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L’oro grigio del XXI secolo: terre rare, potere cinese e la partita geopolitica che l’Occidente rischia di perdere

L'oro grigio del XXI secolo terre rare, potere cinese e la partita geopolitica che l'Occidente rischia di perdere - ilcosmopolitico.com

Dal monopolio cinese all’Artico che si apre: come 17 elementi chimici stanno ridisegnando il potere mondiale

Esiste una categoria di elementi che non compare sui giornali finanziari come il petrolio, non alimenta le crisi diplomatiche con l’immediata visibilità del gas naturale, eppure muove più silenziosamente – e forse più profondamente – i destini industriali e militari del pianeta. Si chiamanoterre rare, sonodiciassette elementi chimiciconproprietà magnetiche, ottiche e conduttivequasi impossibili da replicare artificialmente, e il loro nome è quanto di più ingannevole si possa immaginare: non sono scarse nella crosta terrestre, ma sono raramente presenti inconcentrazioni economicamente sfruttabili. Questa sottile distinzione – tra abbondanza geologica e accessibilità industriale – è la chiave per comprendere ilpotere straordinario che un singolo Paese ha costruito su di essenel corso di quattro decenni.


Da curiosità di laboratorio ad arma di Stato

La storia delleterre rareè, nella sua prima fase, una storia di laboratorio. Il primo elemento fu isolato nel 1787 dallo svizzero Johan Gadolin, che analizzò un minerale estratto aYtterby, in Svezia, dal quale derivano i nomi di ben quattro elementi: ittrio, terbio, erbio e itterbio. Nel corso dell’Ottocento, la chimica europea identificò progressivamente lantanio, cerio, praseodimio e neodimio, ma senza che la scoperta producesse immediate conseguenze industriali. La prima applicazione praticabile fu commerciale e modesta: le luci ad arco dei proiettori cinematografici e le pietre focaie degli accendini, dove ilceriodimostrò proprietà straordinarie come agente piroforico.

La svolta vera arrivò con laSeconda Guerra Mondialee si approfondì durante laGuerra Fredda. I radar, i sistemi di guida dei missili, i laser militari richiedevano materiali con proprietà elettromagnetiche che solo le terre rare potevano garantire. GliStati Unitifurono, per decenni, i principali produttori mondiali: la miniera diMountain Pass, in California, attiva dal 1952, alimentava quasi interamente la domanda occidentale. Ma fu nel1992che si consumò, in modo quasi inosservato, la decisione geopolitica più conseguente del tardo Novecento nel settore minerario.Deng Xiaoping, in visita nella regione dellaMongolia Interna, pronunciò una frase che sarebbe diventata programmatica per tutta la generazione successiva di dirigenti cinesi:“Il Medio Oriente ha il petrolio. La Cina ha le terre rare.”Non era una constatazione geografica. Era unadichiarazione di strategia.


Anatomia di un dominio: chi estrae, chi raffina, chi comanda

Negli anni che seguirono,Pechino costruì sistematicamentequello che nessun altro Paese aveva avuto la visione – o la pazienza – di costruire: unacatena del valore integrata verticalmente, dalla miniera al magnete finito. MentreMountain Pass chiudeva nel 2002schiacciata dai costi e dalle normative ambientali, la Cina inondava i mercati con prodotti aprezzi sottocosto, eliminando la concorrenza e accumulando capacità tecnologica. Il risultato, oggi, è unmonopolio di fatto senza precedentinella storia delle materie prime industriali.

In base aidati IEA del 2024, la Cina controlla circa il60% dell’estrazione globaledi terre rare, ma la sua dominanza è ancora più schiacciante nelle fasi successive: detiene oltre il91% della capacità mondiale di separazione e raffinazione, con la Malaysia come unico concorrente, ancorché lontanissimo. Sul versante deimagneti permanenti– il prodotto finale più strategico, usato in motori, turbine e sistemi d’arma – la quota cinese è salita dal 50% di vent’anni fa al94% attuale, rendendo la Cina il fornitore unico di un componente critico per le tecnologie più avanzate.

Ilneodimioe ilpraseodimioalimentano i motori delle auto elettriche; ildisprosioe ilterbiosono indispensabili per magneti ad alte temperature usati in applicazioni militari e aerospaziali. Secondo un’analisi di GQG Partners, su questi ultimi due elementiPechino detiene un monopolio assoluto nella separazione: sono componenti essenziali degliattuatori degli F-35, deirobot umanoidi di Teslae deisottomarini classe Virginia. Non esistono alternative tecnologiche a breve termine.La diversificazione richiede decenni, non anni.


La mappa dei giacimenti: un mondo non ancora esplorato

Il problema non è, in senso stretto, che le terre rare non esistano altrove. Secondo le stime delCEPA, laCina detiene circa 44 milioni di tonnellatedi ossidi di terre rare equivalenti, più diBrasile(21 milioni),India(6,9 milioni) eAustralia(5,7 milioni) messe insieme. Ma i giacimenti esistono in molti altri paesi, e la loro distribuzione globale è più ricca di quanto la narrazione del monopolio cinese faccia intuire.

Il rapporto aggiornato dell’USGSstimariserve mondiali di circa 110 milioni di tonnellate. Oltre alla Cina, laRussiapossiede i quinti giacimenti mondiali per estensione, stimati in3,8 milioni di tonnellate, superiori persino a quelli degli USA, fermi a1,9 milioni. LaGroenlandiacustodisce depositi di rilevanza globale: il solo giacimento diTanbreezè stimato a28,2 milioni di tonnellatedi terre rare, con oltre il 27% di elementi pesanti ad alto valore. IlMyanmarè diventato un fornitore significativo per la Cina stessa, specie per le terre rare pesanti. IlBrasiledispone di risorse importanti ma largamente sottosviluppate. InAfrica, Congo, Zimbabwe e Malawi concentrano giacimenti che la Cina ha già provveduto, in parte, a mettere sotto il proprio controllo.

Sul fronte europeo, il 2023 ha portato una scoperta rilevante: la società statale svedeseLKABha annunciato il ritrovamento del depositoPer Geijernei pressi diKiruna, che secondo le prime valutazioni potrebbe rappresentareuno dei più grandi depositi europei di terre rare. Norvegia e Finlandia presentano anch’esse potenziale minerario significativo. Nell’ambito delCritical Raw Materials Acteuropeo, l’Italiacontribuisce conquattro progetti strategici dedicati al riciclo, localizzati in Toscana, Lazio, Veneto e Sardegna.


La lavorazione: chimica, veleni e vantaggio competitivo

Capire perché il dominio cinese si concentra nellalavorazione, più che nell’estrazione, richiede di guardare al processo stesso. Le terre rare si trovano quasi sempre incorporate inminerali complessi, misti ad altri materiali e spesso associati a quantità residue di elementi radioattivi come torio e uranio. Laseparazione dei singoli elementiè un processo chimico intensivo: richiede vasche di lisciviazione con acidi forti, enormi quantità di acqua, sistemi per il trattamento di fanghi potenzialmente tossici e strutture di contenimento per i rifiuti radioattivi. In Cina, nella regione dellaMongolia Internaintorno aBaotou– la città dove si concentra la maggior parte della produzione – esiste unlago artificiale di rifiuti tossicicon una superficie stimata in circa 11 chilometri quadrati, visibile dalla foto satellitare.

Questo è il cuore delvantaggio competitivo cinese: non soltanto i costi del lavoro più bassi, madecenni di investimenti tecnologici in processi chimici complessiin un contesto dinormative ambientali assai meno stringentirispetto all’Occidente. Secondo ilCEPA, l’84% di tutti i progetti globalisulle terre rare nel 2024 è stato finanziato da governi, non da aziende private, proprio per via dei costi e dei rischi iniziali elevatissimi. Replicare questa struttura industriale altrove – negli Stati Uniti, in Europa – richiede di affrontare non solo il problema tecnico, ma quello regolatorio:le normative ambientali occidentali rendono proibitivo costruire in tempi rapidi impianti di separazione competitivi.


La lunga mano di Pechino: concessioni e penetrazione globale

La Cina non si è limitata a estrarre e lavorare quanto disponeva nel proprio territorio. Attraverso laBelt and Road Initiative(BRI), e in forme meno formali di investimento e finanziamento, Pechino ha acquisitoposizioni strategiche nei giacimenti di numerosi Paesi terzi. In Africa, il ruolo cinese nelle miniere dellaRepubblica Democratica del Congoper il cobalto – strettamente correlato all’industria delle batterie – è il caso più noto, ma analoghe penetrazioni avvengono nelloZimbabwee nelZambiaper le terre rare. InMyanmar, aziende cinesi controllano di fatto l’estrazione e il flusso di elementi pesanti verso le raffinerie cinesi delJiangxi.

In Sud America, la Cina ha investito in Brasile e, con minore successo, ha tentato approcci con il Cile e l’Argentina per il litio. La logica è sistematica:costruire dipendenze a monte, nel controllo delle materie prime, e a valle, nel controllo della raffinazione, in modo che qualsiasi paese produttore resti incapace di monetizzare autonomamente le proprie risorse senza passare per le industrie chimiche cinesi. Come documentaThe Soufan Center, questo approccio, coordinato traPartito comunista, imprese statali, apparato militare e istituti di ricerca, costituisce quello che gli analisti definiscono un approccio“whole-of-government”, costruito sin dagli anni Novanta con una coerenza strategica che nessun competitor occidentale ha saputo eguagliare.


Il BRICS e la dimensione mineralogica del multipolarismo

Le terre rare hanno trovato, negli ultimi anni, uno spazio crescente nell’agenda delBRICS, il raggruppamento che dopo l’espansione del 2024 include Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Indonesia. Dopo l’allargamento,l’alleanza rappresenta ufficialmenteil42% delle riserve globali di petrolio e gase il72% delle riserve mondiali di terre rare, conferendole un peso geoeconomico teoricamente formidabile nel settore dei minerali critici.

Alsummit di Kazan nell’ottobre 2024, il tema delle materie prime fu inserito formalmente nell’agenda, e alMoscow Financial Forum del settembre 2025si discusse concretamente la creazione di unaBRICS Precious Metals and Mineral Exchange, proposta dalla Russia nel luglio 2024, concepita comepiattaforma neutrale e decentralizzatain cui i Paesi membri possano stabilire benchmark di prezzo autonomi rispetto ai mercati occidentali.

Tuttavia, la coesione interna del BRICS su questo tema resta più proclamata che reale. Unaricerca pubblicata nel luglio 2025rivela che, nonostante le numerose dichiarazioni summitali,la collaborazione concreta all’interno dell’alleanza rimane limitata, con la maggior parte dei Paesi che continua a perseguirestrategie nazionali autonomeorientate alla diversificazione globale piuttosto che all’approfondimento dei legami intra-BRICS. Nel breve termine, il BRICS è unospazio di influenza cinese– non un vero contropotere collettivo – nel settore delle terre rare.


Gli USA sotto schiaffo: la dipendenza che Washington non vuole ammettere

Pochi settori rendono visibile come le terre rare lafragilità strutturale degli Stati Uniticome potenza industriale e militare. Secondo i dati delU.S. Geological Survey, gli USA dipendono dalla Cina per circa il70% delle proprie importazioni di terre rare. È un dato che include una paradossalità quasi grottesca:Mountain Pass estrae materiale grezzo che viene spedito in Cina per la lavorazione e reimportato come prodotto finito, perché negli Stati Uniti non esistono impianti di separazione operativi su scala commerciale in grado di gestire autonomamente l’intera catena.

Il3 dicembre 2024, il Ministero del Commercio cinese ha annunciato unblocco immediato delle esportazioni di gallio, germanio, antimonioe materiali superinduriti verso gli USA, citando le loro applicazioni dual-use civile-militare. L’aprile 2025ha portato una escalation ulteriore: in risposta aidazi “Liberation Day” di Trump, Pechino ha introdottorestrizioni sulle esportazioni di sette elementi chiave, inclusi i magneti permanenti, prima di una temporanea tregua concordata a maggio durante i colloqui in Svizzera. Ma la stabilità si è rivelata di breve durata: i produttori americani hanno iniziato abloccare linee di produzione per carenza di materiali, mentre la Cina rallentava il rilascio delle licenze di esportazione pur senza formalmente abbandonare l’accordo.

Inottobre 2025sono arrivate lerestrizioni più severe: a partire dal1° dicembre 2025, le aziende con qualsiasi affiliazione aforze militari straniere– incluse quelle statunitensi – si sono viste in praticanegate le licenze di esportazione. L’applicazione delForeign Direct Product Rule– un meccanismo americano che la Cina ha adottato specularmente – rappresenta un cambio di qualità nel conflitto. I componenti dei sistemi d’arma più avanzati, dagliattuatori degli F-35ai sistemi di guida deimissili ipersonici, dipendono da magneti che non possono più essere riforniti senza l’approvazione di Pechino.

Dal 2020, ilPentagono ha investito oltre 439 milioni di dollarinella costruzione di filiere domestiche. In luglio 2025, ilDipartimento della Difesaha investito400 milioni in partecipazione azionaria in MP Materials, diventandone il principale azionista, con unaccordo decennale che garantisce un prezzo-pavimento di 110 dollari al chilogrammoper i prodotti NdPr. Eppure, anche a pieno regime,MP Materials produrrà 1.000 tonnellate di magneti NdFeB, meno dell’1% delle 138.000 tonnellate prodotte dalla Cina nel 2018. Il divario è abissale.


La Silicon Valley si blinda: Apple, Tesla e la corsa al magnete americano

La crisi del 2025 ha trasformato il tema delleterre rareda preoccupazione da think tank aemergenza aziendaleper i giganti tecnologici californiani. In luglio 2025,Appleha annunciato unimpegno da 500 milioni di dollariconMP Materials, comprensivo di unpagamento anticipato di 200 milioni, per approvvigionarsi di magneti di terre rare prodotti interamente negli USA e basati sumateriali 100% riciclati, avviando contestualmente unalinea di riciclo dedicatapresso l’impianto californiano di Mountain Pass. I magneti dineodimioprodotti nello stabilimento diFort Worth, Texas, denominato “Independence”, alimenterannocentinaia di milioni di dispositivi Applea partire dal 2027. L’accordo è esplicitamente interpretato come unacopertura preventiva contro futuri embarghi cinesi.

Teslaha seguito una traiettoria analoga, spinta dalla doppia esposizione al rischio: da un lato i magneti per imotori elettrici, dall’altro lebatterie. L’ecosistema dellaSilicon Valleyha risposto con unacrescente ondata difinanziamenti venture capitaldestinati a startup del settore, che spaziano dalriciclo di magnetiall’estrazione con tecnologie avanzate, fino aprogetti di estrazione mineraria nello spazio.

L’interesse speculativo si intreccia con l’urgenza strategica: il governo federale offreprice floor, partecipazioni azionarie e contratti decennaliper rendere economicamente sostenibili impianti che il mercato libero da solo non finanzierebbe mai, data lapressione sui prezziesercitata sistematicamente da Pechino per scoraggiare la concorrenza.


Putin, Xi e il paradosso russo

La Russia possiede iquinti giacimenti mondiali di terre rare, distribuiti principalmente nellapenisola di Kola, inSiberiae nell’Estremo Oriente russo. Ma possedere risorse e saperle valorizzare sono cose ben diverse. SecondoCNBC, laproduzione russa nel 2024si è attestata a soli2.500 tonnellate metriche, pari allo0,64% della produzione globale. Le infrastrutture mancano, le tecnologie di separazione sono obsolete, e lesanzioni occidentalipost-Ucraina complicano l’accesso a capitali e know-how.

In questo contesto, si è consumata una scena diplomatica rivelatrice. Secondo laJamestown Foundation, durante la sua visita aPechino il 1-2 settembre 2024,Putinha discusso conXi Jinpingla possibilità di condividere letecnologie cinesi di estrazione e raffinazione delle terre rare.La risposta è stata negativa.La Cina non ha alcun interesse a creare un concorrente, anche alleato. Come osserva laCarnegie Endowment, la proposta russa di collaborare sulle terre rare ammonta implicitamente a untradimento nei confronti di Pechino, dopo il ruolo cruciale che la Cina ha svolto nel sostenere l’economia russa durante la guerra.

Consapevole di questo vicolo cieco,Putin ha ordinato nel novembre 2025al suo governo di predisporre entro il 1° dicembre unaroadmap nazionale per l’estrazione di terre rare, mentre il governo russo ha annunciato investimenti quasi quadruplicati nell’esplorazione di giacimenti. Il progetto più ambizioso è il polo dellaValle dell’Angara-Yeniseiin Siberia, stimato a9,2 miliardi di dollaridi investimenti. A presiederlo è stato nominato l’ex ministro della DifesaSergei Shoigu, affiancato dal primo vice premierDenis Manturov, il principale responsabile della politica industriale russa.

Ma il percorso è irto di ostacoli. La Russia possiederiserve certificate di circa 28,7 milioni di tonnellate, tra le maggiori al mondo, mamanca delle tecnologie più recentiper l’estrazione e la lavorazione, che i partner cinesi si rifiutano di condividere mentre le sanzioni occidentali ne complicano l’acquisizione altrove.


Applicazioni: dalla transizione verde alla corsa allo spazio

Le terre rare non sono un tema esclusivamente minerario. Sono iltessuto connettivo della transizione tecnologica globalenella sua interezza. Ogniautomobile elettricacontiene fino adue chilogrammi di magneti di neodimionel motore. Ogniturbina eolica offshorene richiede fino aduemila chilogrammi. Ognismartphone modernocontiene tracce di almenodieci elementidelle terre rare, distribuiti tra altoparlanti, microfoni, sensori e vibratori.

Sul piano militare, le applicazioni sono ancora più sensibili. Isistemi radar stealth, imissili a guida di precisione, i sistemi diguerra elettronica, isensori iperspettraliper la sorveglianza – tutti dipendono da magneti e materiali che solo le terre rare possono garantire. Ma è nellacorsa allo spazioche questa dipendenza assume una dimensione prospettica ancora più radicale.

Nei sistemi di navigazione spaziale, ilneodimioe ilsamariovengono impiegati per crearemagneti permanenti essenziali nelle ruote di reazione e nei giroscopi a momento controllato, sistemi che stabilizzano e orientano i satelliti garantendone la permanenza sulle traiettorie corrette. Ipropulsori ionici– la tecnologia che permette ai satelliti di mantenere la propria orbita con un consumo di propellente minimo e alle sonde di viaggiare verso il sistema solare esterno – dipendono da terre rare per la generazione dei campi magnetici necessari all’accelerazione degli ioni. SecondoSFA Oxford, laESAha identificato lasicurezza dei materiali come pilastro dell’autonomia strategica europeanel settore spaziale nell’Agenda 2025, mentre ilDipartimento della Difesa americanoha investito in capacità di processazione domestica di terre rare per i magneti usati nel controllo assettivo dei satelliti e nelle sonde per lo spazio profondo.

La Cina – che controlla la raffinazione delle terre rare e sta accelerando il proprio programma spaziale con lastazione Tiangonge lemissioni lunari Chang’e– dispone di unvantaggio strutturaleanche in questo teatro.Chi domina le terre rare, domina i componenti di base per la prossima generazione di satellitida comunicazione, da osservazione della Terra e da guerra elettronica orbitale.


L’Artico: la frontiera che si apre

Il riscaldamento globale sta ridisegnando la mappa geopolitica delle terre rare attraverso una porta sul retro: il progressivoscioglimento dei ghiacci artici. Secondo i dati della stagione di disgelo 2025, lacalotta glaciale della Groenlandia perde circa 30 milioni di tonnellate di ghiaccio all’ora, e l’isola si riscalda a una velocitàquasi quattro volte superiore alla media globale. Con il ritiro dei ghiacci, affiorano depositi di minerali che erano stati sepolti per millenni.

LaGroenlandiaè il caso più evidente. Secondo ilJoint Research Centre della Commissione Europea, l’isola contiene il18% delle riserve globali di neodimio, praseodimio, disprosio e terbio, e potrebbe da sola soddisfare fino aun quarto della domanda mondiale di terre rare. Il deposito diTanbreez, che ha completato la sua valutazione economica preliminare nel 2025, è stimato a28,2 milioni di tonnellate, con una quota eccezionalmente alta dielementi pesantiad alto valore. Il deposito diKvanefjeldè altrettanto significativo, benché più controverso per via delle preoccupazioni locali sulla presenza di uranio associato.

L’attivismo americano sulla Groenlandia ha trovato una concretizzazione ingiugno 2025, quando l’amministrazione Trumpha siglato nuoviaccordi bilaterali per l’accesso ai minerali criticidell’isola, in continuità con ilMemorandum of Understandinggià sottoscritto nel 2019. La frase di Trump –“abbiamo bisogno della Groenlandia per ragioni di sicurezza nazionale”– non è uno slogan. È la traduzione politica di una valutazione strategica sulla dipendenza americana dalle terre rare. Intanto, la Groenlandia stessa mostra segnali ambigui: in marzo 2025, ilministro degli Esteri groenlandese Vivian Motzfeldtha pubblicamente indicato unacooperazione più stretta con la Cinacome priorità, inclusa l’ipotesi di unaccordo di libero scambio bilaterale.

LaRussiacontrolla già una presenza consolidata nell’Articoattraverso la flotta di rompighiaccio e le installazioni militari, e il polo dellaKola– nella penisola omonima – contiene riserve significative di terre rare. Lacompetizione articaè, in questo senso, una dimensione aggiuntiva della competizione globale sulle terre rare:chi controlla le rotte e i diritti minerari dell’Artico di domani si garantisce una posizione nelle filiere critiche del dopodomani.


USA e UE: il lungo cammino verso l’autonomia

L’Unione Europea ha risposto alla presa di coscienza sulla vulnerabilità con ilCritical Raw Materials Act (CRMA), adottato definitivamente nelmaggio 2024. Il regolamento fissaobiettivi vincolanti per il 2030: almeno il10% del fabbisogno europeodi terre rare dovrà essere estratto internamente, il40% raffinatoentro i confini dell’Unione e il15% provenire dal riciclo. Nessun paese terzo potrà fornire più del65% di una singola materia prima strategica.

Nel corso del 2025, laCommissione ha approvato60 progetti strategicidistribuiti in13 Stati membri e 13 Paesi terzi, coprendo 14 delle 17 materie prime strategiche. Le proiezioni indicano che ladipendenza europea da un singolo Paese per le terre rare scenderà dal 95% al 42%grazie all’implementazione dei progetti selezionati. Indicembre 2025, la Commissione ha adottato il piano d’azioneRESourceEUper accelerare gli approvvigionamenti nei settoriautomotive, AI e difesa.

Tuttavia, il quadro complessivo rimane fragile. Itempi di sviluppo di una miniera– dalle esplorazioni alle prime estrazioni commerciali – richiedono in media daiquindici ai trent’anninelle giurisdizioni occidentali, contro unafinestra di urgenza geopolitica che si misura in anni. Il polo di raffinazione diPulawyin Polonia (tra Mkango Resources e Grupa Azoty) è tra i più avanzati, ma ancora in fase di sviluppo. LaSveziacon il deposito LKAB di Kiruna, laFranciacon l’impianto di La Rochelle, l’Estoniacon Sillamäe, formano una costellazione promettente ma ancora insufficiente.

Come ha sintetizzato con chiarezza l’ex premierEnrico Letta, presidente del Jacques Delors Institute:“Se ogni Paese europeo avrà la propria strategia sulle terre rare, saranno cinesi e americani ad approfittarne. O c’è un’azione collettiva come Europa o c’è un’incapacità di ottenere risultati.”


Il caso Italia: vulnerabilità reale, strategia ancora in costruzione

L’Italia si presenta in questo scenario con un profilo contraddittorio. Da un lato, è tra i Paesi europei con lapiù alta esposizione industrialealla dipendenza dalle terre rare:Leonardonel settore aerospazio e difesa,Fincantierinella cantieristica militare,Stellantisnell’automotive elettrico, l’intera filiera delleenergie rinnovabili. Secondo idati presentati ad Assolombarda nel marzo 2026, il58% del fatturato manifatturiero italiano è legato a materie prime critiche, cifra che sale al 59% includendo quelle classificate come “strategiche” dalla Commissione europea.

Dall’altro, nonostante il luogo comune che descrive l’Italia come Paese povero di materie prime, il Paese èleader europeo nella produzione di feldspatoe, con l’entrata in produzione dellaminiera di Silius in Sardegnaa fine 2025, diventerà insieme alla Spagna ilpiù importante produttore europeo di fluorite, minerale essenziale per la metallurgia, la chimica e i semiconduttori.

Sul fronte delle terre rare in senso stretto, l’Italia partecipa al framework del CRMA conquattro progetti strategicidedicati prevalentemente alriciclo, localizzati inToscana, Lazio, Veneto e Sardegna. Il riciclo è la via più rapida per ridurre la dipendenza senza dover affrontare l’enorme sfida di costruire impianti di raffinazione primaria dal nulla. Ma non è sufficiente da sola.

Manca ancora unastrategia nazionale organica sulle materie prime critiche, comparabile a quelle avviate da Francia e Germania. IlPosition Paper “Per una strategia di sicurezza nazionale”, presentato alla Camera dei Deputati nel novembre 2024, ha affrontato il tema, ma senza tradursi in un quadro programmatico vincolante con allocazione di risorse. I fondiPNRR, seppur parzialmente attivabili per questa priorità, non sono stati finalizzati con la coerenza che la posta in gioco richiederebbe.L’Italia ha tutto l’interesse a spingere per un approccio europeo coordinatopiuttosto che aggirare il problema con soluzioni nazionali frammentate e sottodimensionate.


Tre scenari per il futuro

La variabile più difficile da stimare è iltempo. Nelprimo scenario– il più probabile – ladipendenza strutturale dell’Occidente si riduce ma non si annullaentro il 2035: la Cina conserva una quota dominante nella raffinazione, ma l’emergere di fornitori alternativi (Australia, Canada, Brasile, Svezia, Groenlandia) e l’aumento delricicloabbassano progressivamente la vulnerabilità acuta. Il conflitto rimane latente, ma gestibile.

Nelsecondo scenario– quello ottimistico – la tecnologia accelera la transizione:magneti privi di terre rare(a base di ferro e azoto, su cui alcuni laboratori europei e giapponesi stanno lavorando), ilriciclo su scala industrialee l’estrazione spaziale di asteroidiricchi di metalli riducono progressivamente l’importanza geopolitica delle terre rare terrestri. L’orizzonte è oltre il 2040.

Nelterzo scenario– quello da scongiurare – l’escalation commerciale traCina e USAporta a unembargo parziale o totalein un contesto di crisi geopolitica acuta (Taiwan, Mar della Cina meridionale). L’effetto sarebbe immediato:linee di produzione fermenell’automotive, nell’aerospazio e nell’elettronica. I segnali da monitorare sono lelicenze di esportazione cinesi, lequote di magazzinodei produttori occidentali e la velocità di attivazione degliaccordi bilateraliche Washington sta stringendo con Arabia Saudita, Giappone, Australia e Ucraina.

La posta in gioco è chiara.Deng Xiaoping aveva ragione nel 1992: chi controlla le terre rare controlla la leva più silenziosa e più potente della tecnologia moderna.Il problema è che l’Occidente ha impiegato trent’anni ad accorgersene.

 

 


Per approfondire

 

 

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