Dopo il crollo dei negoziati di Islamabad, Trump impone il blocco navale contro i porti iraniani. Teheran non cede sul nucleare, Pechino gioca su due tavoli, l’Europa conta le perdite. Una crisi che non è più solo militare – e che potrebbe ridisegnare l’ordine energetico globale.
Alle 10:00 del mattino ora di Washington del 13 aprile 2026 – le 17:30 a Teheran – la Marina degli Stati Uniti ha cominciato a interdire il traffico verso i porti iraniani nello Stretto di Hormuz. Quarantasei anni dopo la rivoluzione khomeinista, la superpotenza che aveva giurato di non lasciarsi ricattare geograficamente si è ritrovata a imporre un proprio blocco navale sullo stesso specchio d’acqua che l’Iran controlla da settimane con mine, droni e tasse di passaggio. È la fotografia di una crisi che ha smesso di essere militare per diventare qualcosa di più complicato: una guerra di logoramento combattuta con gli strumenti dell’economia e del diritto internazionale, in un corridoio largo quarantasei chilometri attraverso cui passa circa un quinto del petrolio mondiale.
Il contesto è quello che gli analisti di Chatham House definiscono il più grande shock energetico mai registrato nella storia del mercato petrolifero globale – più severo delle crisi degli anni Settanta e dello shock post-invasione dell’Ucraina messi insieme, secondo Fatih Birol, direttore dell’Agenzia Internazionale per l’Energia. L’OPEC ha registrato un calo della produzione di quasi 7,9 milioni di barili al giorno, scendendo a 20,79 milioni, un declino del 27%.
Il traffico mercantile nello stretto, che prima dell’attacco statunitense e israeliano del 28 febbraio era di oltre cento navi al giorno, si è ridotto a un rivolo controllato dalle Guardie della Rivoluzione islamica.
La logica iraniana: il controllo come sopravvivenza
Teheran non chiude lo stretto per capriccio. Lo chiude perché è l’unica mossa che le consente di sedere a un tavolo negoziale da una posizione diversa dalla resa. Ali Akbar Velayati, consigliere senior della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, ha ribadito domenica che la “chiave dello Stretto di Hormuz” resta nelle mani della Repubblica Islamica.
È una frase che sintetizza una strategia, non un proclama: l’Iran ha trasformato la chiusura parziale in una rendita di posizione, imponendo pedaggi in yuan cinesi che arrivano fino a due milioni di dollari a nave, con le Guardie Rivoluzionarie che hanno istituito un regime di fatto a “casello autostradale”, richiedendo documentazione completa, codici di autorizzazione e transito scortato attraverso un corridoio controllato. La questione nucleare è l’altra gamba della posizione iraniana. I negoziati di Islamabad – ventuno ore di trattative condotte da JD Vance per parte americana – si sono incagliati esattamente su quel punto. Teheran ha ribadito che il suo programma nucleare è civile e che ha il diritto di continuare ad arricchire uranio.
Per il regime, cedere su questo fronte equivale a svuotare l’unica assicurazione strategica rimasta dopo che l’aviazione statunitense e israeliana ha operato per settimane sul territorio persiano. Il ragionamento interno è semplice: Gheddafi rinunciò alle armi di distruzione di massa e finì linciato. Kim Jong-un non rinunciò e governa ancora. Per la leadership iraniana, il nesso è diretto e non negoziabile.
La risposta di Trump: la logica dello specchio
La mossa americana è, nella sua essenza, una risposta simmetrica. Iran aveva continuato a esportare in media 1,85 milioni di barili di greggio al giorno nel corso di marzo – circa centomila barili al giorno in più rispetto ai tre mesi precedenti – mentre il traffico commerciale internazionale era ridotto a un rivolo.
Trump ha deciso che se le navi neutrali non possono passare liberamente, quelle iraniane non passeranno affatto.
La dichiarazione di domenica su Truth Social è inequivocabile nella sua architettura: il blocco vale “tutto o niente”, nessuna nave sarà autorizzata fino a quando l’Iran non cederà.
CENTCOM ha poi precisato che la misura riguarda esclusivamente i vettori in ingresso o in uscita dai porti iraniani, senza imporre limitazioni alla navigazione verso porti di paesi terzi. È una distinzione giuridica rilevante che ammorbidisce il colpo diplomatico verso Pechino e Delhi, ma non elimina il rischio di incidenti in un’area tra le più trafficate e geopoliticamente sensibili al mondo.
Washington sta valutando anche la ripresa di attacchi militari limitati, secondo fonti governative citate dal Wall Street Journal. Analisti avvertono che un blocco navale statunitense potrebbe essere interpretato da Teheran come un atto di guerra, con il rischio di innescare nuova escalation militare.
I margini per un accordo
Nonostante il tono bellicoso, le condizioni per un compromesso non sono scomparse. Vance, rientrando da Islamabad, ha lasciato aperta la porta: “Partiamo con una proposta molto semplice: un metodo di intesa che rappresenta la nostra offerta finale e migliore.”
La formula rivela che buona parte del testo negoziale è già concordata – la riapertura dello stretto, le garanzie di sicurezza per il regime, probabilmente qualche forma di allentamento delle sanzioni – mentre il nodo nucleare rimane l’unico punto irrisolto.
Un accordo minimo realistico potrebbe prevedere un congelamento verificabile del programma di arricchimento a livelli sub-militari, senza una rinuncia formale al diritto di possedere tecnologia duale. È il tipo di formula che consente a entrambe le parti di vendere il risultato come una vittoria in casa. Il problema è che Teheran considera quel congelamento come l’inizio di una traiettoria verso il disarmo, mentre Washington lo considera il punto di arrivo minimo accettabile.
Pechino: il doppio registro
La Cina è l’attore che guadagna di più dalla crisi e che al tempo stesso ha il maggiore interesse a risolverla. Nell’imposizione dei pedaggi in yuan, Teheran e Pechino hanno trovato uno strumento comune per sfidare l’egemonia del dollaro nell’interscambio petrolifero globale, dove circa l’80% delle transazioni è regolato in dollari.
Non è un caso minore: è la prima applicazione su scala sistemica del cosiddetto “petroyuan” in un contesto di crisi.
Al tempo stesso, circa il 45% delle importazioni di petrolio cinesi transita per Hormuz
, e Pechino non può permettersi una paralisi prolungata. La Cina ha fatto pressione su Teheran perché non colpisse le petroliere qatariote di LNG: il Qatar fornisce circa il 30% delle importazioni cinesi di gas naturale liquefatto. Diplomaticamente, Pechino mantiene un profilo basso, condanna le operazioni militari, incassa gli sconti sul greggio iraniano e usa le riserve strategiche accumulate come cuscinetto. Secondo stime, la Cina avrebbe riserve sufficienti per far fronte a due-quattro anni di interruzione totale delle importazioni marittime, con razionamento aggressivo e utilizzo pieno dei gasdotti terrestri.
Non è invulnerabile, ma è più preparata di chiunque altro.
L’intelligence americana segnala intanto una potenziale fornitura di sistemi di difesa aerea da Pechino a Teheran. Trump ha risposto che “se la Cina fa questo, avrà grossi problemi”, mentre l’ambasciata cinese ha negato qualsiasi trasferimento di armi.
È un segnale di quanto questa crisi possa diventare la prima vera prova di tensione diretta tra Washington e Pechino nella regione.
L’Europa: esposta e disunita
L’Europa arriva a questa crisi già indebolita. Le riserve di gas del continente erano stimaste al 30% della capacità a inizio 2026, dopo un inverno rigido, e i benchmark del gas olandese TTF sono quasi raddoppiati a oltre 60 euro per megawattora a metà marzo.
L’UE stima un aumento dei prezzi del gas del 70% e del petrolio del 50%, con una bolletta aggiuntiva di 13 miliardi di euro sulle importazioni di combustibili fossili. La BCE ha già rivisto al rialzo le previsioni di inflazione e tagliato quelle di crescita, avvertendo che economie ad alta intensità energetica come Germania e Italia rischiano la recessione tecnica entro fine 2026. Londra è in una posizione ancora più vulnerabile: il CEO di Ryanair ha stimato cancellazioni estive tra il 5 e il 10% se lo stretto resterà chiuso, e quattro aeroporti italiani – Bologna, Milano, Treviso e Venezia – hanno già imposto restrizioni al rifornimento di carburante. Sul piano diplomatico, l’Europa è divisa tra chi vorrebbe sostenere gli sforzi di Washington e chi teme che il blocco navale – contestato sul piano del diritto internazionale – aggravi la situazione anziché risolverla. Il governo britannico ha smentito un coinvolgimento nel blocco, dichiarando di lavorare con Francia e altri partner per costruire una coalizione a tutela della libertà di navigazione.
È una linea che distingue la posizione europea da quella americana: riaprire lo stretto sì, ma non attraverso un’ulteriore chiusura.
Il prezzo che il mondo sta pagando
L’impatto economico va ben oltre il prezzo del barile. Trita Parsi del Quincy Institute ha stimato che il blocco potrebbe spingere il petrolio intorno a 150 dollari al barile
, ma il danno strutturale è nei mercati a valle. Secondo le proiezioni di Morningstar, i prezzi dei fertilizzanti azotati potrebbero raddoppiare rispetto ai livelli del 2024, con ripercussioni immediate sui costi di produzione di cereali e generi alimentari.
La crisi dei fertilizzanti mette a rischio la stagione di semina primavera-estate in diversi mercati emergenti.
Circa un terzo del commercio globale di metanolo, materia prima per resine e plastiche, transita per Hormuz. La crisi dell’elio – critico per la produzione di semiconduttori – aggiunge un’altra dimensione tech alla perturbazione industriale.
FMI e Banca Mondiale hanno già segnalato che revisioneranno al ribasso le previsioni di crescita globale e al rialzo quelle di inflazione, avvertendo che i mercati emergenti subiranno i contraccolpi più pesanti.
Come potrebbe finire
Tre scenari meritano analisi.
Lo scenario più probabile, nel breve periodo, è quello del negoziato sotto pressione: il blocco americano funziona da acceleratore diplomatico, entrambe le parti tornano al tavolo entro settimane, si raggiunge un accordo parziale sul nucleare che consenta all’Iran di presentarlo come riconoscimento del suo diritto alla tecnologia atomica civile e a Washington come un congelamento verificabile. Lo stretto riapre gradualmente. I prezzi scendono, ma rimangono strutturalmente più alti per mesi.
Lo scenario peggioreè l’escalation per miscalcolo: una nave iraniana “fast attack” si avvicina troppo alle unità navali americane, o un’operazione di sminamento viene interpretata come atto di guerra. Le Guardie della Rivoluzione hanno già avvertito che qualsiasi vettore militare che si avvicini allo stretto “sotto qualsiasi pretesto” sarà considerato una violazione del cessate il fuoco e riceverà una “risposta severa”.
In questo caso, il conflitto riprenderebbe con implicazioni difficilmente calcolabili.
Lo scenario terzo, meno discusso ma non trascurabile, è il collasso dall’interno. Il regime iraniano affronta una crisi di legittimità interna aggravata dalla guerra. Analisti della Carnegie e del Washington Institute segnalano che ulteriori indebolimenti dello stato potrebbero aumentare la probabilità di un’ondata di proteste analoga a quella del gennaio 2026, con il rischio di collasso del regime.
In quel caso, il vuoto di potere aprirebbe scenari di instabilità ancora più difficili da gestire.
I segnali da monitorare nei prossimi giorni sono tre: l’atteggiamento della Marina iraniana di fronte ai vettori militari americani nello stretto; eventuali aperture diplomatiche indirette attraverso Oman o Qatar, tradizionali canali informali tra Washington e Teheran; e la risposta di Pechino al blocco delle sue petroliere legate a porti iraniani. Quando la Cina parlerà davvero – non attraverso i comunicati del Ministero degli Esteri, ma attraverso le scelte della sua Marina militare – si capirà dove sta andando questa crisi.
Illustrazione de IL COSMOPOLITICO
Fonti principali utilizzate:
- CNBC, 13 aprile 2026 (blocco CENTCOM)
- NBC News / NPR, 12-13 aprile 2026 (fallimento negoziati Islamabad)
- Al Jazeera, 8-12 aprile 2026 (posizione Iran, petroyuan)
- Wikipedia / 2026 Strait of Hormuz crisis (dati aggregati verificati)
- War on the Rocks, marzo 2026 (sicurezza energetica cinese)
- Bloomberg Graphics, aprile 2026 (scenari prezzi petrolio)
- Euronews, 31 marzo 2026 (impatto europeo)
- CNBC / Chatham House (Daniel Yergin, David Lubin)
- Time / IEA (Fatih Birol, scenario globale)
- World Economic Forum, aprile 2026 (commodities non-energetiche)
- Carnegie Endowment / Washington Institute for Near East Policy
