Dalla dottrina asimmetrica dell’Iran alla trappola energetica dell’Europa, dalla partita cinese a quella di Trump: il collo di bottiglia che ha già scatenato la peggiore crisi energetica dalla stagflazione degli anni Settanta.
Trentadue chilometri nel punto più stretto. Due corsie navigabili di appena tre chilometri ciascuna, una per senso di marcia. Un fondale che basta a malapena ai superpetroliere di ultima generazione. Eppure, in questo lembo d’acqua salmastra tra la costa iraniana e la penisola di Musandam, si decidono i destini dell’economia mondiale. Lo Stretto di Hormuz non è semplicemente un passaggio marittimo: è il barometro della stabilità globale, l’interruttore a cui sono collegati i mercati finanziari di Tokyo, Francoforte, New York e Mumbai. Quando scatta, il mondo trema.
Lo sanno bene gli analisti dell’AIE, che il 17 marzo 2026 hanno descritto la situazione in corso come “la più grande sfida alla sicurezza energetica globale della storia”. Una definizione che non lascia spazio all’iperbolismo: dal 28 febbraio, quando le forze aeree statunitensi e israeliane hanno avviato l’Operazione Epic Fury colpendo obiettivi militari, nucleari e di leadership in Iran – con la morte del leader supremo Ali Khamenei – il traffico commerciale attraverso lo stretto è crollato. La chiusura non è avvenuta solo per un blocco fisico, ma per paura, premi assicurativi schizzati fino al 300 per cento e la cautela degli operatori. I prezzi del petrolio Brent hanno superato i 100 dollari al barile l’8 marzo 2026 per la prima volta in quattro anni, raggiungendo un picco di 126 dollari.
Il Termometro del Mondo
Per capire perché quanto accade a Hormuz scuota immediatamente i mercati dall’Asia all’Europa, basta guardare i numeri. Nel 2024, il flusso di petrolio attraverso lo stretto ha raggiunto una media di 20 milioni di barili al giorno, equivalente a circa il 20 per cento del consumo globale di idrocarburi liquidi. Con circa il 25 per cento del commercio marittimo mondiale di petrolio che transita per lo Stretto, e opzioni di bypass molto limitate, qualsiasi interruzione avrebbe conseguenze enormi sui mercati energetici globali.
Ma il petrolio è solo una parte della storia. Nel periodo 2023-2025, il 20 per cento del commercio mondiale di gas naturale liquefatto e il 25 per cento degli scambi marittimi di petrolio sono transitati annualmente dallo stretto. Il Qatar, secondo esportatore mondiale di GNL, dipende interamente da questa rotta per tutte le sue spedizioni marittime. Quando il 2 marzo 2026 i droni iraniani hanno colpito gli impianti di Ras Laffan – il principale hub GNL del Qatar – QatarEnergy ha dichiarato force majeure su tutti i contratti di esportazione. Quella mossa ha innescato un’impennata immediata dei benchmark europei del gas, con prezzi balzati di oltre il 50 per cento in un solo giorno: il rialzo giornaliero più elevato dal 2022, in seguito alla crisi energetica seguita all’invasione russa dell’Ucraina.
Geopolitica dei Flussi: chi dipende da chi
La geografia della dipendenza energetica attraverso Hormuz disegna una mappa politica altrettanto eloquente. L’84 per cento del greggio e del condensato e l’83 per cento del GNL che hanno transitato per lo Stretto di Hormuz sono andati verso i mercati asiatici nel 2024. Cina, India, Giappone e Corea del Sud sono state le principali destinazioni, rappresentando complessivamente il 69 per cento di tutti i flussi di greggio provenienti da Hormuz.
Il Giappone importa circa il 95 per cento del suo greggio dalla regione del Golfo, la Corea del Sud il 75 per cento. La Cina e l’India insieme ricevono oltre il 40 per cento del volume che transita per lo stretto. Per queste economie, ogni giorno di chiusura non è un’astratta emergenza geopolitica: è benzina che non arriva, industria che rallenta, inflazione che sale. Gli Stati Uniti, pur con la loro produzione interna robustissima, nel 2024 importavano circa 0,5 milioni di barili al giorno dai Paesi del Golfo Persico attraverso lo stretto, coprendo circa il 2 per cento del consumo nazionale di idrocarburi. Abbastanza da non essere indifferenti, ma non abbastanza da essere vulnerabili quanto i loro alleati asiatici.
L’Europa si trova in una posizione intermedia e per certi versi più complessa. Il Vecchio Continente ricava tra il 12 e il 14 per cento del proprio GNL dal Qatar, attraverso lo stretto. Non sembra molto, ma dopo anni di diversificazione forzata dal gas russo, la dipendenza dal GNL del Golfo era diventata un pilastro della sicurezza energetica europea.
La Strategia del Bastone: il calcolo di Teheran
L’Iran ha pochi strumenti per sfidare la supremazia militare statunitense su scala globale. Ma ne possiede uno, geopoliticamente insostituibile: la capacità di rendere Hormuz innavigabile. Non necessariamente chiuso in modo permanente – operazione tatticamente difficile – ma abbastanza pericoloso da fermare il traffico commerciale con il semplice spettro dell’attacco.
L’Iran ha dispiegato almeno una dozzina di mine navali nello stretto come identificato da fonti di intelligence open source. Le mine Maham-3 e Maham-7 sono armi moderne dotate di sensori, capaci di colpire navi commerciali con precisione. Tuttavia, finora non risultano navi colpite da mine: la maggior parte degli incidenti riguarda attacchi di droni. La reale potenza non sta nella minaccia fisica ma nell’incertezza che genera: il traffico si è quasi azzerato non per le mine stesse, ma per il terrore che producono. Strategicamente, l’impatto è sproporzionato rispetto alla capacità militare effettivamente impiegata.
Questa è l’essenza della dottrina asimmetrica dell’IRGC, la Guardia Rivoluzionaria Islamica. La postura difensiva iraniana si basa su una struttura di comando e controllo decentralizzata radicata nel concetto di “difesa a mosaico”, che garantisce ai comandanti locali notevole autonomia operativa. Anche se basi chiave o nodi di comando vengono degradati, le unità rimanenti mantengono la capacità tattica di condurre operazioni. In altre parole, l’esercito più potente del mondo può distruggere il 90 per cento della capacità militare iraniana e trovarsi ancora a fronteggiare mine, droni e motovedette veloci che rendono il transito commerciale impossibile.
Iran ha usato il punto di strozzatura alla foce del Golfo Persico per bloccare forniture cruciali di petrolio e tenere in ostaggio l’economia globale. Se la guerra dovesse concludersi con Teheran ancora in controllo di questa via d’acqua strategica, rappresenterebbe una vittoria strategica per il regime. Una lezione che non perderà forza con il tempo.
Il contrappeso USA: potenza senzachiave
Il 19 marzo 2026, sette alleati chiave – Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Giappone e Canada – hanno rilasciato una dichiarazione congiunta impegnandosi a riaprire lo Stretto di Hormuz per il traffico commerciale. Una coalizione più ampia di 22 nazioni ha segnalato sostegno, anche se non tutti hanno impegnato forze immediate.
Ma la realtà operativa è più scomoda della retorica politica. Anche la potente Marina statunitense al momento considera troppo pericoloso avventurarsi entro il raggio dei droni e dei missili iraniani nello stretto. Trump ha minacciato di “radere al suolo” centrali elettriche iraniane e impianti di desalinizzazione se Teheran non avesse riaperto il varco entro 48 ore, ma il presidente francese Macron ha dichiarato che un’operazione militare per liberare lo stretto sarebbe “irrealistica”.
Il paradosso strategico è quello che gli analisti chiamano la “trappola di Hormuz”: uno scenario in cui gli USA hanno più potere ma raggiungere una vittoria inequivocabile richiederebbe l’accettazione di un livello di danno politico ed economico che Trump non è disposto a sopportare. L’Iran non può sconfiggere gli Stati Uniti e Israele, ma ha giocato la sua carta finale chiudendo lo stretto, tenendo in ostaggio l’economia globale e costruendo costi politici per Washington.
Trump e Israele: due guerre, due uscite
Gli interessi di Trump e Netanyahu convergono sull’obiettivo iniziale – neutralizzare la capacità nucleare e militare iraniana – ma divergono radicalmente sull’endgame. Trump cercava un’uscita rapida dal conflitto e si trova ora a oscillare tra minacce e richieste, chiedendo all’Iran di garantire il libero flusso energetico attraverso Hormuz mentre allo stesso tempo scarica la responsabilità della via d’acqua chiave. Affronta pressioni crescenti per contenere i prezzi della benzina, che hanno superato i 4,50 dollari al gallone, mentre il suo consenso sull’economia tocca i minimi storici.
Israele punta a ben altro: la neutralizzazione definitiva del regime degli ayatollah, non semplicemente la degradazione del suo arsenale. Netanyahu non sarebbe soddisfatto da un Iran “ferito ma ancora in piedi”, capace di riorganizzarsi nel medio termine. Se Trump dovesse scegliere una via d’uscita nel breve termine, né Netanyahu né l’opinione pubblica israeliana sarebbero probabilmente soddisfatti di un regime gravemente indebolito ma ancora pericoloso rimasto intatto.
Per Israele, la posta in gioco va oltre il petrolio: è la neutralizzazione dell’asse sciita che da decenni finanzia Hezbollah, i Paesi filo-iraniani e i movimenti proxy destinati a destabilizzare l’area. Hormuz è un mezzo, non il fine. Per Trump, Hormuz è il problema immediato: dopo un mese di guerra non risolta, ha invitato le altre nazioni a “prendere il controllo” dello stretto, in un post sui social media che rispecchiava la sua crescente frustrazione.
La “Guerra Fredda” del Golfo: Riad, Abu Dhabi e gli Accordi di Abramo
Lo stretto di Hormuz si inserisce in una rivalità strutturale che attraversa l’intera regione. Le monarchie sunnite del Golfo – Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein – hanno sempre visto l’Iran sciita come la minaccia esistenziale per eccellenza. Gli Accordi di Abramo del 2020, che hanno normalizzato le relazioni tra Israele e alcuni Paesi arabi, hanno in parte ridisegnato le alleanze regionali, ma l’elemento più rilevante in questo conflitto non è la pace israelo-araba bensì la convergenza anti-iraniana. Bahrein e Kuwait stanno spingendo gli Stati Uniti a continuare a combattere finché l’Iran non sia definitivamente sconfitto. Le azioni iraniane non hanno incrinato gli Accordi di Abramo né il riavvicinamento tra Israele e alcuni Paesi del Golfo. Anzi, hanno rafforzato questa convergenza.
Le vie d’uscita: Pipeline e limiti del bypass
Esistono alternative? Tecnicamente sì, ma insufficienti. Solo Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti dispongono di oleodotti in grado di reindirizzare i flussi aggirando Hormuz, con una capacità stimata tra 3,5 e 5,5 milioni di barili al giorno. Il Petroline saudita verso il Mar Rosso, con una capacità teorica di emergenza di circa 7 milioni di barili al giorno, e il gasdotto ADCOP degli Emirati verso Fujairah, con una capacità di 1,8 milioni, sono attualmente operativi a pieno regime. Ma il problema è strutturale: la somma di queste capacità di bypass non raggiunge nemmeno lontanamente i 20 milioni di barili al giorno che normalmente transitano per Hormuz. Tutto il GNL deve obbligatoriamente essere trasportato via mare attraverso lo stretto. Non esistono infrastrutture terrestri alternative per i volumi coinvolti.
L’ombra della Cina: Gwadar e il dilemma di Malacca
Pechino ha un interesse vitale nella stabilità di Hormuz. Con il 34 per cento circa del proprio greggio importato dal Golfo nel 2025, la Cina non può permettersi una crisi prolungata dello stretto. Eppure mantiene una posizione di non intervento militare diretto, puntando su un mix di diplomazia economica e infrastrutture alternative.
Il corridoio CPEC tra Cina e Pakistan è al centro della strategia BRI di Pechino, con 62 miliardi di dollari investiti in infrastrutture in Pakistan dal 2013, con l’obiettivo di sviluppare collegamenti economici tra la provincia cinese dello Xinjiang e il porto in acque profonde di Gwadar sul Mar Arabico. Questa rete di 3.000 chilometri fornirebbe a Pechino un’alternativa strategica allo Stretto di Malacca.
Un porto militare a Gwadar avrebbe senso strategico: garantirebbe alla Cina capacità anti-accesso/area denial nelle acque adiacenti allo Stretto di Hormuz, aumentando la sua proiezione di forza e le sue capacità di intelligence. Tuttavia, il progetto sconta ritardi significativi dovuti all’instabilità politica pakistana, ai costi superiori alle previsioni e alle difficoltà logistiche del territorio montuoso. La realtà di Gwadar, oggi, è lontana dall’ambizioso piano originale. Ma il calcolo strategico di Pechino non è cambiato: ridurre la dipendenza da Malacca e costruire una presenza permanente in prossimità di Hormuz resta un obiettivo di lungo periodo.
Il quadro giuridico: chi ha ragione secondo il Diritto Internazionale
Il fondamento giuridico della libertà di navigazione in Hormuz è la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS), firmata a Montego Bay nel 1982 e ratificata da 168 Stati. L’articolo 38 sancisce il “diritto di passaggio in transito” negli stretti internazionali, che garantisce la navigazione libera e ininterrotta anche in acque che rientrano nella giurisdizione di uno Stato costiero. La chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran costituisce una violazione della Convenzione ONU sul Diritto del Mare, poiché nega il transito in uno stretto utilizzato per la navigazione internazionale.
Teheran ha sempre contestato questa interpretazione, rivendicando poteri di controllo più ampi sulle navi straniere che attraversano acque contigue al proprio territorio. Ma quella disputa dottrinale è oggi relegata agli scaffali degli istituti di diritto internazionale: la realtà sul campo è una guerra asimmetrica in cui la geografia e la paura del danno economico stanno battendo il principio della libertà dei mari. Come scriveva Hans Morgenthau, il diritto internazionale regge finché non incontri la potenza.
L’Europa tra dipendenza e ritardo strategico
L’Europa entra in questa crisi in una posizione di debolezza strutturale, aggravata da una contingenza sfavorevole: il conflitto ha coinciso con livelli di stoccaggio europeo del gas storicamente bassi, stimati al 30 per cento della capacità a seguito di un inverno 2025-2026 particolarmente rigido, causando un quasi raddoppio dei benchmark del gas naturale olandesi TTF a oltre 60 euro per MWh entro metà marzo.
Le stime indicano che la disruzione dei flussi energetici dal Golfo potrebbe spingere il prezzo medio del gas in Europa fino al 50 per cento in più, da circa 30 euro/MWh del febbraio 2026 a 45-60 euro/MWh nel corso dell’anno, a seconda della durata del conflitto. L’impatto macroeconomico sarebbe particolarmente significativo per l’Italia, data la sua maggiore dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili.
La strategia energetica europea post-2022 era fondata su un obiettivo primario: la diversificazione dall’approvvigionamento russo. In pratica, questo ha significato uno spostamento strutturale verso il GNL americano e il gas qatariota. La crisi di Hormuz ha messo a nudo i limiti di quella strategia con brutalità: l’Europa si ritrova più dipendente dalle forniture energetiche americane proprio nel momento in cui cerca di aumentare la propria autonomia strategica da Washington. Il paradosso è quasi geometrico: fuggendo dalla dipendenza moscovita, ci si è stretti attorno a quella di Washington.
Nel frattempo, l’Italia cerca un aumento delle forniture di gas dall’Algeria, mentre il G7 si è detto pronto a prendere “tutte le misure necessarie” per stabilizzare i mercati energetici. Ma la soluzione militare – come ha detto Macron – resta irrealistica senza la guida degli Stati Uniti, e quella diplomatica richiede un Iran disposto a negoziare, che al momento appare lontano.
Scenari futuri: l’irreversibilità del Bottleneck
La transizione energetica ridurrà nel lungo periodo la dipendenza dai combustibili fossili del Golfo. Ma i tempi della geopolitica non coincidono con quelli della decarbonizzazione. L’AIE stima che nel 2050 il petrolio rappresenterà ancora una componente significativa del mix energetico globale, anche negli scenari più aggressivi di sviluppo delle rinnovabili. Nel breve e medio termine, Hormuz rimarrà insostituibile.
La chiusura dello stretto ha avuto un discreto successo per l’Iran: ha messo a soqquadro i mercati energetici globali, complicato l’endgame della guerra, e causerà danni economici sempre più pesanti quanto più si prolungherà. Ma non ha costretto l’amministrazione Trump a piegarsi. Il rischio reale è uno scenario di attrizione prolungata: un’Iran decimata militarmente ma capace di tenere aperto il fronte asimmetrico nello stretto per settimane o mesi, mentre l’economia globale accumula cicatrici che si vedranno per anni.
Se il conflitto si concludesse senza che gli USA prendano il controllo militare dello stretto, si creerebbe un precedente geopolitico catastrofico: una cancellazione di fatto del Carter Doctrine e del Reagan Corollary che da decenni garantisce la stabilità della regione. Lasciare l’Iran a incassare pedaggi navali da 2 milioni di dollari a transito “non è uno scenario duraturo”, come ha avvertito l’ex consigliere energetico della Casa Bianca Bob McNally.
Hormuz è, in fondo, molto più di uno stretto. È il punto in cui converge tutto ciò che la modernità ha costruito: rotte commerciali, architetture di alleanza, equilibri di deterrenza, dipendenze energetiche, rivalità tecnologiche. Quando quelle acque si chiudono, non è solo il petrolio a fermarsi. È la rappresentazione più concreta di quanto fragile rimanga l’ordine internazionale quando incontri la volontà di chi non ha nulla da perdere – o crede di non averlo.
________________________________________
Fonti principali consultate: U.S. Energy Information Administration (EIA), Strait of Hormuz chokepoint analysis, 2025; International Energy Agency (IEA), Strait of Hormuz Oil Security, febbraio 2026; Al Jazeera Centre for Studies, The Strait of Hormuz: Global Economic Shock and the Limits of Military Power, marzo 2026; Atlantic Council, How the Iran war could trigger a European energy crisis, marzo 2026; Foreign Policy, Iran’s Strait of Hormuz Toolkit, marzo 2026; Gulf International Forum, Iran’s Asymmetric Naval Threat, marzo 2026; ECCO Climate, Crisis in the Strait of Hormuz: gas, energy prices and European strategic autonomy, marzo 2026; Carnegie Endowment for International Peace, Gwadar and China’s Power Projection; The Diplomat, CPEC: Debt Trap Diplomacy or a Mismanaged Opportunity?, settembre 2025; Fortune / Fortune Energy, Controlling the Strait of Hormuz, aprile 2026; Wikipedia, 2026 Strait of Hormuz crisis (dati aggregati verificati su fonti primarie); EUobserver, Europe has two energy crises, aprile 2026.
