L’America non esporta più democrazia. Esporta pressione. Un’analisi delle quattro anime in conflitto dentro la seconda amministrazione Trump – e di dove stanno portando il mondo
C’è un dettaglio che racconta più di mille analisi. Nel maggio del 2025, Donald Trump atterrò a Riad a bordo dell’Air Force One scortato da jet da combattimento della Royal Saudi Air Force, un omaggio solitamente riservato ai capi di Stato ospitati in visita ufficiale. Insolito, per chi arriva. Fu lui, il presidente degli Stati Uniti, a riceverlo. E lo accettò senza battere ciglio. Quell’immagine vale come metafora dell’intera politica estera del suo secondo mandato: un’America che ha rinunciato alla postura del tutore dell’ordine liberale internazionale e si presenta al mondo come un negoziatore di rango – pronto a tutto, disposto a qualunque compromesso, purché il conto torni.
Il parallelo che molti analisti hanno tirato è con William McKinley, il presidente che tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento ridisegnò l’influenza americana nel mondo usando dazi, proiezione militare e sprezzo del multilateralismo. McKinley non credeva nell’esportazione della democrazia; credeva nel primato commerciale e strategico degli Stati Uniti. Trump è esattamente questo, calato nel ventunesimo secolo: un presidente che applica categorie ottocentesche ai moderni problemi di sicurezza, convinto che la forza, la pressione economica e i rapporti personali con altri leader siano strumenti più efficaci delle alleanze formali e delle istituzioni multilaterali.
Le quattro anime in guerra a Pennsylvania Avenue
Per capire la politica estera di Trump non basta seguirne i movimenti. Bisogna capire il conflitto interno che la genera. Lo storico Walter Russell Mead ha descritto la tradizione americana in politica estera attraverso quattro scuole di pensiero: gli hamiltoniani, convinti che gli interessi nazionali si difendano meglio attraverso un ordine liberale internazionale e rapporti commerciali solidi; i wilsoniani, che credono nella promozione della democrazia e dei valori liberali come strumento di potere; i jeffersoniani, favorevoli al disimpegno e alla riduzione delle spese militari all’estero; i jacksoniani, che privilegiano l’onore nazionale, la forza e la diffidenza verso qualunque alleanza percepita come onerosa.
Trump non appartiene a nessuna di queste scuole in modo esclusivo, e questa è la chiave della sua imprevedibilità. La seconda amministrazione ospita tutte e quattro le correnti contemporaneamente, in equilibrio precario. Marco Rubio, Segretario di Stato, porta con sé una formazione hamiltoniana e un residuo di sensibilità atlantista. JD Vance e la base MAGA incarnano il jacksonismo più puro: sospetto verso la NATO, ostilità alle élite globali, priorità assoluta all’interesse americano immediato. Alcuni consiglieri spingono per un disimpegno jeffersoniano dal fronte europeo, mentre una minoranza neocon – sempre più marginale – sopravvive a spingere per interventi umanitari e regime change. Il risultato non è il caos: è una flessibilità tattica che permette a Trump di usare uno strumento diverso per ogni dossier, senza mai vincolarsi a una dottrina unica.
La cassetta degli attrezzi dell’imperialismo moderno
Gli strumenti della politica estera trumpiana sono riconoscibili e si ripetono con una coerenza che smentisce l’immagine del presidente caotico. Il primo, e più potente, è il dazio. Trump ha usato la leva tariffaria come nessun presidente americano dai tempi di McKinley: nella prima fase del suo secondo mandato, l’aliquota media effettiva sulle importazioni è passata dal 2,5% a un picco del 27%, il livello più alto in oltre un secolo. I dazi non sono stati solo uno strumento commerciale: hanno funzionato come segnali geopolitici, avvertimenti, incentivi alla rinegoziazione. Nel febbraio del 2026 la Corte Suprema ha dichiarato incostituzionali quelli emessi in base all’IEEPA, costringendo l’amministrazione a un ricalibro tattico, ma la direzione strategica è rimasta immutata.
Il secondo strumento è la minaccia di annessione o espansione territoriale, recuperata direttamente dal repertorio delle potenze del diciannovesimo secolo. Le dichiarazioni su Groenlandia e Canale di Panama non sono stati sfoghi casuali: rientravano in una strategia deliberata di rinegoziazione dei rapporti con alleati e partner, usando la deterrenza territoriale come leva. Il terzo strumento è la coercizione extragiudiziale: l’operazione contro Nicolás Maduro nel 2026, catturato in una missione covert americana, ha lanciato un messaggio inequivocabile a tutti i regimi che Washington considera pericolosi o semplicemente scomodi.
Il quarto elemento è il transazionalismo geopolitico puro: ogni alleanza, ogni impegno di sicurezza, ogni presenza militare americana all’estero viene valutata in termini di costo-beneficio immediato. La NATO non fa eccezione.
Ucraina: il prezzo del disimpegno europeo
Sul fronte ucraino, il secondo mandato di Trump ha prodotto ciò che molti in Europa temevano: un disimpegno progressivo da Washington, tradotto in pressione su Kiev ad accettare condizioni sfavorevoli e in una de facto legittimazione delle posizioni russe sul campo. L’apertura alla riduzione delle sanzioni contro Mosca – una delle concessioni più controverse dell’amministrazione – ha avuto un effetto immediato: ha segnalato agli europei che la solidarietà atlantica ha un prezzo, e che quel prezzo è negoziabile.
Ciò non significa che Trump voglia una vittoria russa totale. Vuole un accordo che gli consenta di rivendicare il ruolo di peacemaker prima dei midterm del 2026. Il problema è che questa urgenza interna ha prodotto una diplomazia sbilanciata, in cui la pressione si è esercitata sistematicamente su Zelensky piuttosto che su Putin. L’effetto collaterale è stato un’accelerazione del riarmo europeo – la Germania ha sospeso il freno al debito per finanziare le spese militari, la Polonia ha raggiunto il 4% del PIL in spese per la difesa – che nel lungo periodo può ridefinire gli equilibri di potere all’interno della NATO, anche senza la guida americana.
Arabia Saudita e il Grande Bazaar del Golfo
Il Medio Oriente è il teatro in cui la logica transazionale di Trump ha trovato la sua forma più compiuta. Il viaggio di maggio 2025 nel Golfo – prima tappa in Arabia Saudita, poi Qatar e Emirati Arabi – non è stato una visita diplomatica nel senso tradizionale del termine: è stato un bazaar di proporzioni storiche. Da Riad, Trump ha portato a casa accordi per oltre 600 miliardi di dollari in investimenti sauditi negli Stati Uniti, un pacchetto di vendite di armamenti da 142 miliardi – il più grande della storia americana – e le premesse per un accordo di difesa strategica che ha conferito all’Arabia Saudita lo status di “major non-NATO ally”. L’accordo è stato poi perfezionato durante la visita di MBS alla Casa Bianca nel novembre 2025, quando i sauditi hanno alzato il loro impegno a quasi un trilione di dollari.
La logica di Trump è transazionale: attirare investimenti massicci sauditi, avanzare vendite di armamenti e contrastare l’influenza cinese nel Golfo. Per MBS, invece, la relazione con Washington serve a consolidare il riconoscimento del Regno come potenza regionale di primo piano, con garanzie di sicurezza formali e accesso alle tecnologie più avanzate – compresi i caccia F-35, un privilegio fino ad allora riservato a Israele. La vendita degli F-35 a Riad ha creato tensioni con Tel Aviv, ma Trump ha liquidato la questione con la consueta disinvoltura: “Israel is aware, and they’re going to be very happy.”
Il movente geopolitico sottostante è chiaro: Washington teme che Riad, in assenza di garanzie americane adeguate, acceleri la sua apertura verso Pechino. La Cina è già il principale partner commerciale dell’Arabia Saudita, e i negoziati per vendere petrolio in yuan invece di dollari – tema ricorrente nei corridoi di Riad – rappresentano un rischio sistemico per il petrodollaro che nessuna amministrazione americana può permettersi di ignorare. Il Golfo è dunque il fronte in cui la competizione sino-americana si gioca su terreno economico prima ancora che militare.
Uno dei successi diplomatici sauditi più significativi del 2025 è stato convincere Trump a togliere le sanzioni sulla Siria , gesto che ha segnalato la capacità di Riad di influenzare le priorità di Washington. MBS ha anche condizionato qualsiasi normalizzazione con Israele all’avanzamento concreto verso uno Stato palestinese – posizione che mette in tensione diretta il suo asse con la Casa Bianca, impegnata nella narrazione degli Accordi di Abramo come coronamento della politica mediorientale trumpiana.
Iran: da “maximum pressure” alla guerra, fino alla tregua di Islamabad
Nessun dossier illustra meglio le contraddizioni interne dell’amministrazione Trump del caso Iran, e nessun dossier è cambiato così rapidamente nelle ultime settimane. Teheran era entrata nel 2025 più debole di qualunque momento dalla Rivoluzione del 1979: economia devastata dalle sanzioni, rete di proxy regionali indebolita dalla caduta di Assad e dalle campagne israeliane contro Hezbollah e Hamas, malcontento popolare crescente. Washington aveva un’occasione storica. L’ha gestita in un modo che probabilmente sarà studiato per decenni.
La prima fase, tra febbraio e giugno 2025, ha combinato la reintroduzione della campagna di “maximum pressure” con una diplomazia esplorativa condotta attraverso l’Oman. Cinque round di negoziati si sono svolti tra aprile e giugno 2025, con Trump che si dichiarava aperto a incontrare direttamente Khamenei. Ma i colloqui non sono mai avanzati oltre la fase degli aspetti formali: gli Stati Uniti insistevano sul trasferimento dell’uranio arricchito in un paese terzo, l’Iran voleva tenerlo sul proprio territorio insieme a garanzie contro future violazioni americane dell’accordo. Quando i negoziati sono collassati in giugno, Israele ha lanciato attacchi contro siti militari e infrastrutture nucleari iraniane il 13 giugno 2025. Trump ha definito i raid “eccellenti e molto riusciti”.
Il 22 giugno, gli Stati Uniti hanno condotto strike diretti su siti nucleari iraniani. A fine febbraio 2026, Usa e Israele hanno lanciato attacchi congiunti sull’Iran con l’obiettivo dichiarato di regime change. Khamenei è stato ucciso il primo giorno delle operazioni. L’Iran ha risposto con missili e droni contro Israele, basi americane in Bahrain, Giordania, Kuwait, Qatar e Arabia Saudita, e ha chiuso parzialmente lo Stretto di Hormuz – la via attraverso cui transita circa il 25% del petrolio mondiale – provocando uno shock energetico globale immediato.
La guerra ha prodotto conseguenze non previste: ha bloccato il summit sino-americano pianificato da Trump, ha rafforzato indirettamente la Russia e ha sottratto risorse diplomatiche ai negoziati sull’Ucraina. Il ministro degli Esteri dell’Oman – uno dei principali mediatori – ha scritto sull’Economist che gli Stati Uniti avevano “perso il controllo della propria politica estera”, accusando Israele di aver convinto l’amministrazione a entrare in una guerra che era una “grave miscalcolazione”.
Poi, nella notte tra il 7 e l’8 aprile 2026, il quadro è cambiato di nuovo, con la velocità caotica che caratterizza tutta la gestione trumpiana del dossier. Poche ore prima della sua scadenza – dopo aver minacciato che “un’intera civiltà morirà questa notte” se l’Iran non avesse riaperto lo Stretto di Hormuz – Trump ha annunciato di aver concordato una sospensione di due settimane dei bombardamenti, subordinata alla riapertura completa e immediata dello Stretto da parte di Teheran.
Iran ha accettato. Il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano ha dichiarato che “quasi tutti gli obiettivi della guerra sono stati raggiunti” e ha presentato un piano in dieci punti come base negoziale, che include la revoca di tutte le sanzioni, il ritiro delle forze americane dalle basi nella regione, il diritto iraniano all’arricchimento dell’uranio e risarcimenti per i danni di guerra.
La tregua – definita “Accordi di Islamabad” e mediata dal Pakistan – ha fermato quaranta giorni di attacchi americani e israeliani sull’Iran che avevano portato la regione sull’orlo di una guerra più ampia. I colloqui per un accordo definitivo sono attesi venerdì 10 aprile a Islamabad, con la delegazione americana che dovrebbe essere guidata da JD Vance. I mercati hanno reagito immediatamente: il prezzo del petrolio è crollato di oltre il 17% e i futures sull’S&P 500 sono saliti, segnalando che la pressione economica interna – con il caro carburante che pesava sugli americani comuni – era diventata insostenibile per Trump nel breve periodo.
Rimane aperta una contraddizione fondamentale: le richieste iraniane nei dieci punti includono il controllo e la sovranità sullo Stretto di Hormuz, il ritiro di tutte le forze americane dai paesi del Golfo e compensazioni per i danni bellici – condizioni che nessuna amministrazione americana potrebbe accettare senza subire un’umiliazione politica devastante in patria. Nel frattempo, Netanyahu ha già chiarito che la tregua non si applica al Libano, dove l’esercito israeliano continua le operazioni contro Hezbollah. Il cessate il fuoco, insomma, è reale ma fragilissimo: è il prodotto della pressione economica dei mercati, del costo politico interno dei prezzi della benzina, e dell’intermediazione pakistana – non di un accordo strategico vero.
Israele e il giogo messianico
Il rapporto tra Trump e Netanyahu non è soltanto politico: è ideologico nel senso più profondo. La base evangelica MAGA legge la storia mediorientale attraverso una lente escatologica in cui il sostegno a Israele è un dovere teologico prima che strategico. L’investitrice israeloamericana Miriam Adelson aveva finanziato la campagna di Trump con oltre 100 milioni di dollari in cambio del sostegno americano all’annessione della Cisgiordania. Non è la prima volta che i finanziatori condizionano le priorità di una Casa Bianca, ma raramente il legame tra donazione e politica estera è stato così esplicito.
Il paradosso è che questo “giogo messianico” – come lo definisce con precisione l’analisi di alcune scuole di pensiero critiche – ha finito per trascinare l’America in una guerra che compromette altri suoi interessi strategici. Il dossier Iran è diventato una variabile dipendente non degli interessi americani nel lungo periodo, ma di quelli israeliani nel breve. La domanda che rimane aperta – e che nessuna fonte ufficiale di Washington si azzarda a porre pubblicamente – è se un presidente americano, senza il peso di una relazione così condizionata, avrebbe scelto la stessa traiettoria.
Taiwan: l’ambiguità come arma
Taiwan rappresenta il test più complesso della strategia trumpiana perché è il punto in cui tutte le sue contraddizioni si concentrano. Da un lato, Trump ha usato i dazi come leva anche contro Taipei: il 2 aprile 2025 ha imposto un dazio del 32% sulle importazioni taiwanesi, più alto di quello applicato ad altri partner asiatici. Dall’altro, ha firmato il Taiwan Assurance Implementation Act, approvato un pacchetto di armamenti da 11 miliardi per la modernizzazione della difesa taiwanese e sostenuto investimenti record di TSMC in Arizona – fino a 250 miliardi di dollari in accordi siglati nel gennaio 2026.
A febbraio 2026 è stato raggiunto un accordo commerciale con Taiwan in cui l’isola ha accettato di rimuovere o ridurre il 99% delle proprie barriere tariffarie, con un’aliquota americana fissata al 15%. L’accordo è arrivato poco prima del viaggio pianificato di Trump a Pechino, segnalando una geometria variabile in cui Taiwan è usata contemporaneamente come leva contro la Cina e come partner commerciale da coccolare. Un sondaggio di Brookings ha rilevato che tra luglio 2024 e aprile 2025 la quota di cittadini taiwanesi che percepiscono gli Usa come affidabili è scesa dal 33% al 24%, e quelli con un’immagine positiva di Washington dal 54% al 34%.
L’ambiguità strategica sul Taiwan Strait non è nuova nella storia americana, ma sotto Trump è diventata qualcosa di più: un’ambiguità intenzionale usata come strumento di pressione multipla – su Pechino, su Taipei, su alleati come il Giappone e la Corea del Sud. L’effetto è un aumento dell’incertezza sistemica in tutta la regione indo-pacifica, che favorisce nel breve periodo Washington ma aumenta il rischio di un calcolo sbagliato a lungo termine.
Cina: la guerra fredda che nessuno vuole chiamare tale
La relazione con la Cina è l’asse attorno al quale ruota l’intera politica estera del secondo mandato, anche quando non è citata esplicitamente. I dazi sul commercio cinese hanno raggiunto picchi superiori al 100% nella fase più acuta della guerra commerciale del 2025, prima di una progressiva ricalibrazione. La Cina ha reagito usando le terre rare e i semiconduttori come armi commerciali, creando scarsità critiche per produttori di automobili e industrie ad alta tecnologia in tutto il mondo.
Ma la vera sfida non è nei dazi: è nella competizione tecnologica e militare. Il controllo dei semiconduttori avanzati, la corsa all’intelligenza artificiale, la proiezione di forza nell’Indo-Pacifico, il dossier Taiwan – tutto converge nella domanda fondamentale del ventunesimo secolo: chi definirà le regole dell’ordine globale nei prossimi decenni? Su questo punto, insolitamente, hamiltoniani e jacksoniani dell’amministrazione Trump convergono. La competizione con Pechino è l’unico tema in cui il bipartisanismo americano regge ancora.
La guerra in Iran ha però prodotto un effetto paradossale: ha distolto risorse e attenzione dal fronte cinese proprio nel momento in cui Trump aveva pianificato un viaggio a Pechino che avrebbe potuto rinegoziare le condizioni dello scontro. Il Pentagono e i think tank atlantici sono unanimi nel ritenere che qualunque escalation in Medio Oriente che assorba risorse navali e aree americane indebolisca la deterrenza nell’Indo-Pacifico.
La rete globale della destra: sponsor ideologico e interferenze
Uno degli aspetti meno codificati ma più strutturali della politica estera trumpiana è il sostegno esplicito ai movimenti nazionalisti e populisti di destra in tutto il mondo, utilizzato come strumento di pressione politica parallelo alla diplomazia tradizionale. In una rottura con la prassi consolidata, la nuova amministrazione americana ha sostenuto pubblicamente e ripetutamente la destra radicale nelle elezioni europee.
Il caso più clamoroso è stato quello tedesco. Elon Musk ha esplicitamente appoggiato l’AfD su X, organizzando una diretta con la leader Alice Weidel, mentre JD Vance – alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco nel febbraio 2025 – ha criticato apertamente il “cordone sanitario” contro l’AfD e ha incontrato la Weidel a margine dell’evento. Il messaggio politico era inequivocabile: Washington non si limita a osservare le democrazie europee, le considera un teatro di operazioni in cui proiettare la propria influenza culturale e ideologica.
La rete si estende ben oltre la Germania. Orbán in Ungheria mantiene un rapporto privilegiato con l’amministrazione, rafforzato da un’esenzione dalle sanzioni sul gas russo ottenuta nel 2025. Meloni in Italia ha costruito il proprio posizionamento internazionale sull’essere l'”interprete” di Trump in Europa – unica leader del Vecchio Continente a partecipare all’inaugurazione di gennaio 2025. In Romania e Polonia, l’amministrazione ha sostenuto apertamente candidati presidenziali di destra, con risultati alterni: Simion in Romania è stato sconfitto di misura, Nawrocki in Polonia ha vinto di misura, ma in entrambi i casi l’interferenza americana è diventata tema di discussione pubblica e ha prodotto reazioni di rigetto.
Il paradosso è che questa strategia si sta rivelando controproducente: i leader di estrema destra europei che Trump ha corteggiato si trovano ora in difficoltà perché i loro elettori considerano le tariffe americane e le minacce territoriali sulla Groenlandia violazioni della sovranità nazionale. Le tariffe di Trump colpiscono le economie europee indipendentemente dal colore politico dei loro governi, e questo ha obbligato Bardella, Weidel e persino Meloni a prendere posizione critica verso Washington su temi economici – una frattura dell’alleanza ideologica che la Casa Bianca non aveva previsto.
MAGA, midterm e il fantasma di Epstein
La politica estera di Trump non può essere letta separatamente dalla sua dimensione interna. I midterm del novembre 2026 sono l’orizzonte tattico attorno al quale si organizza ogni decisione, comprese quelle di politica internazionale. La guerra in Iran, ad esempio, è stata letta da molti osservatori come una mossa calcolata per consolidare la base evangelica e nazionalista prima delle elezioni di medio termine, mostrando un’America decisa e muscolare sul palcoscenico globale.
Il MAGA non è un monolite, però. La base jacksoniana – diffidente verso le avventure militari all’estero – mostra segnali di insofferenza verso un coinvolgimento nel conflitto iraniano che ricorda, nelle sue dinamiche, le guerre che Trump aveva promesso di non combattere. Vance stesso, nel periodo pre-escalation, aveva espresso riserve pubbliche sull’opportunità di un intervento diretto.
In questo scenario si inserisce il dossier Epstein come variabile potenzialmente destabilizzante. Il materiale relativo alla rete di Jeffrey Epstein – incluso il cosiddetto “client list” – resta in gran parte sotto sigilli giudiziari nonostante ripetute promesse di trasparenza. Le pressioni per una sua pubblicazione integrale aumentano, e i nomi che potrebbero emergere attraversano trasversalmente i mondi della finanza, della politica e dello spettacolo americano. Se quel materiale dovesse diventare pubblico in forme imbarazzanti per l’ambiente prossimo alla Casa Bianca, potrebbe produrre una crisi interna capace di ridisegnare le alleanze dentro il partito repubblicano proprio nella fase più delicata prima delle elezioni.
Scenari: la tregua di due settimane come test del metodo Trump
La tregua del 7 aprile 2026 non è la fine del dossier iraniano: è, semmai, il suo stress test più rivelatore. Mostra un presidente capace di gestire l’escalation fino al bordo del precipizio e poi di tornare indietro in pochi minuti, sfruttando la pressione come leva negoziale. Mostra anche un’Iran che accetta di sedersi al tavolo non perché sconfitta militarmente, ma perché economicamente dissanguata e politicamente instabile. E mostra un ordine regionale così caotico che la pace deve essere mediata dal Pakistan, mentre Israele combatte una guerra parallela in Libano che non rientra nei termini della tregua.
Lo scenario probabile nei prossimi sessanta giorni è un accordo minimo a Islamabad: congelamento del nucleare, riapertura permanente dello Stretto, allentamento parziale delle sanzioni, rinvio dei nodi strutturali – ritiro americano dal Golfo, risarcimenti, status di Hezbollah – a negoziati successivi. Uno stallo gestito, venduto da entrambe le parti come vittoria. Trump lo presenterà come il suo “deal” prima dei midterm; Teheran lo narrerà come resistenza coronata da successo.
Lo scenario peggiore è la rottura dei colloqui di Islamabad: una delle due delegazioni – o più probabilmente Netanyahu – forza un incidente, la tregua salta, e la guerra riprende in condizioni di ancora maggiore radicalizzazione. Le richieste iraniane sono già più dure di quelle pre-guerra: se il negoziato fallisce, il prezzo del prossimo accordo salirà ulteriormente.
Lo scenario migliore – quello che nessuno a Washington o a Teheran si azzarda ancora a nominate pubblicamente – è un accordo complessivo che stabilizzi il Medio Oriente su basi nuove, ridefinisca il ruolo americano nella regione e liberi risorse strategiche per il vero confronto del ventunesimo secolo: quello con la Cina. Richiederebbe una lungimiranza che finora nessun attore in campo ha dimostrato.
I segnali da monitorare: il contenuto dell’accordo di Islamabad e chi guida davvero la delegazione americana; la posizione saudita, che sarà determinante per qualunque architettura di sicurezza regionale post-guerra; l’evoluzione del fronte libanese; e, in prospettiva, i midterm americani di novembre 2026, che resteranno la vera bussola interna di ogni scelta che Trump farà nei prossimi mesi.
Ph.“L’Immagine di Donald Trump in copertina è stata generata con intelligenza artificiale”
