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Libano 2026: guerra, occupazione israeliana e la diplomazia impossibile

Libano 2026 guerra, occupazione israeliana e la diplomazia impossibile – ilcosmopolitico.com

Dal Litani al Consiglio di Sicurezza: come il conflitto regionale sta distruggendo un Paese già fragile

Il 28 febbraio 2026, un carro armato Merkava dell’IDF attraversa il valico di Metula, nel nord di Israele. Non per la prima volta: ma questa volta non tornerà indietro. Quel giorno,Israele e gli Stati Uniti lanciano la guerra contro l’Iran, assassinando illeader supremo Ali Khamenei. Il Libano – Paese già a pezzi, già impoverito, già dilaniato dalla sua architettura confessionale – non era nel mirino. Ma lageografia, in Medio Oriente, ha sempre l’ultima parola.

Due giorni dopo, il 2 marzo, Hezbollah riprende i lanci di razzi verso Israele– la prima volta dalla tregua del novembre 2024 – colpendo un sito didifesa missilisticanei pressi di Haifa. La risposta israeliana è immediata: jet dell’aviazionebombardano Beirut alle tre di notte, mentre il comando militare diramaordini di evacuazioneper cinquanta villaggi del sud del Libano e della Valle della Beqaa. Il 16 marzo iniziano le operazioni di terra:cinque divisioni corazzate vengono schierate nel sud del Paese, lo stesso numero impiegato a Gaza nel momento di massima intensità di quel conflitto. Quello che era cominciato come un confronto regionale tra Washington-Tel Aviv e Teheran si è trasformato, nel giro di settimane, in unanuova guerra del Libano– la quarta in meno di mezzo secolo.

Dal punto di vista di Tel Aviv, la logica è lineare. Israele sta costruendo quella che chiama una“zona cuscinetto”nel sud del Libano, nell’ambito di unanuova dottrina difensivache dopo il 7 ottobre 2023 privilegia laprofondità territorialerispetto alla prevenzione intelligence. Il ministro della difesa Israel Katz ha esplicitato la politica:“Dove ci sono terroristi e missili, non ci sono case né residenti, e l’IDF controllerà la zona di sicurezza fino al fiume Litani.”Il ministro delle finanzeBezalel Smotrich– voce dell’ultradestra nella coalizione di governo – ha apertamente invocato l’annessione dei territori fino al Litani, mentrelo stesso Katz ha dichiarato che Israele demolirà i villaggi di confine libanesie occuperà il sud fino al fiume.

Israele ha una lunga storia di invasioni del Libano meridionale. Negli anni Ottanta vi occupò il Paese per combattere le milizie palestinesi, chiamando quell’occupazione “zona di sicurezza” – ed è precisamente la formula ora riproposta. Ciò che è cambiato è lasistematicità della distruzione.Israele rende pubbliche le demolizioni controllate nei 55 villaggi del sud ora sotto occupazione IDF, diffondendo video sui propri canali social che mostrano interi quartieri polverizzati in pochi secondi. Non c’è una colonizzazione civile – nessun insediamento israeliano è stato costruito – ma c’è qualcosa di altrettanto permanente: una terra rasa al suolo, con iponti sul Litani distrutti, le strade demolite, le moschee bruciate.Le autorità libanesi stimano circa62.000 abitazionidanneggiate o distrutte dal solo inizio di marzo. Un vuoto demografico progettato.

Il costo umano è già catastrofico

Dall’inizio del conflitto,gli attacchi israeliani hanno ucciso oltre2.600 libanesie costretto più di1,2 milioni di personead abbandonare le proprie case. L’esercito israeliano haordinato ai civili di spostarsi a nord del fiume Zahrani– una zona che comprende tra il15 e il 20 per cento del territorio nazionalelibanese. Si tratta del più grande e rapido esodo nella storia contemporanea del Libano.Più di 600.000 residenti che hanno già abbandonato il sud saranno “completamente vietati a sud del Litani”finché, secondo le parole dello stesso Katz, “la sicurezza dei residenti del nord di Israele non sarà garantita” – un orizzonte temporaledeliberatamente indefinito. Le organizzazioni umanitarie segnalano violazioni sistematiche deldiritto internazionale umanitario:un gruppo di esperti nominati dall’ONU ha scritto che gli ordini di evacuazione generalizzati e la distruzione delle abitazioni sono coerenti con le azioni di Israele a Gaza.L’uso di bombe alfosforo bianco– vietato dal diritto internazionale – è documentato a Yohmor.

Un mosaico confessionale sotto pressione

Per capire perché il governo libanese sia così debole di fronte alla crisi, occorre capire come è costruito lo Stato libanese – o meglio, come non è costruito.Il Libano riconosce 18 diverse confessioni religiose: circa il55% della popolazione è musulmana(27% sciita, 27% sunnita, con alawiti e ismaeliti), il40,5% cristiana(con i Maroniti come gruppo maggioritario), e il4,5% drusa. Ilsistema confessionale– formalizzato con il Patto nazionale del 1943 e riformulato dall’Accordo di Ta’if del 1989– riserva lapresidenza della Repubblica a un cristiano maronita, lapresidenza del Consiglio a un musulmano sunnita, e lapresidenza del Parlamento a uno sciita.

In questo schema,Joseph Aoun– presidente maronita, già comandante dell’esercito, eletto nel gennaio 2025 con 99 voti su 128 dopo anni di paralisi istituzionale – e il premier sunnitaNawaf Salamgovernano una coalizione fragile, esposta alla pressione costante diNabih Berri, presidente del Parlamento dal 1992, sciita, alleato storico di Hezbollah.Le divisioni tra Aoun e Berri riflettono quelle del Paese: Aoun rappresenta una base cristiana maronita disposta a trattare con Israele; Berri esprime la constituency sciita che vede in Hezbollah il proprio scudo politico e militare. Questageometria paralizzanteè la ragione per cui ogni riforma – a cominciare daldisarmo di Hezbollah– si spezza sempre sullo stesso ostacolo: nessuna comunità rinuncia alla propria milizia finché le altre ne mantengono una propria. La guerra attuale, che colpisce in modo sproporzionato ilsud a maggioranza sciita, ma si estende ora anche verso regioni cristiane, druse e sunnite, rischia di rompere anche le ultime solidarietà trasversali che tengono insieme questo Paese.

Hezbollah: la resistenza che non si arrende

Il “Partito di Dio” nasce nel 1982 come risposta all’occupazione israeliana del sud, con il sostegno finanziario, militare e ideologico dell’Iran. Da allora è diventatouno dei gruppi paramilitari più efficaci al mondo, capace di diventare di fatto unoStato nello Statolibanese e di tenere in ostaggio ogni processo politico del Paese. Il leaderNaim Qassem, successore di Nasrallah assassinato nel 2024, ha ribadito le condizioni per qualsiasi negoziato:fine dell’aggressione “via terra, mare e aria”, ritiro israeliano dalle “terre occupate”, liberazione dei prigionieri, ritorno degli sfollati e ricostruzione. Qassem ha respinto categoricamente le trattative avviate dal governo libanese con Israele, le prime dal 1983. Sul piano operativo,dall’inizio della guerra si registrano oltre1.084 ondate di attacchiverso Israele, con razzi su Nahariya, Karmiel e altre città del nord.Fonti militari israeliane sono rimaste sorprese dalla capacità di resistenza di Hezbollahnell’occupazione dei territori meridionali: il gruppo combatte casa per casa, villaggio per villaggio, rendendo molto piùcostosa di quanto previstol’operazione di terra israeliana.

Il governo di Beirut: coraggio senza potere

Il governo Salam ha compiuto passi storicamente inediti.Ha vietato le attività militari di Hezbollah, ha chiesto al gruppo di disarmarsi e il 24 marzo haespulso l’ambasciatore iraniano, dichiarandolo persona non grata per “interferenza continua negli affari interni del Libano”. Salam ha detto pubblicamente che leGuardie rivoluzionarie iraniane“gestiscono le operazioni militari in Libano” con passaporti falsi. Atti di coraggio istituzionale, in un Paese che storicamente non si è mai permesso di sfidare apertamente Teheran. Masenza un esercito capace di imporre il disarmo di Hezbollah al sud, senza riserve valutarie, senza un sistema fiscale funzionante, Beirut tratta da una posizione di quasi nullità.Il presidente Aoun ha dichiarato che Israele deve applicare pienamente il cessate il fuoco prima che possano iniziare colloqui diretti– una condizione che Tel Aviv ha sistematicamente ignorato.

UNIFIL: la missione tra due fuochi

LaForza Interinale delle Nazioni Unite in Libanoesiste dal marzo 1978, quando il Consiglio di Sicurezza la istituì con lerisoluzioni 425 e 426per monitorare il ritiro israeliano dopo la prima invasione. Dopo la guerra del 2006, il suo mandato fu ampliato dallaRisoluzione 1701: sostenere il dispiegamento dell’esercito libanese nel sud del Paese,monitorare la cessazione delle ostilità, facilitare gli aiuti umanitari e garantire il ritorno sicuro degli sfollati. In pratica, UNIFIL pattuglia laLinea Blu– la frontiera de facto tra Libano e Israele – funge dameccanismo di allerta precocee mantiene un corridoio di comunicazione tra le parti. Oggi conta circa7.500 caschi bluda quasi cinquanta nazioni.

Il problema è chetra novembre 2024 e marzo 2026, le forze israeliane hanno commesso oltre15.400 violazioni documentatedella sovranità libanese, incluse incursioni di terra e il mantenimento dicinque posizioni militari non autorizzateall’interno del Libano. Nel corso della guerra attuale,tre peacekeepers indonesiani sono stati uccisi in incidenti separati alla fine di marzo;il 18 aprile, un soldato francese – il sergenteFlorian Montoriodel 17° Reggimento Paracadutisti Genieri – è stato ucciso in un’imboscata nella regione di Deir Kifa, attribuita da Parigi a Hezbollah.Il 28 marzo, un carro armato israeliano ha aperto il fuoco con il cannone principale contro un convoglio di pattuglia UNIFIL. UNIFIL stessa ha ricordato che“qualsiasi attacco contro i caschi blu costituisce unagrave violazione del diritto internazionale umanitarioe della Risoluzione 1701, e può configurare uncrimine di guerra. Eppure il mandato UNIFIL scade il31 dicembre 2026e non verrà rinnovato: ilConsiglio di Sicurezza ha già deliberato in tal senso, sotto pressione americana e israeliana.

L’Italia e l’Europa: dallo sdegno alla strategia mancata

L’Italia è uno dei principali contributori a UNIFIL, conpiù di750 soldatidispiegati su circa 7.500 caschi blu totali. Il 14 aprile,Giorgia Meloniha fatto qualcosa di inusuale per un premier considerata tradizionalmente vicina a Gerusalemme:ha annunciato lasospensione del rinnovo automaticodell’accordo di cooperazione difensiva con Israele, in vigore dal 2016, dopo che soldati israeliani avevano sparato colpi di avvertimento contro un convoglio logistico italiano.Il ministro degli EsteriTajaniaveva già convocato l’ambasciatore israeliano a Roma, dichiarando di voler “impedire una seconda Gaza” e affermando la “solidarietà al governo libanese di fronte alle azioni ingiustificate e inaccettabili di Israele”.Il ministroCrosettoha confermato che l’Italia intende mantenere unapresenza militare in Libanoanche dopo la fine del mandato UNIFIL, a sostegno delle Forze Armate libanesi.

Francia e Italia hanno emesso unadichiarazione congiunta esprimendo “profonda e grave preoccupazioneper la situazione, confermando che i due Paesi continueranno a operare in stretta coordinazione per garantire la sicurezza del personale internazionale. Ma i gesti restano tattici. L’Europa non ha né la volontà politica né gli strumentiper imporre un cessate il fuoco, condizionare gli aiuti a Israele o strutturare unapresenza di peacekeeping alternativaa UNIFIL. La Spagna – che ha chiesto la sospensione dell’accordo di associazione UE-Israele– resta isolata. Berlino è paralizzata da una nuova maggioranza di governo concentrata sul riarmo. Bruxelles ragiona in tempi incompatibili con la velocità della guerra. Quel che l’Europa potrebbe fare – e non fa – è costruire una posizione comune suldopoguerra libanese: definire i parametri di una conferenza per la ricostruzione, sostenere il governo Salam come interlocutore legittimo contro Hezbollah, premere su Washington perché qualsiasi accordo includagaranzie internazionali vincolantiper il ritiro IDF.

Netanyahu e Trump: obiettivi parzialmente divergenti

Netanyahu vuole separare deliberatamente il dossier libanese dal cessate il fuoco con l’Iran, per conservare libertà d’azione militare. Ma se accetta una pace permanente, si ritrova con Hamas ancora vivo, il regime iraniano intatto e Hezbollah ferito ma non distrutto: per lui, undisastro triplo. Trump, dal canto suo,spinge per un accordo sul modello degliAbraham Accordsapplicato al Libano– un incontro diretto Aoun-Netanyahu entro metà maggio. Il 30 aprilel’ambasciata americana a Beirut ha diffuso un comunicato insolito nel tono: “Il Libano è a un bivio. Il suo popolo ha un’opportunità storica di riappropriarsi del proprio Paese.” MaNetanyahu ha già avvertito Trump che lafinestra negoziale è di due-tre settimane, e che se non si raggiungono risultati, Israele riprenderà le operazioni militari su scala allargata.

Tre scenari per il futuro prossimo

Lo scenariopeggiore: le trattative collassano entro metà maggio, Netanyahu riprende le operazioni su larga scala verso nord del Litani, Hezbollah risponde conmissili a lungo raggiosu Haifa e Tel Aviv, l’Iran rompe la tregua con Washington. Il Libano diventa un secondo Gaza – non metaforicamente, ma strutturalmente.

Lo scenariomigliore: si raggiunge un accordo sul modello Camp David adattato al Libano –ritiro IDF, dispiegamento dell’esercito libanese al sud con supporto internazionale (inclusa l’Italia),disarmo progressivo di Hezbollahcon supervisione internazionale, finanziamento arabo-internazionale per la ricostruzione. Scenario desiderabile ma politicamente improbabile nel breve periodo.

Lo scenarioprobabile– e il più ricco di implicazioni – è quello dellatregua parziale e dell’intervento umanitario per frammenti.L’ONU ha già lanciato unLebanon Flash Appealda 308 milioni di dollariper raggiungere un milione di persone in tre mesi, ma a metà aprile era finanziato solo al22%– 67 milioni ricevuti.L’UNICEF ha fornito oltre 280.000 litri di carburante alle stazioni di pompaggiodel Paese, e l’ONU e i suoi partner umanitari hanno distribuito oltre3 milioni di pastie 65.000 pacchi alimentari. Sul piano diplomatico,l’Arabia Sauditaha inviato il principe Yazid bin Farhan a Beirutper incoraggiare i leader libanesi a presentare una posizione unitaria, ma ha anche avvertito Aoun di non accelerare verso la pace con Israele più di quanto Riad stessa non possa permettersi – poiché la politica saudita lega qualsiasinormalizzazione con Tel Avivai progressi sulla questione palestinese. Qatar e Arabia Saudita potrebbero offrire ingenti finanziamenti per la ricostruzione del Libano come parte di un accordo politico complessivo, ma solo in un quadro che includagaranzie credibili sul disarmo di Hezbollah– condizione che oggi nessun attore è in grado di garantire.

AlConsiglio di Sicurezza, diversi membri interpretano l’escalation come la prova della necessità di unapresenza ONU sostenutaanche dopo la scadenza del mandato UNIFIL: la Danimarca ha argomentato per la continuità della presenza ONU, la Cina ha sottolineato la rilevanza permanente di UNIFIL, il Bahrain ha avvertito che qualsiasi ritiro deve essere coordinato per evitare unvuoto di sicurezzanel Libano meridionale. Ma ilveto americanoblocca qualsiasi risoluzione vincolante che condanni esplicitamente Israele. Il risultato è un Consiglio di Sicurezza che discute, condanna a parole, distribuisce pasti – e non riesce a fermare la guerra.

I segnali da monitorare: la tenuta del governoSalamcontro la pressione di Berri; l’andamento dei colloqui direttiBeirut-Tel Aviva Washington; la posizione saudita sull’eventuale normalizzazione; la capacità italiana e francese di trasformare la propria indignazione in una proposta politica concreta per ildopo-UNIFIL. Su questo dipende non solo il futuro del Libano, ma anche lacredibilità residua del sistema multilateralein Medio Oriente.

 

 

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