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L’Italia dice No alla riforma Nordio

L'Italia dice No alla Riforma Nordio -ilcosmopolitico.com

ANALISI POLITICA · REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA · 24 MARZO 2026

 

L’Italia dice No alla riforma Nordio
Affluenza record, Generazione Z mobilitata, Costituzione blindata: la prima vera sconfitta del governo Meloni. La mappa del voto regione per regione, il caso Palamara, le logge, le toghe che cantano Bella Ciao e il grande equivoco del campo largo.

 

I NUMERI DEFINITIVI (Eligendo/Viminale)

No: 53,74% · Sì: 46,26% · Affluenza: 58,93%
17 regioni per il NO · 3 regioni per il SÌ (Lombardia, Veneto, Friuli-V.G.)
Sondaggio YouTrend/Sky TG24 — fascia 18-34 anni: No 61,1% · Sì 38,9%
Napoli: No 71,5% · Palermo: No 68,9% · Firenze: No 66,5% · Roma: No 57,4%

CHE COSA CHIEDEVA DI CAMBIARE LA RIFORMA

Il referendum costituzionale del 22-23 marzo 2026 era un voto confermativo — non abrogativo — sulla legge di riforma dell’ordinamento giudiziario approvata dal Parlamento a fine 2025, a firma del ministro della Giustizia Carlo Nordio. La consultazione era la prima del genere nella storia repubblicana su temi di giustizia. In assenza di quorum, bastava la maggioranza dei voti validi.
La riforma si reggeva su tre pilastri. Il primo, e più dirompente, era la separazione definitiva delle carriere: giudici e pubblici ministeri avrebbero seguito percorsi professionali distinti e irreversibili, senza più la possibilità — oggi consentita con forti limitazioni — di passare dall’una all’altra funzione nel corso della vita lavorativa. Il secondo pilastro sostituiva il Consiglio Superiore della Magistratura unitario con due organi separati: un CSM per la magistratura giudicante e uno per quella requirente, i cui componenti togati sarebbero stati estratti a sorte, superando il meccanismo delle correnti elettive. Il terzo era l’istituzione di un’Alta Corte Disciplinare indipendente, di quindici membri, che avrebbe esercitato la funzione disciplinare sottraendola ai due nuovi CSM.
Per i sostenitori — con Forza Italia in prima fila, che ne faceva un tributo postumo all’eredità liberale di Berlusconi — la riforma avrebbe reso il giudice davvero terzo e imparziale, liberando l’ordine giudiziario dal potere soffocante delle correnti interne. Per i critici, invece, si trattava di un disegno che, indebolendo il PM e frammentando l’autogoverno, avrebbe esposto la magistratura requirente a pressioni politiche in un momento già di alta tensione tra governo e toghe.

I. L’ITALIA BOCCIA LA RIFORMA NORDIO: UN VOTO CHE NON SI DIMENTICA

C’è un prima e un dopo il 23 marzo 2026 nella storia recente della Repubblica italiana. Non soltanto per il risultato — il No che si impone con il 53,74% contro il 46,26% del Sì — ma per come ci si è arrivati. L’affluenza del 58,93%, la più alta mai registrata per un referendum costituzionale, ha trasformato quello che molti immaginavano come una consultazione tecnica in qualcosa di molto più profondo: un momento di identità collettiva.
Fino a pochi giorni prima del voto, le rilevazioni sondaggistiche davano il confronto sostanzialmente in equilibrio. Poi è accaduto qualcosa di inatteso, di generazionale, di quasi emotivo: la voglia di partecipare ha travolto ogni previsione. Alle urne si è presentato un elettore su due che nell’ultimo referendum del 2022 sull’ordinamento giudiziario era rimasto a casa. E tra questi nuovi votanti, la componente più sorprendente è stata la Generazione Z.
I dati di YouTrend per Sky TG24 sono inequivocabili: nella fascia 18-34 anni, il No ha vinto con il 61,1%, mentre il Sì si è fermato al 38,9%. Al contrario, tra gli over 55 è stato il Sì a prevalere di misura, con il 50,7%. Una frattura generazionale che racconta molto più di un semplice voto su una riforma costituzionale. I giovani italiani — quelli che si diceva distanti, astenuti per abitudine, disillusi — si sono mobilitati in massa per difendere la Carta, come se il testo fondamentale della Repubblica fosse improvvisamente diventato qualcosa di vivo, urgente, personale.
Il professore Tommaso Montanari ha riassunto il fenomeno: più si scende con l’età anagrafica, più vincono i No. La Costituzione parla ai giovani ed è un progetto aperto, non soltanto una Carta da conservare sotto vetro. Una lettura suggestiva che però va bilanciata con quella più fredda dell’istituto Piepoli: il No avrebbe vinto anche senza il voto giovanile. Il dato generazionale è reale e significativo, ma non decisivo da solo.

MAPPA DEL VOTO: RISULTATI REGIONE PER REGIONE

La geografia del voto racconta un’Italia divisa secondo linee che non corrispondono sempre agli schieramenti politici locali. Il No ha trionfato in 17 regioni su 20, comprese molte guidate dal centrodestra come Sicilia, Calabria, Basilicata e Abruzzo. Il Sì ha tenuto solo nei tre baluardi leghisti del Nord-Est industriale. La tabella seguente riporta i dati definitivi del Viminale (portale Eligendo):

Regione % NO % SÌ Affluenza Esito
Campania 65,22% 34,78% 50,4% NO
Sicilia 60,98% 39,02% 46,1% NO
Basilicata 60,03% 39,97% 53,2% NO
Calabria 57,26% 42,74% 48,4% NO
Puglia 57,14% 42,86% 52,0% NO
Sardegna 52,8% 47,2% 52,8% NO
Toscana 58,1% 41,9% 66,2% NO
Emilia-Romagna 58,1% 41,9% 66,7% NO
Lazio 57,4%* 42,6%* ~58% NO
Piemonte 53,5% 46,5% 62,6% NO
Abruzzo 52,0% 48,0% 60,0% NO
Molise 54,7% 45,3% ~50% NO
Umbria ~55% ~45% 65,0% NO
Marche ~53% ~47% ~58% NO
Trentino-A.A. 50,6% 49,4% 52,4% NO (risicato)
Valle d’Aosta ~53% ~47% ~52% NO
Liguria ~54% ~46% ~60% NO
Veneto 41,59% 58,41% 63,5% SÌ
Friuli V.G. 45,53% 54,47% ~61% SÌ
Lombardia 46,44% 53,56% 63,8% SÌ

Dati di dettaglio sulle grandi città: Napoli 71,5% No · Palermo 68,9% No · Firenze 66,5% No · Bari 60,3% No · Roma 57,4% No · Torino 59,7% No · Milano 53,75% No · Venezia 50,3% No. Unica anomalia meridionale: Reggio Calabria, dove ha prevalso il Sì con il 53,1%.
Province più favorevoli al Sì: Sondrio 62,9% · Verona 61,2% · Treviso 60,5% · Vicenza 59,8%. Province più favorevoli al No: Napoli 71,5% · Firenze 66,5% · Palermo 64,9% · Nuoro 62,1%.
Italiani all’estero (dato parziale): Clamorosa inversione — il Sì ha prevalso con il 55,99%. In Sudamerica il Sì raggiunge il 72%, in Nord America il 60%. Solo in Europa ha prevalso il No, trainato da Svezia, Norvegia e Gran Bretagna (No oltre il 60%).

II. GLI ERRORI DEL SÌ: COMUNICAZIONE FALLITA, LEADERSHIP ASSENTE

La sconfitta del Sì si è costruita mattone dopo mattone, con una serie di errori tattici e strategici che, a posteriori, appaiono quasi clamorosi. Il centrodestra è arrivato a questo appuntamento senza una campagna unitaria, senza un messaggio capace di tradurre un tema tecnico complesso in linguaggio accessibile per il cittadino comune.
Fratelli d’Italia, il partito di maggioranza relativa e il motore dell’intera legislatura, ha scelto una posizione defilata fin dall’inizio, evitando persino di utilizzare il proprio simbolo nei materiali promozionali. Un pudore incomprensibile per una riforma che il governo diceva di voler perseguire con convinzione. Matteo Salvini, vicepremier, era fisicamente in Ungheria da Orbán nel giorno del voto — una scelta di immagine che non è passata inosservata.
Ma l’errore più costoso è stato la personalizzazione della campagna nell’ultima settimana. Secondo l’analisi di Piepoli, i sondaggi davano il confronto in equilibrio fino a pochi giorni dal voto. Poi Giorgia Meloni è intervenuta in campagna portando temi divisivi — immigrazione, il caso Rackete, l’ideologia woke — innesacando una reazione di rigetto che ha accelerato la rimonta del No. La personalizzazione del quesito referendario è storicamente controproducente, come insegna il 2016 di Renzi: quando il voto diventa un referendum sul governo anziché sul merito della riforma, chi è al governo perde quasi sempre.
Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera e voce di Forza Italia, ha riconosciuto l’errore senza giri di parole: il referendum è diventato un voto su Meloni sì o Meloni no, e su quel terreno il centrodestra non poteva vincere. I comitati del Sì, pur impegnati, non sono riusciti a uscire dalla bolla del dibattito tra addetti ai lavori. L’opposizione, da parte sua, ha politicizzato sistematicamente ogni aspetto del confronto, trasformando una riforma tecnica sull’architettura della magistratura in una battaglia esistenziale pro o contro la democrazia — una forzatura che, sul piano intellettuale, non regge, ma che sul piano della comunicazione di massa ha funzionato egregiamente.

III. L’OMBRA DI TRUMP, LE GUERRE E IL VOTO DEL TIMORE

Sarebbe ingenuo leggere questo referendum come un fatto esclusivamente interno. Il contesto geopolitico ha pesato, anche se in modo difficile da misurare con precisione. Le guerre in corso — Ucraina, Medio Oriente — e la percezione di un’Europa sempre più fragile hanno alimentato in molti italiani il riflesso conservativo di chi non vuole cambiamenti quando il mondo intorno brucia.
Il legame sempre più esplicito della premier con Donald Trump e con la galassia dei sovranismi internazionali — da Orbán alla destra trumpiana americana — ha contribuito a costruire nell’immaginario collettivo un’associazione percepita come pericolosa. La riforma della giustizia è stata letta da una parte consistente dell’opinione pubblica non come modernizzazione tecnica ma come tassello di un disegno di erosione delle garanzie istituzionali, un percorso che — guardando a Washington, Budapest, Varsavia — sembrava avere una sua coerenza ideologica.
La stampa internazionale lo ha capito immediatamente. Le Grand Continent ha aperto chiedendosi se l’effetto Trump in Europa stesse indebolendo le destre al governo. Politico.eu ha scritto che il risultato indebolirà probabilmente la posizione politica di Meloni, soprattutto in vista delle elezioni generali del 2027. El País, ancora più diretto, ha parlato della «prima sconfitta elettorale di Meloni dal 2022». In questo clima, paradossalmente, la campagna del No ha beneficiato dello stesso istinto di protezione dello status quo che normalmente favorisce chi è al governo: la Costituzione è diventata scudo emotivo contro l’incertezza del mondo.

IV. LA PAURA DEGLI ITALIANI: COSTITUZIONE, DERIVE AUTORITARIE E IL SUD CHE NON VUOLE CAMBIARE

Il risultato geografico è eloquente. Il Sì ha vinto soltanto in Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia — il triangolo produttivo del Nord-Est, storicamente più sensibile ai temi della modernizzazione amministrativa, più distante dai problemi della criminalità organizzata, più abituato a ragionare in termini di efficienza istituzionale.
Il Sud ha votato No con percentuali che rasentano il plebiscito. Campania al 65,22%, Sicilia al 60,98%, Basilicata al 60,03%, Calabria al 57,26%. Nel Mezzogiorno, dove la criminalità organizzata è presenza concreta e non astrazione sociologica, dove la magistratura requirente ha rappresentato spesso l’unico argine contro il potere illegale — dai processi alla camorra a quelli alla ‘ndrangheta — modificare l’assetto della procura significava, nell’immaginario collettivo, lasciare campo libero ai poteri criminali. Qui non si vota mai per cambiare la magistratura: si vota sempre per tenerla in piedi così com’è.
Ma c’era anche una paura più diffusa e trasversale, difficile da articolare: quella di toccare la Costituzione del 1948. Gli italiani hanno un rapporto quasi sacrale con la Carta nata sulle macerie del fascismo. Ogni volta che si propone di modificare articoli fondamentali, scatta un riflesso di allarme che prescinde dal merito tecnico della proposta. Il presidente del Comitato per il No, Giovanni Bachelet, ha evocato esplicitamente la memoria partigiana — una forzatura retorica, certo, ma che rivela la dimensione emotiva che ha assunto questo voto per milioni di italiani.

V. LA TENUTA DI MELONI E L’ASCESA DI SCHLEIN: LA PARTITA DEL 2027

Per Giorgia Meloni, il 23 marzo 2026 è la prima vera sconfitta politica dall’ottobre 2022. Tre anni e mezzo di governo senza una battuta d’arresto popolare significativa — poi questo colpo che ne incrina l’aura di invincibilità. Ha reagito con compostezza istituzionale: «Rispettiamo la decisione degli italiani, andremo avanti con responsabilità. C’è rammarico per un’occasione persa di modernizzare l’Italia.» Tajani: «Ci inchiniamo alla volontà del popolo». Nordio, laconico: «Prendo atto.»
Un sondaggio post-voto rivela che il 54% degli italiani ritiene che il governo debba continuare, contro il 26% che chiede le dimissioni. Meloni resiste, ma non è più invulnerabile. Che cosa farà nell’ultimo anno di legislatura? La risposta è già scritta nelle priorità concrete: accelerare su sicurezza, riduzione fiscale, gestione dell’immigrazione, crescita economica. La sconfitta sul terreno delle riforme istituzionali potrebbe paradossalmente liberarla per concentrarsi sull’agenda del pane quotidiano degli italiani — quella che muove i voti e non le copertine delle riviste costituzionali.
Dall’altra parte, Elly Schlein ha già mentalmente arredato lo studio di Palazzo Chigi. Ha dichiarato senza attendere i dati definitivi: «Abbiamo vinto, c’è già una maggioranza alternativa al governo. Lavoreremo per costruire l’alternativa.» Il campo largo, che molti davano per morto dopo mesi di lacerazioni interne, è improvvisamente risorto nelle piazze — quella di piazza del Popolo a Roma, con fuochi d’artificio e la stessa Schlein accanto a Conte, Bonelli, Fratoianni.
Ma c’è una complicazione che Schlein dovrebbe guardare in faccia. Giuseppe Conte, che ha festeggiato definendo il voto «un avviso di sfratto al governo», ha subito alzato il prezzo dell’unità progressista aprendo alle primarie per la leadership di un eventuale campo largo. Una mossa che suona come una sfida diretta, mascherata da apertura democratica. Conte vuole le primarie perché spera di batterla. La segretaria dem ha risposto con cautela — «Sarei disponibile» — ma il rischio di una guerra interna all’opposizione, proprio nel momento del suo massimo successo, è concreto e reale. Il campo largo ha vinto un referendum, non ha ancora un candidato premier, né un programma condiviso, né una data certa per le elezioni.

VI. DOPO LA GIUSTIZIA, NAUFRAGA IL PREMIERATO? MELONI E IL DESTINO DI BERLUSCONI

La domanda che i costituzionalisti si pongono è diretta: se la riforma della giustizia è stata bocciata con questa nettezza, cosa rimane del disegno riformatore del governo? Il senatore del PD Francesco Boccia ha già chiesto il ritiro formale della riforma sul premierato. Angelo Bonelli ha sostenuto che «i piani di Meloni sulle riforme costituzionali successive cadono d’emblée.»
Il nesso è logico: se gli italiani hanno detto no a modifiche costituzionali anche quando proposte come modernizzazione necessaria, la strada del premierato — che richiederebbe consenso parlamentare ancora più largo e probabilmente un altro referendum — si è fatta strettissima. La legge elettorale attualmente in discussione, già contestata dall’opposizione, diventa un terreno ancor più scivoloso.
C’è un parallelo storico che vale la pena evocare senza malizia ma con onestà analitica. Silvio Berlusconi costruì la sua visione su tre pilastri: rivoluzione liberale, riforma della giustizia, presidenzialismo. Nessuno dei tre vide la luce compiutamente. Berlusconi, pur con un potere enorme e un consenso popolare reale, si scontrò ripetutamente con i limiti sistemici di un Paese che resiste alle trasformazioni istituzionali radicali. Giorgia Meloni — «la figlia del popolo normalizzata», come qualcuno l’ha definita — rischia di ripercorrere quel destino: forte consenso, capacità di vincere le elezioni, ma incapacità di riformare le fondamenta del sistema. Dopo tre anni e mezzo, questa prima battuta d’arresto segna forse il passaggio dall’euforia della fase iniziale alla concretezza logorante del potere.

VII. COSA SUCCEDE ORA: IMPUNITÀ, CARRIERE INVARIATE E IL CASO PALAMARA

Sul piano strettamente tecnico-giuridico, la risposta è semplice: non cambia nulla. Il voto contrario nel referendum costituzionale confermativo significa che la riforma non entra in vigore. La Costituzione rimane invariata. I magistrati possono continuare a transitare tra funzione giudicante e requirente, il CSM rimane unitario, l’Alta Corte Disciplinare non nasce. Il sistema è esattamente quello di ieri.
Ma è proprio questo «sistema di ieri» a presentare problemi irrisolti che il referendum non ha nemmeno sfiorato. Il primo riguarda la responsabilità civile dei magistrati. La legge Vassalli del 1988 — riformata nel 2015 — prevede che il cittadino danneggiato da un provvedimento giudiziario errato possa agire solo contro lo Stato, non direttamente contro il magistrato. Solo in casi di dolo o colpa grave provata è possibile, in via di rivalsa, che lo Stato recuperi quanto pagato dal giudice. In pratica: chi viene arrestato ingiustamente, vede la propria vita distrutta da un provvedimento sbagliato, o subisce anni di processo per poi essere assolto, ha strumenti risarcitori limitati e mai diretti contro chi ha commesso l’errore.
Il dato concreto è che tra le oltre mille segnalazioni annuali che arrivano alla sezione disciplinare del CSM, più dell’80% viene archiviato prima ancora di essere esaminato. E il ministro della Giustizia — che pure ha il potere di imporre un procedimento disciplinare rovesciando le decisioni del Procuratore Generale — di fatto non esercita quasi mai questo potere. Come ha scritto il Corriere Nazionale citando volumi documentati come «Alle 4 del mattino» — cento storie vere di arresti all’alba e famiglie distrutte — e «Magistrati, l’Ultracasta» di Stefano Livadiotti, la categoria gode di una protezione di fatto che nessuna altra professione conosce. Con il No al referendum, questo schema non viene toccato.
E qui si innesta il capitolo più oscuro, quello che il dibattito ufficiale ha quasi sempre eluso: il caso Palamara e il tema delle logge. Luca Palamara, ex presidente dell’ANM e membro del CSM, radiato dall’ordine giudiziario nel 2020, ha rivelato nei suoi libri-intervista con Alessandro Sallusti — «Il Sistema» (2021) e «Lobby & Logge» (2022) — una ragnatela di potere che va ben oltre le correnti interne. Le intercettazioni captate dal trojan sul suo telefono mostravano cinque consiglieri del CSM riuniti nottetempo all’Hotel Champagne con parlamentari PD per concordare la nomina del futuro procuratore di Roma — una sala in cui il confine tra magistratura e politica si era dissolto.
Nel secondo volume, Palamara ha toccato esplicitamente il tema delle logge massoniche. Il procuratore Agostino Cordova, negli anni Novanta, inviò al CSM e alla Commissione antimafia un rapporto con i nomi di oltre cento magistrati iscritti a obbedienze massoniche e altri ottanta sospettati. Cordova fu poi fatto oggetto di pressioni, critiche e procedimenti disciplinari. Palamara stesso, intervistato per il volume «Potere Massonico» di Ferruccio Pinotti, ha riconosciuto che «il rapporto tra appartenenza a logge massoniche e potere in Italia è molto complesso» e che «anche nel passato recente molti magistrati hanno aderito a obbedienze massoniche.» Non è una certezza processuale, è un inquietante scenario di possibili sovrapposizioni tra caste, mai completamente chiarito.
L’esito del referendum rafforza questo sistema di potere opaco. Le correnti rimangono il meccanismo elettivo del CSM. Il sorteggio — che avrebbe potuto parzialmente scardinare le logiche correntocratiche — è stato bocciato. Il meccanismo delle nomine concordate nelle salette degli alberghi, quello che Palamara ha descritto come «fisiologia di un sistema malato», resta intatto. E i cittadini che speravano in una magistratura più responsabile delle proprie azioni si ritrovano con la medesima architettura istituzionale di prima.

VIII. LE TOGHE CANTANO: UNA CASTA CHE FESTEGGIA I PROPRI PRIVILEGI

Le immagini arrivate da Napoli nel pomeriggio del 23 marzo sono destinate a rimanere. Una cinquantina di magistrati riuniti nella sede locale dell’ANM, bottiglie stappate, Bella Ciao e il coro «Chi non salta Meloni è». Tra i presenti, il procuratore generale presso la Corte d’Appello Aldo Policastro. A Milano, decine di giudici e PM che brindano nell’Aula Magna del Palazzo di Giustizia. A Firenze, magistrati in piazza sotto Palazzo Vecchio. Scena dopo scena, un racconto che avrebbe dovuto imbarazzare anche chi aveva appena votato No.
Per chi aveva votato No per difendere l’indipendenza della magistratura, quelle immagini erano la prova che qualcosa non torna. Non si tratta di stabilire se la riforma bocciata fosse giusta o sbagliata: si tratta di chiedersi se sia normale che i soggetti istituzionali i cui poteri sono stati messi in discussione da un referendum esultino cantando inni politici. La risposta, in qualsiasi sistema democratico maturo, è no.
Il presidente delle Camere Penali, Francesco Petrelli, ha inquadrato il problema con precisione: da Mani Pulite in poi la magistratura si è fatta sempre più soggetto politico. Ma mentre negli anni di Tangentopoli il consenso ricercato era di tipo mediatico, questa volta abbiamo assistito a un salto di qualità: l’ANM ha fondato un Comitato referendario, ha organizzato campagna, ha mobilitato l’opinione pubblica. La Verità ha descritto l’ANM come un «pseudo-partito» — una formula polemica ma che coglie una realtà concreta: un’associazione di categoria che ha gestito una campagna referendaria con risorse, organizzazione e visibilità tipiche di un soggetto politico, poi ha esultato come tale.
Significativa, in questo contesto, anche la tempistica delle dimissioni del presidente ANM Cesare Parodi — avvenute poche ore prima della chiusura dei seggi, presentate come scelta personale, ma difficili da leggere come altro che calcolo tattico. Con lui fuori, l’ANM poteva festeggiare liberamente. Il potere delle correnti — Magistratura Democratica, Area, Unicost, Magistratura Indipendente — esce da questo referendum non indebolito ma rinforzato. L’autogoverno della magistratura, con tutte le sue opacità, è blindato per almeno un’altra legislatura.

IX. CHI HA VINTO DAVVERO? LA SINISTRA, I GIUDICI O NESSUNO?

La domanda è scomoda ma necessaria. Elly Schlein e il campo largo hanno vinto una battaglia politica, senza dubbio. Ma il voto del 23 marzo ha davvero rappresentato un mandato popolare per l’opposizione, o piuttosto una difesa dello status quo, un’opposizione a questa riforma più che un sostegno a un’alternativa?
Stessa Schlein ha ammesso: «Ci sono più elettori di destra che hanno votato No che il contrario.» Un dato che smonta la narrazione trionfante: il No al referendum non era un voto per il centrosinistra, era un voto contro una riforma specifica. Trasformare quella vittoria in un mandato per governare richiede un salto logico che gli elettori potrebbero non voler fare nel 2027.
I magistrati escono da questo referendum come i vincitori più concreti e meno contestabili. Il loro status, i loro privilegi, il loro potere di autogoverno sono intatti. L’ANM ha vinto la sua scommessa senza pagare nessun costo istituzionale. La domanda che emerge — non solo politica ma filosofica e costituzionale — è se l’Italia stia diventando una Repubblica in cui il potere giudiziario non è più solo contrappeso agli altri poteri, ma li sovrasta. Il filosofo Massimo Cacciari ha da tempo sostenuto che il vero nodo italiano non è la separazione delle carriere ma la mancanza di una cultura della responsabilità condivisa, che tocca tanto i politici quanto i magistrati. Marcello Veneziani ha scritto che l’Italia ha una vocazione strutturale allo status quo istituzionale, una diffidenza atavica verso il cambiamento che convive paradossalmente con una domanda profonda di giustizia. Entrambe le letture trovano conferma piena in questo voto.

X. CONCLUSIONE: LA COSTITUZIONE COME RIFUGIO, LA GIUSTIZIA COME PROBLEMA APERTO

Al termine di questa giornata che rimarrà nei libri di storia, resta in piedi una domanda che va oltre la politica contingente: che cosa dice questo voto del rapporto degli italiani con le proprie istituzioni?
Da un lato, c’è qualcosa di straordinariamente vitale in un Paese che si mobilita con quasi il 59% di partecipazione per difendere la propria Costituzione. I giovani che tornano alle urne, i cittadini comuni che studiano gli articoli della Carta, le piazze che si riempiono — sono segnali di una democrazia che sa ancora scaldarsi, che custodisce qualcosa che ritiene prezioso e irrinunciabile.
Dall’altro lato, c’è qualcosa di opprimente nella difesa a oltranza di un sistema giudiziario che ha problemi reali, documentati, universalmente riconosciuti: processi lentissimi, costi insostenibili, responsabilità dei giudici praticamente inesistente nella pratica concreta. Questi problemi non sono stati risolti dal referendum — non potevano esserlo. E ora rischiano di essere ancora più difficili da affrontare, in un clima in cui qualsiasi proposta di riforma dell’ordine giudiziario viene immediatamente caricata di significati politici insostenibili.
Gli italiani hanno scelto di non cambiare la Costituzione. È una scelta legittima, esercitata con grande partecipazione e piena consapevolezza. Ma sarebbe un errore — da parte di tutti — trasformarla in una sentenza definitiva sulla magistratura, che rimane un’istituzione con luci e molte ombre, con potere reale e responsabilità spesso evase, con correnti che si comportano come partiti e logge che aleggiano nell’ombra da decenni.
Il vero compito che questa giornata lascia in eredità — alla politica, alla magistratura, alla società civile — è trovare quella riforma della giustizia che sia concreta, non ideologica, capace di rendere i processi più veloci, i diritti più tutelati, la responsabilità dei magistrati reale e non solo dichiarata. Una riforma che nessuno ha ancora scritto, e che adesso diventa ancora più urgente — e ancora più difficile — da scrivere.
Nel frattempo, a Napoli, si canta ancora Bella Ciao.

 

 

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