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Re Carlo III alla Casa Bianca: storia e crisi della Special Relationship USA-UK

Re Carlo III alla Casa Bianca storia e crisi della Special Relationship USA-UK - ilcosmopolitico.com

Dal Mayflower ai dazi Trump: quattrocento anni di legame Regno Unito e Stati Uniti tra identità, potere e scandali

Washington, 27 aprile 2026.Sul prato sud della Casa Bianca, sotto un cielo terso di primavera,Re Carlo IIIela Regina Camillascendono dalla berlina presidenziale tra ali di militari in alta uniforme. Ad accoglierli,Donald TrumpeMelania, sorrisi larghi e stretta di mano che i fotografi inseguono come se fosse un’icona da fissare nella storia. È la prima visita di Stato di un monarca britannico negli Stati Uniti dal 2007, quandoElisabetta IIfu ricevuta daGeorge W. Bush. Formalmente, l’occasione è il250° anniversario dell’indipendenza americana. Informalmente, è qualcosa di molto più complicato: un incontro tra due paesi che si definiscono alleati speciali ma che faticano, in questo momento, a ricordare perché.

La“special relationship”– quel concetto coniato daWinston Churchillnel 1946 a Fulton, Missouri, per descrivere il legame fraterno e indistruttibile tra il mondo anglofono delle due sponde dell’Atlantico – non è mai stata così asimmetrica, così carica di tensioni irrisolte, così bisognosa di essere ribadita proprio perché appare fragile. Ilre viene a Washingtonnon solo per celebrare la nascita della nazione che un tempo era una colonia della sua Corona. Viene, su mandato implicito del governoKeir Starmer, a fare quello che i diplomatici e i politici non riescono più a fare:ricucire, sedurre, ricordare.

Le radici profonde: ilMayflowere la frattura originaria

Per capire dove si trova oggi questo rapporto, bisogna risalire a dove tutto cominciò, ovvero a una nave. IlMayflowersalpò da Plymouth il 6 settembre 1620 con a bordo 102 passeggeri, in gran parteSeparatisti puritani(padri pellegrini) che fuggivano dalla morsa religiosa e politica della Corona inglese.Cercavanouna terra dove costruire, come scrisseJohn Winthropundici anni dopo, una “città sulla collina” –un laboratorio di purezza morale lontano dalla corruzione del Vecchio Mondo. È uno dei grandi paradossi della storia atlantica: gli Stati Uniti nascono come un’evasione dall’Inghilterra, eppure portano con sé tutto il bagaglio intellettuale, religioso e giuridico di quell’Inghilterra.

Per centocinquant’anni, le colonie americane vissero in un rapporto ambivalente con Londra – ubbidienti ma sempre più insofferenti, legate alla madrepatria dal sangue, dalla lingua e dal diritto comune (common law), ma cresciute abbastanza da sentire il giogo del controllo economico. IlTea Act del 1773, emanato dal Parlamento di Westminster per tassare unilateralmente il commercio del tè nelle colonie, fu la goccia che fece traboccare il vaso. IlMassacro di Boston del 1770, in cui soldati britannici aprirono il fuoco su una folla di civili uccidendo cinque persone, aveva già acceso la miccia. Quello che seguì fu meno una rivoluzione nel senso giacobino del termine e più una rottura epistemologica: i coloni non volevano un altro sistema politico, volevano applicare fino in fondo i principi britannici della rappresentanza parlamentare che Londra stava calpestando su di loro.

Thomas Jeffersonscrisse la Dichiarazione d’Indipendenza con la penna intinta nell’inchiostro diJohn Locke.Thomas Paine, autore diCommon Sense, era nato in Inghilterra. La rivoluzione americana fu, in un senso profondo, un’eresia anglicana: un figlio che uccide il padre non per rinnegarne il testamento, ma per esigerne l’adempimento integrale. IlTrattato di Parigi del 1783sancì la separazione, ma non l’alienazione. Quasi immediatamente, le due nazioni ricominciarono a commerciare, a leggersi, a mandarsi ambasciatori. La storia d’amore era già ricominciata prima che il divorzio fosse asciutto.

Un impero che cambia forma: dall’era vittoriana alla Seconda Guerra Mondiale

Nel corso del XIX secolo, mentre gliStati Unitisi espandevano verso ovest e costruivano la loro identità nazionale, ilRegno Unitoera all’apice della sua potenza imperiale. Eppure, sotto la competizione economica e i periodici attriti diplomatici – laGuerra del 1812, le dispute sul confine canadese, la Crisi Alabama durante la Guerra di Secessione – scorreva un flusso continuo e profondo di influenza culturale britannica in America. Ilcommon law,Shakespeare, la letteratura vittoriana, il protestantesimo come etica pubblica e privata: tutto questo attraversava l’Atlantico senza bisogno di passaporto.

Quando l’Europa esplose nellaPrima Guerra Mondiale, gliStati Unitirimandarono per tre anni l’ingresso nel conflitto. Quando finalmente intervennero nel 1917, lo fecero anche grazie alle pressioni culturali e diplomatiche britanniche. NellaSeconda Guerra Mondiale, il rapporto si fece carne e sangue.Franklin Delano RoosevelteWinston Churchillcostruirono forse l’alleanza più produttiva della storia moderna: ilLend-Lease Actdel 1941 trasformò l’America nella “grande arsenale della democrazia” e salvò la Gran Bretagna dalla strangolazione economica. Poi Pearl Harbor, poi lo sbarco in Sicilia, poi laNormandia, poiYalta– dove però si rivelò già una nuova asimmetria:Roosevelttrattava conStalinquasi scavalcandoChurchill, segnale inequivocabile chel’asse del potere si era spostato definitivamente a ovest. LaNATO, nata nel1949, istituzionalizzò questo nuovo ordine:l’America guida, la Gran Bretagna segue con dignità e convinzione.

Sotto la superficie degli accordi militari e delle dichiarazioni congiunte, il legame aveva radici che nessun trattato avrebbe potuto creare artificialmente. Lateologia politicacondivisa – ilprotestantesimocome disciplina interiore,l’etica del lavorocome vocazione quasi sacra, l’individualismocome valore fondante – attraversava entrambe le culture come un filo rosso sotterraneo. L’identità WASP(White Anglo-Saxon Protestant), che per decennidefinì le élite americane, non era che untrapianto di quella cultura di governo britannicache aveva formato i primi legislatori, giudici e banchieri degli Stati Uniti.

Elisabetta II: la diplomatica del secolo

Nessuna figura incarna meglio il ruolo geopolitico della monarchia britannica nel secondo Novecento diElisabetta II, salita al trono nel1952 e rimasta per settant’anniil volto umano e continuo della politica estera britannica in un mondo di governi che cambiano ogni cinque anni. Visitò gli Stati Uniti per la prima volta nel1957, ricevuta dal PresidenteDwight Eisenhower: fu l’inizio di una serie di relazioni personali con ogni inquilino dellaCasa Bianca, daHarry Trumanfino aJoe Biden, costruite con la pazienza di chi sa che il tempo è uno strumento diplomatico.

Il 16 maggio 1991,Elisabetta IItenne un discorso alCongresso degli Stati Uniti– unico precedente della visita cheCarlo IIIcompirà il 28 aprile 2026. In quell’occasione, parole di unità atlantica risuonarono in un’aula reduce dalla primaGuerra del Golfo, con un mondo che tentava di ridisegnare gli equilibri dopo la fine dellaGuerra Fredda. Quello che la Regina fece con il suo mezzo secolo di visite americane non fu politica nel senso ordinario del termine: fu qualcosa di più sottile e più potente, vale a dire la coltivazione di un’immagine – la Gran Bretagna come partner affidabile, maturo, irrinunciabile – che nessun comunicato stampa avrebbe potuto costruire.

Nel frattempo, ilFive Eyesl’alleanza d’intelligence tra Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda– costituiva la spina dorsale invisibile della cooperazione atlantica, più concreta e più duratura di qualsiasi dichiarazione congiunta. La condivisione dei sistemi di intercettazione, sviluppata a partire dall’UKUSA Agreementdel 1946, ha attraversato incolume la fine della Guerra Fredda,l’11 settembre, le crisi irachena e afghana, diventando forse il legame più indistruttibile tra i due paesi.

Dalla Brexit a Carlo III: la relazione senza rete di sicurezza

Quando il23 giugno 2016i britannici votarono per lasciare l’Unione Europea, molti sostenitori dellaBrexitimmaginarono un futuro di maggiore libertà strategica: un “Global Britain” svincolato dai lacci di Bruxelles, pronto a stringere accordi bilaterali con gli Stati Uniti, il Commonwealth, l’Asia. La realtà si è rivelata più dura. Fuori dall’UE, ilRegno Unitohaperso il peso negoziale collettivo di un mercato da 450 milioni di personesenza trovare nella relazione americana il sostituto sperato.

Donald Trumpaccolse la Brexit come un trionfo ideologico, ma non la tradusse in generosità commerciale. Al contrario: nel secondo mandato, ha imposto alRegno Unitouna tariffa base del10% sulle mercibritanniche importate negli USA, con il25% su acciaio e alluminio– una percentuale che colpisce settori industriali già sotto pressione. Ha minacciato dazi sui farmaceutici. Ha dichiarato apertamente che l’accordo commerciale firmato nel 2025 con Londra “può sempre essere cambiato”. Quando il Primo MinistroStarmerha rifiutato di mettere a disposizione degli USA le basi militari britanniche per le operazioni nellaguerra in Iran,Trumpha risposto con toni acidi: “Non erano lì quando ne avevamo bisogno”. Il Pentagono – secondo fonti citate da Reuters – ha persino avviato una revisione della posizione americana sulla sovranità sulleIsole Falkland, un gesto di pressione geopolitica difficile da interpretare altrimenti.

Iltriangolo impossibile Londra-Washington-Bruxellesè la trappola strutturale in cui ilRegno Unitosi trova oggi. Troppo allineato alla NATO per distanziarsi dagli Stati Uniti, troppo fuori dall’UEper avere voce autonoma nelle decisioni europee, troppo esposto economicamente per permettersi di sfidare apertamente Washington. Il governoStarmerha tentato una ricalibrazione – il cosiddetto “reset post-Brexit” con l’Europa, culminato in unforum UK-EU a Bruxelles nell’aprile 2026– ma si muove su un terreno stretto, tra un alleato americano imprevedibile e un blocco europeo con cui le relazioni devono essere ricostruite mattone per mattone.

Ucraina: dove Londra e Washington divergono davvero

Su nessun dossier la distanza traStarmereTrumpè più evidente che sull’Ucraina. Il Primo Ministro britannico si è posizionato tra i più convinti sostenitori diKyiv, partecipando attivamente allacoalizione dei volenterosipromossa conEmmanuel Macron, garantendo forniture di armi, addestramento militare e copertura diplomatica agli ucraini. Londra ha mantenuto le sanzioni allaRussia, incrementato il budget della difesa e ribadito che qualsiasi pace imposta da Mosca senza il consenso ucraino è inaccettabile.

Trump, al contrario, ha progressivamente ridotto il sostegno militare americano aKyiv, spingendo per negoziati che – secondo i critici europei e molti analisti americani – avvantaggerebberoVladimir Putinnelle concessioni territoriali, legittimando de facto l’occupazione dei territori conquistati. L’accusa, formulata apertamente da diversi leader europei, è cheTrumpstia favorendo in modo silenzioso e sistematico la posizione russa, smantellando quella rete di pressione occidentale che aveva retto per oltre due anni di guerra. In questo senso, la visita diCarlo IIIa Washington porta con sé, come sottotraccia inespressa, la preoccupazione britannica ed europea per un disimpegno americano che rischia di ridisegnare i confini dell’Europa con il sigillo di Washington.

L’ombra di Epstein: quando la “special relationship” si fa scandalo

Il contesto della visita diCarlo IIIè ulteriormente complicato da uno scandalo che investe direttamente l’establishment britannico e tocca indirettamente la stessa istituzione monarchica. Nel febbraio 2026, a seguito della pubblicazione da parte delDipartimento di Giustizia americanodi oltre tre milioni di pagine di documenti legati alle indagini suJeffrey Epstein, ilRegno Unitoè stato investito da una crisi politica senza precedenti nella storia recente.

Andrew Mountbatten-Windsor– giàPrincipe Andrea, privato dei titoli reali nel 2022 e ora arrestato il 19 febbraio 2026 su sospetto dimisconduct in public office– è accusato di aver passato informazioni governative riservate aEpsteinsfruttando la propria posizione. Un documento interno diJPMorgandel 2019, emerso nel corso dei procedimenti giudiziari americani, annotava esplicitamente comeEpsteinmantenesse “una relazione particolarmente stretta” conAndreae conLord Mandelson, all’epoca membro di spicco del governo britannico.

Peter Mandelson– ex ministro laburista, cofondatore delNew Labouraccanto aTony Blair, e fino a settembre 2025 ambasciatore britannico negliStati Unitiper volontà dello stessoStarmer– è stato arrestato il 23 febbraio 2026 con la medesima accusa. Secondo documenti emersi dallaHouse Oversight Committeeamericana,Mandelsonaveva volato sul jet privato diEpstein, la tristemente notaLolita Express, almeno in un’occasione, e aveva ricevuto daEpsteinil pagamento di voli commerciali per un totale di oltre 7.400 dollari nel 2003. Nelle email private pubblicate,Mandelsonsi rivolgeva aEpsteinchiamandolo “best pal” e si lamentava della mancanza di miglia aereeBritish Airways, al cheEpsteinsi offriva di coprire personalmente le spese.Mandelsonè stato rilasciato su cauzione dopo nove ore di interrogatorio, enon affronta accuse di natura sessualel’ipotesi investigativariguarda lafuga di notizie governative sensibili.

LaPolizia Metropolitanasta inoltre esaminando un’ulteriore accusa: che nel 2010Epsteinavesse inviato una donna alla residenza diAndreaa Windsor. Lo scandalo ha messoStarmerin una posizione di grande debolezza politica interna –Mandelsonera il suo ambasciatore a Washington, e la domanda su cosa sapesse e quando lo sapesse non ha trovato risposta soddisfacente. Tutto questo aleggia come un’ombra sulla visita diCarlo III, che rappresenta la monarchia in un momento in cui il fratelloAndreasi trova sotto indagine penale – il primo membro senior della famiglia reale arrestato in quasi quattro secoli.

Il senso profondo della visita: soft power contro realpolitik

Cosa cerca davveroCarlo IIIa Washington? Il re non può parlare di dazi, non può commentare la politica diTrumpsull’Ucraina, non può menzionareEpstein. La monarchia costituzionale gli impone il silenzio politico come condizione della propria sopravvivenza istituzionale. Eppure la sua presenza è, di per sé, un messaggio potentissimo.

Come ha osservato il professorKristofer Allerfeldtdell’Università di Exeter, perCarlola visita è “ilrafforzamento dei legami a lungo termine, la dimostrazione del soft power della monarchia e il promemoria che la Gran Bretagna porta ancora peso diplomatico“. PerTrumpè prevalentemente un evento mediatico – l’incontro tra quello che un commentatore americano ha definito “due monarchi dorati” – ma anche un’occasione reale per segnalare che la relazione non è del tutto compromessa.

Ildiscorso al Congressodel 28 aprile è il momento chiave. Sarà solo il secondo intervento di un monarca britannico davanti a una sessione congiunta delle due camere: il primo fu quello diElisabetta IIil 16 maggio 1991.Carloparlerà a un’America divisa, a un Congresso spaccato, conJD Vanceseduto sul podio alle sue spalle. Ogni parola sarà pesata, ogni sfumatura interpretata. La sua visita ai luoghi dell’11 settembre aNew Yorke l’incontro con i leader indigeni inVirginia– dove il re sosterrà cause ambientaliste a lui care – completano un profilo volutamente lontano dalla dimensione meramente protocollo.

LaGran Bretagna odierna, culturalmente, non ha mai smesso di nutrire l’America. La letteratura, il cinema, la musica, la televisione: daShakespeareaChristopher Nolan, daiBeatlesaSam Mendes, daHarry PotteraiColdplay, l’immaginario americano è profondamente intriso di cultura anglofona britannica. Ilcommon lawche regola la maggior parte degli stati americani è diretto erede del diritto inglese. L’inglese che gli americani parlano – con tutta la sua diversificazione – è la stessa lingua in cuiCromwelldifendeva la libertà di coscienza eMiltonscriveva ilParadiso Perduto. In questo senso, la “special relationship” non è solo un’alleanza politica o militare: è una parentela culturale che nessun dazio e nessun tweet presidenziale potrà annullare.

Scenari: cosa succede dopo il tè alla Casa Bianca

La visita diCarlo IIIlascia aperte tre strade. Nelmigliore degli scenari, il successo simbolico della visita – un discorso al Congresso applaudito trasversalmente, immagini di cordialità genuina tra il re e il presidente –ammorbidisce le tensioni commerciali, sblocca i negoziati sulle tariffe farmaceutiche e autorizza Londra a presentarsi come ponte naturale tra un’Europa sempre più autonoma e un’America in fase di ridisegno degli impegni globali. Il segnale da monitorare: un aggiornamento formale dell’Economic Prosperity Dealfirmato nel 2025 e attualmente in fase di revisione.

Nelloscenario probabile, la visita riesce come teatro diplomatico senza tradursi in sostanza politica. Le tensioni sull’IraneUcrainarestano, i dazi rimangono al 10%, la questioneFalklandviene messa in cassetto senza essere risolta. IlRetorna a Londra con immagini potenti e nessuna concessione concreta. Nelpeggiore degli scenari,Trumpusa la visita come palcoscenico per sé e poi inasprisce le pressioni suStarmer– minacciando dazi sui farmaceutici, riaprendo la questione Falkland, usando la debolezza politica interna del premier britannico (logorato dallo scandaloEpstein-Mandelson) come leva per ottenere concessioni. In questo caso, ilRegno Unitosi troverebbe costretto a scegliere con urgenza tra l’ancora americana e un riavvicinamento strutturale all’Europa– una scelta che laBrexitaveva creduto di rimandare indefinitamente.

Trecento anni dopo che ire britannicicedettero il potere reale al Parlamento, la monarchia rimane uno strumento di diplomazia insostituibile proprio perché è al di sopra delle beghe partitiche.Carlo III, uomo complesso – ambientalista convinto, artista dilettante, erede di una tradizione lunghissima e di uno scandalo familiare che si porta addosso senza averlo scelto – arriva a Washington come simbolo di una continuità che la politica quotidiana non può offrire. Il paradosso è antico quanto ilMayflower: l’America nacque fuggendo dalla Corona britannica, e ancora oggi ha bisogno di essa per ricordarsi di sé.

 


Fonti:CNN, NBC News, PBS NewsHour, Time Magazine, The White House, Chatham House, LSE British Politics and Policy, House of Commons Library, Wikipedia/Relationship of Peter Mandelson and Jeffrey Epstein, Fox News, export.org.uk

 

 

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