi, quattro alti dirigenti del Ministero dell’Intelligence e decine di altri funzionari di rango. Quello che laCIAe ilMossadavevano preparato per mesi era essenzialmente un’operazione di decapitazione di regime su scala senza precedenti.
Secondo i dati pubblicati dall’IDF, nel corso dei combattimenti laIsraeli Air Forceha effettuato oltre10.800 strikes su più di 4.000 obiettivi, sganciando più di18.000 bombe. Il colonnello dellaRAND CorporationJim Lamson ha definito i risultati operativi “impressionanti su base tattica”, aggiungendo però che “rimane incerto e dubbio se i costi strategici, diplomatici, militari, politici ed economici siano stati ripagati dai benefici ottenuti finora”.
Il prezzo pagato dalla controparte è stato alto. I missili e i droni iraniani –oltre 90 attacchi contro Israelenelle prime cinque giornate, secondoACLED– hanno colpito edifici residenziali nell’area diTel AviveGerusalemmecon l’esplicito obiettivo di massimizzare l’impatto psicologico sulla popolazione civile. La 21ª vittima israeliana della guerra è stataNesya Karadi, una bambina di 11 anni di Bnei Brak, deceduta il 19 aprile per le ferite riportate da un bomblet di un missile a grappolo il 1° aprile. Il costo della guerra per Israele è stimato dalMinistero delle Finanze israelianoin circa11,5 miliardi di dollari, di cui 22 miliardi di shekel in spese militari e 12 miliardi di shekel in piani di compensazione per i danni subiti da aziende e famiglie.
Il regime è ancora al potere. Il figlio di Khamenei,Mojtaba, è stato designato successore. L’IRGC– Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica – tiene il controllo. Il programma nucleare è formalmente sospeso nelle verifiche ma intatto nella sostanza: l’IAEAnon può più accedere agli impianti colpiti e ha perso la capacità di verificare lo stato delle riserve diuranio arricchito, che prima del conflitto ammontavano a oltre11 tonnellate, con mezzo milione di chilogrammi a purezza quasi da bomba – abbastanza, secondo gli esperti, per costruire fino a100 testate nucleari.Hezbollahha combattuto meglio del previsto, resistendo con una tenacia che ha sorpresoTel Aviv, e ha rifiutato qualsiasi proposta di disarmo. La guerra in Libano, che ha già causato più di2.500 mortitra civili e combattenti, è entrata in una tregua di 10 giorni a partire dal17 aprile, ma rimane una brace accesa.
II. Israele: vittoria tattica, incertezza strategica
Benjamin Netanyahuha celebrato la guerra come “un’immensa vittoria”. I numeri tattici gli danno ragione in parte. MaForeign Policye ilCarnegie Endowmentconvergono su una valutazione più sobria: le tre gambe su cui poggia la potenza israeliana –capacità militare, resilienza economica e alleanza con gli Stati Uniti– mostrano tutte e tre segni di usura.
Sulfronte militare, Israele ha bruciato una quantità enorme di intercettori costosi e difficili da rimpiazzare. Ildebito pubblicoisraeliano è passato da circa il60% del PILpre-guerra a un proiettato70,5% a fine 2026, conNetanyahuche promette altri 116 miliardi di dollari di investimenti nella difesa nel prossimo decennio. L’economiaha retto grazie a deficit di bilancio, non grazie a robustezza strutturale. Le scuole sono rimaste chiuse per settimane, il settore privato ha funzionato a singhiozzo. La popolazione civile ha vissuto sotto la minaccia costante di missili balistici e droni.
Sulfronte strategico, gli obiettivi dichiarati all’avvio della guerra –regime change, denuclearizzazione, smantellamento delle capacità missilistiche iraniane– sono stati conseguiti solo parzialmente. Il regime ha cambiato guida ma non natura. Il programma nucleare è fuori dal controllo internazionale.Hezbollahè sotto pressione ma non sconfitto. Come ha scrittoForeign Policy, “Netanyahu dice che la strada verso la pace è lunga e che ci sono ancora obiettivi da completare, o con l’accordo o con la ripresa dei combattimenti”: non è esattamente il linguaggio della vittoria.
III. La crisi energetica: il più grande shock dal 1973
LoStretto di Hormuz– 33 chilometri nel punto più stretto, tra le coste iraniane e quelle dell’Oman – è il collo di bottiglia attraverso cui passa circa il20% del commercio mondiale di petrolio greggioe una quota analoga diGNL(gas naturale liquefatto). Quando l’Iran lo ha chiuso nella prima settimana di marzo 2026, il mondo ha avuto un assaggio di cosa significherebbe perdere quella via d’acqua per un tempo prolungato.
Il18 marzo, Iran ha colpito il complessoRas Laffanin Qatar – il più grande impianto di esportazione di GNL al mondo – causando una riduzione del17% della capacità produttivaqatariana, con danni stimati in3-5 anniper la piena riparazione. I prezzi spot del GNL in Asia sono saliti di oltre il140%. Le compagnie di navigazione hanno deviato verso la rotta delCapo di Buona Speranza, aggiungendo settimane di viaggio e costi enormi. GliHouthi yemeniti, entrati ufficialmente in guerra il28 marzo, hanno riaperto il fronte delMar Rossoe delGolfo di Aden, rendendo anche la rotta delCanale di Suezpercorribile solo con scorte militari.
LaBanca Mondiale, nel suo ultimoCommodity Markets Outlookpubblicato oggi, prevede un aumento del24% dei prezzi energetici globalinel 2026 – il più grande shock dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. IlBrentdovrebbe attestarsi in media a86 dollari al barilenell’anno, ma potrebbe raggiungere i115 dollariin uno scenario di escalation. IlFondo Monetario Internazionaleha tagliato le previsioni di crescita globale al3,1%(dal precedente 3,3%) e quelle per la zona euro all’1,1%(dal 1,4%), con l’inflazione globale attesa al4,4%.
GliStati Unitisono l’unica grande economia relativamente protetta: con una produzione interna di petrolio e gas che li rende quasi autosufficienti, le esportazioni americane di greggio e derivati hanno toccato i12,9 milioni di barili al giornonell’aprile 2026, un record. Il prezzo alla pompa è salito a4 dollari al galloneentro il 31 marzo, con rialzi quotidiani da 5-10 centesimi nelle settimane più calde del conflitto. Ma rispetto al resto del mondo, Washington ha incassato un vantaggio netto dalla crisi che ha generato.
IV. L’addio degli Emirati all’OPEC: la storia di un cartello che si sgretola
Per capire la portata di quello che è accaduto questa mattina bisogna tornare indietro alsettembre 1960, quando cinque paesi –Iran, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita e Venezuela– fondarono a Baghdad l’OPEC, l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio. L’obiettivo era semplice e rivoluzionario: coordinare le politiche di produzione per stabilizzare i prezzi e sottrarre il controllo delle risorse energetiche alle grandi compagnie petrolifere occidentali – le famose “Sette Sorelle” – che fino ad allora avevano dettato legge.
IlQatarera entrato nel 1961, laLibianel 1962, gliEmirati Arabi Uniti– allora ancoraAbu Dhabi– nel1967, quattro anni prima della formazione della federazione emiratina. Nei decenni successivi, l’OPEC si era allargata fino a 13 membri, diventando il simbolo della capacità dei paesi produttori di gestire collettivamente la propria rendita petrolifera. Il punto di massima influenza fu l’embargo del 1973, quando i paesi arabidell’OPEC interruppero le forniture agli Stati Uniti e all’Occidentein risposta al sostegno americano a Israele nella guerra del Kippur: il prezzo del petrolio quadruplicò in pochi mesi, cambiando per sempre la geopolitica energetica globale.
Con l’inizio del XXI secolo, però, l’OPEC cominciò a perdere presa. Larivoluzione dello shale gasamericano, esplosa tra il 2010 e il 2015, rese gliUSAil maggiore produttore mondiale di petrolio, fuori dall’orbita del cartello. Per recuperare influenza, nel2016nacque il formatoOPEC+, che aggiunse ai 13 membri originari altri 10 paesi non-OPEC, tra cui laRussia, ilMessicoe l’Oman, coordinandone le politiche di produzione. Fu una mossa efficace: permettendo di controllare una quota maggiore della produzione mondiale, l’OPEC+ riuscì per anni a tenere i prezzi in un corridoio ragionevole. Ma le tensioni interne non mancarono mai: ilQataraveva già lasciato il cartello nel2019, l’Angolanel2024, entrambi frustrati da quote di produzione ritenute penalizzanti rispetto al proprio potenziale.
GliEmiraticovavano la stessa insoddisfazione da tempo. La loro compagnia nazionale,ADNOC, aveva investito miliardi per portare la capacità produttiva a quasi4,9 milioni di barili al giorno, con l’obiettivo di raggiungere i5 milioni entro il 2027. Ma i vincoli OPEC li costringevano a produrre molto al di sotto di questa soglia. Uscire dal cartello significa – non appena loStretto di Hormuzriapre – poter aumentare la produzione alle proprie condizioni, senza dover negoziare quote conRiyadho chiedere permesso aMosca.
Il ministro dell’Energia emiratinoSuhail Mohamed al-Mazroueiha dichiarato che la decisione è stata presa “a seguito di una revisione attenta delle politiche attuali e future legate ai livelli di produzione” e che il paese intende “agire responsabilmente, portando capacità aggiuntiva al mercato in modo graduale e misurato”. L’analista diRystad EnergyJorge Leon ha avvertito che “mentre gli effetti nel breve termine potrebbero essere attenuati dalle perturbazioni in corso nello Stretto di Hormuz, l’implicazione a lungo termine è un OPEC strutturalmente più debole”.
Chi ci guadagnanell’immediato sono le major americane:ExxonMobilopera in joint venture conADNOCe detiene il 20% della propria capacità produttiva globale negliEmirati e in Qatar.Occidental Petroleumpossiede blocchi esplorativi per circa2,5 milioni di acrinegli Emirati. La mossa è anche, politicamente,un regaloaTrump, che da anni accusa l’OPEC di “fregare il resto del mondo” gonfiando artificialmente i prezzi.
V. Le trattative di pace: un accordo “FAR BETTER” che non arriva
Il28 febbraio 2026gli strikes americani e israeliani partirono mentre erano in corso negoziati indiretti traWashingtoneTeheransul programma nucleare.Trumpli definì “insufficienti”. Da quel momento, costruire un accordo è diventato il problema più difficile sul tavolo della diplomazia mondiale.
Il termine di paragone – obbligato, scomodo – è ilJCPOA del 2015: 160 pagine di testo, cinque annessi tecnici, quasi due anni di trattative condotte da un team che includeva ildirettore Iran della CIA, ilsegretario all’Energia(esperto di fisica nucleare), decine di ingegneri e specialisti in non-proliferazione. Il capo negoziatore americano conosceva ogni dettaglio dell’architettura del programma nucleare iraniano. Quell’accordo impose aTehrandi spedire il97% del proprio materiale nuclearefuori dal paese (principalmente in Russia), di ridurre l’arricchimento al3,67%– livello da combustibile per reattori, molto al di sotto del livello da bomba – e di accettare ispezioni continue dell’IAEA.
Trumplo aveva strappato nel2018, definendolo una “strada garantita verso l’arma nucleare”. Quello che seguì fu il contrario di quanto promesso: senza l’accordo, l’Iran ha arricchito uranio a velocità record, accumulando le11 tonnellate di riserveche oggi costituiscono il problema principale. OraTrumppromette qualcosa di “FAR BETTER”. Ma il suo team negoziale –Steve Witkoff, il generoJared Kushnere il vicepresidenteJD Vance– ha imparato il mestiere nel mercato immobiliare diNew York, non nelle stanze dell’Atomic Energy Commission. Di contro, il ministro degli Esteri iranianoAbbas Araghchiera il vice-negoziatore del JCPOA e conosce ogni centimetro tecnico del dossier nucleare.
Lecondizioni iranianeattuali sono chiare:Tehrannon cederà lo stock di uranio arricchito e non sospenderà l’arricchimento in modo indefinito. In aprile ha aperto uno spiraglio, dichiarandosi disposta a negoziare “livelli e quantità” dell’arricchimento – ma solo nell’ambito di un accordo complessivo che includa lafine del conflitto, larevoca delle sanzionie lariaperturadelloStretto di Hormuzin cambio dello smantellamento delblocco navale americanoattivo dal13 aprile. Washington ha risposto chiedendo la riapertura immediata e totale dello Stretto come precondizione per qualsiasi trattativa. Il nodo è circolare e per ora insolubile.
In questo quadro stagnante,Tehranha anche ventilato l’ipotesi di introdurre pedaggi per il transito commerciale nelloStretto di Hormuz– un precedente giuridicamente esplosivo che trasformerebbe un corridoio internazionale in una risorsa di rendita iraniana, con implicazioni per il diritto marittimo globale difficili da calcolare.
VI. Le midterm USA: la guerra come scommessa elettorale
Donald Trumpsa che la storia americana penalizza i presidenti quando i consumatori sentono la guerra sul portafogli. La benzina a4 dollari al gallone– toccata il31 marzo– è la soglia psicologica oltre la quale gli elettori americani diventano irrequieti. Con leelezioni di midterm del novembre 2026che si avvicinano, l’agenda è semplice: un accordo cheriapraloStretto, facciascendere i prezzi alla pompae permetta aTrumpdidichiarare vittoriaprima dell’autunno. La finestra temporale si stringe. Ogni settimana di stallo aggiunge pressione politica interna, anche tra i repubblicani delMidweste delSun Beltche siedono nei seggi più contesi.
Il paradosso americano è reale: gliUSAsono l’unica grande economia sostanzialmente protetta dalla crisi energetica che hanno scatenato, ma i consumatori pagano comunque alla pompa, ela correlazione tra prezzi del carburante e umore elettorale è una delle costanti più affidabili della politica americana.Questa guerra, militarmente vincente nei suoi obiettivi tattici, rischia di trasformarsi in sconfitta elettorale se non produce un accordo credibile entro l’estate.
VII. Il mondo arabo: fratture e riallineamenti
La guerra ha incrinato la facciata di coesione delGolfo. L’Arabia Saudita– colpita da attacchi iraniani, costretta a riorientare i propri voli commerciali, e ora abbandonata dal suo terzo produttore OPEC – esce indebolita dal conflitto, anche se non ha partecipato direttamente alle ostilità. IlQatarha subito il danno materiale più grave con l’attacco aRas Laffan, e le sue esportazioni di GNL resteranno ridotte per anni. GliHouthiyemeniti, rientrati in guerra il28 marzo, hanno riportato ilMar Rossoin una zona di conflitto attivo, con effetti devastanti sulle rotte commerciali tra Asia, Africa e Europa.
Il grande riposizionamento è quello emiratino.Abu Dhabisi stacca dall’orbita diRiyadh, consolida la propria indipendenza produttiva, si avvicina aWashingtonattraverso i legami conExxonMobileOccidental. Non è solo una scelta economica: è una dichiarazione di autonomia strategica in un momento in cui l’ordine regionale si sta ridisegnando.
VIII. L’Italia nel mezzo della tempesta
Raramente la geopolitica si trasforma in bolletta così velocemente come in Italia. Il paese è strutturalmente più esposto diFranciaeGermaniaalla volatilità del gas importato, con una quota della generazione elettrica ancora dipendente dalgas naturalesuperiore alla media europea. I dati sono precisi e impietosi.
Confindustriaha calcolato che, nello scenario ottimistico (conflitto concluso entro giugno, petrolio medio a110 dollari al barile), le imprese manifatturiere italiane affronteranno circa7 miliardi di eurodi costi aggiuntivi rispetto al 2025. Se la guerra si prolungasse fino a fine anno, con il petrolio che sale a140 dollari al barile, il conto salirebbe a21 miliardi di euro, portando i costi energetici al7,6% dei costi totali di produzione– vicinissimo ai livelli critici toccati nel2022(8,3%) durante lo shock energetico russo.
L’OCSE, nel suo ultimo rapporto sull’Italia pubblicato il 24 aprile, ha tagliato le previsioni di crescita delPIL italianoallo0,4% nel 2026e allo0,6% nel 2027. LaBCEha avvertito che un conflitto prolungato spingerebbe le economie più dipendenti dall’energia, Italia inclusa, verso unarecessione tecnica entro fine 2026. I prezzi all’ingrosso dell’elettricità restano del3% superioriai valori pre-guerra, mentre gli equivalenti francesi e tedeschi sono già scesi. I contratti a termine sull’elettricità per il mese successivo segnano ancora una sovrapperformance negativa rispetto ai partner europei, a riprova di una struttura produttiva che non ha ancora trovato alternative credibili al gas del Golfo.
Giorgia Meloniha partecipato al Vertice UE aCiproil23 aprile, sostenendo le sanzioni alla Russia e la linea atlantica sul conflitto iraniano, ma portando a Nicosia il problema di un paese che ha bisogno di energia e fatica a trovare sostituti all’altezza. Il CEO diENI,Claudio Descalzi, ha chiesto pubblicamente all’Europa di “ripensare il phase-out del gas russo”, segnalando l’impossibilità di rimpiazzare i circa20 miliardi di metri cubidi GNL russo nel breve periodo. Il rischio più grande per l’Italia è quello che gli analisti di intelligence italiani hanno esplicitato in documenti interni: se gliHouthiintensificano le operazioni nelGolfo di Aden, ilCanale di Suezpotrebbe diventare di fatto impraticabile per le navi commerciali, e l’Italia – con la sua posizione di cuore delMediterraneo Orientalee le sue relazioni privilegiate con i paesi nordafricani – si troverebbe al centro di un arco di instabilità che va dalloStretto di HormuzalGolfo di Adenfino alle coste di fronte aLampedusa.
IX. Scenari: tre vie d’uscita
Nelmigliore degli scenari, un accordo parziale entro giugno – che non risolve il nodo nucleare ma garantisce la riapertura delloStrettoe una tregua duratura in Libano – permette agliEmiratidi aumentare gradualmente la produzione, fa scendere ilBrentsotto i 90 dollari, consente aTrumpdi andare allemidtermcon la narrativa della vittoria e riduce la pressione sulle industrie energivore europee. Il segnale da monitorare: progressi concreti nei colloqui mediati dalPakistanentro la prima settimana di maggio.
Nelloscenario probabile, la tregua regge ma loStrettorimane in doppio blocco fino all’estate. Le trattative procedono a singhiozzo, senza un accordo nucleare vero. L’OPECsi indebolisce ulteriormente ma non implode. L’Italiae l’Europaentrano in una fase di stagflazione soft, con crescita anemica e inflazione persistente.Trumparriva allemidtermcon risultati militari difendibili ma senza l’accordo “FAR BETTER” promesso.
Nelpeggiore degli scenari, una nuova escalation degliHouthinelMar Rosso, un attacco ulteriore alle infrastrutture qatariane o saudite, o il crollo della tregua in Libano riapre il conflitto su scala allargata. IlBrentsale verso i140 dollari, le economie europee più esposte –ItaliaeGermaniain testa – scivolano in recessione tecnica, la pressione politica interna si fa insostenibile perMelonia Roma e perTrumpa Washington. In quel caso, la guerra che aveva promesso di finire in settimane potrebbe diventare il conflitto che determina le sorti di entrambi.
LoStretto di Hormuzè largo 33 chilometri. Il mondo, si scopre, è molto più stretto.
Fonti:Wikipedia/2026 Iran War, Britannica, Carnegie Endowment for International Peace, Foreign Policy, Times of Israel, Al Jazeera, ACLED, World BankCommodity Markets Outlook(28 aprile 2026), IMF World Economic Outlook (aprile 2026), Euronews/Euronews Business, The National, NBC News, Motley Fool, Gulf News, Irish Times, Bloomberg, Confindustria/Congiuntura Flash(aprile 2026), OCSE/Economic Survey of Italy(aprile 2026), Washington Times, House of Commons Library, ANSA/AMAN
