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Armi per 45 miliardi: l’Italia “supera” il 2% NATO. Ma è tutta una questione contabile

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Il rapporto annuale della NATO certifica il traguardo storico: per la prima volta tutti e 32 gli alleati hanno raggiunto la soglia del 2% del PIL in spesa militare. L’Italia si ferma a 2,01%, per circa 45 miliardi di euro. Numeri reali o operazione di facciata? E soprattutto: dove portano?
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Il 26 marzo 2026 il Segretario Generale della NATO Mark Rutte ha presentato a Bruxelles il rapporto annuale dell’Alleanza. L’annuncio-chiave era già nel titolo: per la prima volta nella storia dell’Alleanza Atlantica, tutti e 32 i Paesi membri hanno raggiunto o superato la soglia del 2% del PIL destinata alla difesa. Applausi, dichiarazioni trionfali, foto di rito. Poi, passata la polvere della comunicazione, è rimasta la domanda vera: quei numeri sono reali?
Nel caso dell’Italia, la risposta è parzialmente no. E la cosa merita di essere capita, non derubricata a polemica tecnica.

Il trucco del 2%

Nel 2025 l’Italia ha mobilitato circa 45 miliardi di euro per la difesa, segnando un incremento del 32,97% rispetto all’1,52% del PIL registrato nel 2024. Un salto enorme, su carta. Nel 2014 erano 18 miliardi. Oggi sarebbero 45. Più che raddoppiati in un decennio, dunque. Peccato che l’osservatorio indipendente Milex abbia smontato il dato pezzo per pezzo.
Il punto di partenza è metodologico, ma cruciale: i dati che la NATO utilizza non sono prodotti autonomamente dall’Alleanza, bensì comunicati direttamente dai singoli governi nazionali. Nel caso italiano, è il Ministero della Difesa che trasmette a Bruxelles i propri conteggi “in chiave NATO”. Traduzione: ogni governo decide cosa mettere nel paniere e cosa no.
Le stime Milex sulla spesa militare italiana “pura” – corrispondente alla componente che la NATO stessa definisce come spesa strettamente militare per personale, esercizio e investimento in armamenti – si collocano intorno all’1,5% del PIL per il 2025, coerente con la serie storica e lontana dal 2,01% comunicato a Bruxelles. Per il 2026, la spesa militare diretta stimata da Milex raggiunge circa 33,9 miliardi di euro, pari a circa l’1,46% del PIL. La spesa reale, cioè, non è aumentata di un terzo in un anno. Quello che è cambiato è il perimetro contabile: dentro ci sono finite le pensioni dei carabinieri, la Capitaneria di porto, la cybersicurezza, lo spazio.
È la contabilità creativa elevata a politica estera.

Tre anni di governo Meloni: 42 miliardi di programmi d’arma

Al di là del gioco dei numeri con Bruxelles, esiste però una traiettoria reale che il governo di centrodestra ha impresso alla spesa per la difesa. Dall’inizio della XIX legislatura, con la destra di Giorgia Meloni al governo, il Parlamento ha autorizzato l’acquisto di sistemi d’arma per oltre 42 miliardi di euro, di cui 15 sono già stati impegnati in modo vincolante. In meno di tre anni, il ministro Guido Crosetto ha portato all’approvazione delle commissioni Difesa di Camera e Senato 46 programmi di riarmo: 37 ex novo, mentre 9 riguardano nuove fasi di programmi già operanti.
Nel carrello si trovano caccia Eurofighter e F-35, sottomarini U212, fregate FREMM, carri armati Panther, missili, droni da combattimento, sistemi radar. La spesa per l’acquisto di armamenti nel 2026 vale 13,2 miliardi di euro – un record assoluto. Per il 2022 era di 8,3 miliardi.
Meloni non ha aspettato la certificazione NATO per accelerare. Ha accelerato, e poi ha incassato la certificazione.

La mano di Trump sull’Europa

Il contesto in cui tutto questo avviene non è nato per caso. Rutte ha ricordato il ruolo “decisivo” svolto dall’amministrazione Trump: “Senza l’attuale presidente americano, grandi economie come Spagna, Italia, Belgio e Canada non avrebbero raggiunto il 2% entro la fine del 2025”. Parole diplomatiche per dire una cosa semplice: l’Europa si è mossa perché aveva paura.
La paura, in questo caso, ha un nome preciso: il ritiro dell’ombrello strategico americano. Washington ha reso esplicito, con una brutalità inedita nei toni, che l’impegno militare degli Stati Uniti in Europa non è gratuito e non è eterno. Gli Stati Uniti da soli coprono ancora il 60% della spesa totale NATO, con 838 miliardi di dollari investiti nel 2025. Ma quella percentuale si è ridotta dal 64% del 2024 al 59%, ed è questo il segnale che conta.
In questo quadro, Meloni ha scelto di non resistere. Ha abbracciato il riarmo come scelta necessaria, rivendicando il raggiungimento del 2% come un successo di politica estera, e ha firmato a L’Aia, nel giugno 2025, l’impegno verso l’obiettivo successivo.

Dove sta la NATO in numeri

Per capire le proporzioni, vale la pena guardare la classifica europea delle spese militari aggiornata al 2025:
• Polonia: 44,3 miliardi di euro (4,48% del PIL) – la prima in Europa per intensità
• Germania: 93,7 miliardi (2% del PIL)
• Regno Unito: 90,5 miliardi (2,40%)
• Francia: 66,5 miliardi (2,05%)
• Italia: 45,3 miliardi (2,01%)
• Paesi Bassi: 26,1 miliardi (2,49%)
• Spagna: 33,1 miliardi (2,00%)
• Norvegia: 16,5 miliardi (3,35%)
• Danimarca: 14,3 miliardi (3,22%)
• Grecia: 7,1 miliardi (2,85%)
• Lituania: 3,6 miliardi (4%)
• Lettonia: 1,6 miliardi (3,73%)
• Estonia: 1,4 miliardi (3,38%)
La media complessiva della NATO si attesta nel 2025 al 2,76% del PIL, in aumento rispetto al 2,44% del 2023 e al 2,61% del 2024. Solo tre Paesi stanno attualmente raggiungendo il nuovo obiettivo del 3,5% del PIL concordato all’Aia: Polonia (4,48%), Lituania (4%) e Lettonia (3,73%), paesi che temono una possibile invasione della Russia di Vladimir Putin.

Spesa militare italiana dal 2000 al 2025 – serie storica:

Anno Miliardi (€) % PIL stimato
2000 ~14,0 ~1,8%
2003 ~15,3 ~1,8%
2006 ~16,5 ~1,7%
2008 ~17,5 ~1,6%
2011 ~20,0 ~1,4%
2014 ~18,0 ~1,2%
2016 ~20,5 ~1,3%
2019 ~26,0 ~1,4%
2021 ~25,5 ~1,4%
2022 ~26,5 ~1,5%
2023 ~28,5 ~1,5%
2024 ~33,4 ~1,52%
2025 ~45,3 ~2,01%

(Fonti: Milex, SIPRI, NATO Annual Report 2026)

Il 5% entro il 2035: uno scenario che fa tremare i conti pubblici

Al vertice dell’Aia del giugno 2025 la NATO ha fissato il nuovo obiettivo: 5% del PIL entro il 2035, con almeno il 3,5% destinato alla difesa in senso stretto e fino all’1,5% a investimenti collegati, come resilienza, infrastrutture critiche, difesa delle reti, innovazione e industria.
Per l’Italia, la matematica è impietosa. Secondo le stime di Milex, impegnarsi oggi a spendere 145 miliardi tra dieci anni significa trovare 9-10 miliardi in più ogni anno. In un Paese che ha un debito pubblico che sfiora il 140% del PIL, che è sotto procedura europea per deficit eccessivo, e che ogni legge di bilancio somiglia a un esercizio di equilibrismo fiscale, dove si troverebbero cento miliardi aggiuntivi in un decennio?
La stessa maggioranza non ha una risposta coerente. Crosetto ha escluso che l’Italia abbia già accettato il 5%: “È impossibile raggiungerlo, anche il 3,5%”, ha detto al Senato. “Per questo abbiamo indicato un aumento dello 0,2% annuo con uno spostamento della tempistica al 2035, per lasciare la disponibilità di decidere di investire o disinvestire ai vari governi che seguiranno”. Ma Meloni ha firmato l’impegno politico collettivo. Il dado è tratto.

Chi paga e cosa si taglia

Il nodo finanziario è il più spinoso. Per le spese per la difesa viene richiesta l’attivazione della clausola di salvaguardia per finanziare in deficit, con l’utilizzo del meccanismo SAFE proposto dalla Commissione europea per l’erogazione dei corrispondenti prestiti agevolati. In sostanza: debito europeo, con la NATO come garante politico dell’urgenza.
Sul piano interno, il governo ha assicurato che non si toccheranno sanità, scuola e pensioni. Ma l’Ufficio Parlamentare di Bilancio ha già segnalato che, aritmeticamente, o si aumentano le tasse o si tagliano le spese sociali. Non esistono terze vie. Il manifesto ha definito il processo “la parabola di uno Stato militarizzato in un’economia di guerra”. Definizione faziosamente efficace, ma che pone la domanda giusta: esiste un limite oltre il quale il riarmo smette di essere deterrenza e diventa scelta di sistema?

Deterrenza o proiettili per Kyiv?

La finalità della spesa militare resta volutamente ambigua. La NATO usa il termine “deterrenza” come cornice generale, ma il meccanismo PURL, lanciato nell’estate 2025, convoglia in Ucraina equipaggiamenti militari statunitensi finanziati dagli alleati: difesa aerea, intercettori Patriot, munizioni per HIMARS e artiglieria a lungo raggio. A fine 2025 più di due terzi degli alleati avevano già contribuito.
L’Italia è fra questi. In misura ridotta rispetto ai principali alleati, ma ci è dentro. Difesa del territorio e proiezione del conflitto non sono la stessa cosa, ma nel bilancio militare finiscono spesso nella stessa riga.

Un traguardo che era già obsoleto

Rutte è stato esplicito: “Il 2% è ormai il pavimento, non il soffitto”. Tradotto: il risultato che l’Italia ha celebrato come storico era già superato nel momento stesso in cui veniva annunciato. Il vero banco di prova arriverà nei prossimi anni, quando si tratterà di trovare risorse reali e non contabili per finanziare una corsa agli armamenti che non ha precedenti dall’era della Guerra Fredda.
L’Italia ha dichiarato il 2%. La spesa reale è vicina all’1,5%. Il prossimo obiettivo è il 5%. Nel mezzo c’è un Paese con gli ospedali pubblici che chiudono reparti, le liste d’attesa che si allungano, le scuole che cadono a pezzi. Dove si trovano i soldi per le armi dipende, alla fine, da una scelta politica che nessun vertice NATO può fare al posto dei cittadini.

 

Ph. in copertina: Carro Ariete del 4° Reggimento carri – Esercito italiano

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