La “Donroe Doctrine” ridisegna l’America Latina e l’Italia guarda da vicino
Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026, caccia e forze speciali americane colpivano Caracas. Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores venivano estratti dalla capitale venezuelana, imbarcati sulla USSIwo Jimae trasferiti al Metropolitan Detention Center di Brooklyn, dove il 5 gennaio comparivano dinanzi a un giudice federale per accuse di narco-terrorismo, traffico di droga e riciclaggio. Non era un’operazione di rendition. Era qualcosa di più: un atto di forza deliberato, comunicato in diretta da Mar-a-Lago da Donald Trump con una frase che non lasciava spazio all’ambiguità. “Gli Stati Uniti gestiranno il Venezuela”, disse il presidente, “finché non ci sarà una transizione sicura e ordinata.” Quella dichiarazione, al netto delle reazioni internazionali di condanna, era la sintesi operativa di una nuova dottrina di politica estera americana nell’emisfero occidentale.
Per comprendere cosa è accaduto, e dove condurrà, occorre partire da lontano.
Un Paese costruito sull’oro nero
Il Venezuela non è sempre stato il relitto petrostatale che conosciamo oggi. Per la prima metà del Novecento, e poi ancora tra gli anni Cinquanta e Settanta, era tra le nazioni più ricche del continente americano. Con le riserve petrolifere più grandi al mondo, il Venezuela è un caso da manuale di come la dipendenza da una singola risorsa naturale possa trasformarsi in maledizione economica, secondo la teoria della “resource curse” elaborata dagli economisti dello sviluppo. La scoperta del petrolio nel bacino del Lago di Maracaibo, tra la fine degli anni Dieci e l’inizio degli anni Venti del secolo scorso, trasformò una repubblica agropastorale in uno dei principali esportatori mondiali di idrocarburi. Con il petrolio arrivarono infrastrutture, immigrazione di massa e una classe media che non aveva equivalenti nelle latitudini vicine.
Quell’oro nero portò però con sé anche le distorsioni strutturali che gli economisti chiamano “dutch disease”: il settore agricolo e manifatturiero si atrofizzò, la spesa pubblica divenne dipendente dalle rendite della PDVSA, e la corruzione si stratificò nei gangli dell’apparato statale. Quando nel 1998 Hugo Chávez vinse le elezioni presidenziali promettendo di redistribuire la ricchezza ai settori esclusi, trovò un paese che aveva già consumato le basi produttive non petrolifere.
Il chavismo operò una nazionalizzazione di fatto dell’economia, espropriò imprese straniere e locali, e finanziò programmi sociali – le cosiddettemisiones– con i proventi di un greggio che tra il 2000 e il 2013 raggiunse prezzi record. La morte di Chávez e l’ascesa di Maduronel 2013 coincisero con il crollo dei prezzi petroliferi, che mise a nudo la fragilità del modello: il PIL si è contratto di circa tre quarti tra il 2014 e il 2021. Da quel momento, il Venezuela è diventato un caso umanitario di proporzioni continentali. Secondo i dati UNHCRaggiornati al 2025, 7,7 milioni di cittadini venezuelanihanno lasciato il Paese – un flusso migratorio che ha superato per dimensioni perfino la diaspora siriana.
L’economia petrolifera racconta il collasso in cifre difficili da ignorare. La produzione di greggio, che aveva toccato quasi 2,7 milioni di barili al giornoprima della crisi, era scesa a circa 892.000 barili al giorno nel febbraio 2025 – una risalita rispetto ai minimi storici di 350.000 bpd del 2020, ma ancora lontana dal potenziale teorico di un paese che possiede le maggiori riserve certificate del pianeta. Parallelamente, oltre l’80% della popolazione viveva in condizioni di povertà nel 2025, con circa la metà in povertà estrema. L’inflazione aveva toccato picchi del 130.000% nel 2018 prima di rientrare parzialmente, mentre la dollarizzazione informale aveva di fatto sostituito il bolívar nelle transazioni quotidiane, approfondendo le disuguaglianze tra chi aveva accesso ai dollari e chi no.
La notte del 3 gennaio: anatomy of a coup
Trump annunciò su Truth Social che gli Stati Uniti avevano “condotto con successo un’operazione militare su larga scala contro il Venezuela e il suo leader, il presidente Nicolás Maduro, che è stato catturato insieme a sua moglie ed estratto dal Paese.”L’operazione, battezzata “Absolute Resolve”, fu pianificata nei mesi precedenti all’insegna del massimo segreto. Nessun membro del Congresso fu informato in anticipo.
La reazione interna al regime fu caotica ma non esplosiva. La Corte Suprema venezuelana ordinò nella notte che Delcy Rodríguez assumesse la presidenza del paese dopo la cattura di Maduro, ritenendolo necessario per “garantire la continuità amministrativa” della nazione. Rodríguez, vicepresidente di Maduro dal 2018 e figura centrale nella gestione dell’economia petrolifera e dell’apparato d’intelligence, assunse la guida del paese in una posizione strutturalmente ambigua: condannò pubblicamente l’operazione come un “barbaro sequestro”, ma in parallelo aprì canali con il Segretario di Stato Marco Rubio, mostrando disponibilità alla cooperazione. Trump commentò: “Se non farà quello che è giusto, pagherà un prezzo molto alto, probabilmente più alto di Maduro.”
Tre mesi dopo, l’equilibrio fragile reggeva. Nessuna violenza significativa aveva sfigurato il dopoguerra. Le forze militari statunitensi che avevano partecipato all’operazione si erano in larga parte ritirate, senza lasciare dietro un’occupazione permanente. Alcune centinaia di prigionieri politici erano stati liberati. Qualche esponente dell’opposizione era riemerso dalla clandestinità. Il grande obiettivo dichiarato – rimettere in moto la produzione petrolifera a beneficio delle compagnie americane – restava però incompiuto.
La “Donroe Doctrine”: il Monroe del XXI secolo
Dietro l’operazione c’era una visione strategica codificata. La Strategia di Sicurezza Nazionale americana del dicembre 2025 aveva identificato il controllo dell’emisfero occidentale come priorità centrale, assegnando alla Casa Bianca il diritto di “rifiutare a competitori non emisferici la capacità di posizionare forze o altri strumenti di minaccia, o di possedere o controllare asset strategicamente vitali nel nostro emisfero.” Trump aveva coniato la formula“Donroe Doctrine”– portmanteau del suo nome e della dottrina Monroe del 1823 – per descrivere il rilancio muscolare della supremazia americana in America Latina.
Sebbene Maduro fosse il bersaglio principale dell’operazione, la Cina era uno dei suoi destinatari principali. L’intervento ha trasmesso a Pechino un messaggio inequivocabile: Washington fa sul serio nell’applicare il “Trump Corollary” alla dottrina Monroe e non intende cedere il controllo strategico dell’emisfero a competitori esteri.
La presenza di Cina, Russia e Iranin Venezuela negli anni di Maduro aveva assunto dimensioni preoccupanti per Washington. Pechino aveva erogato decine di miliardi di dollari inprestiti garantiti da petrolio, aveva costruito infrastrutture e installatosistemi di sorveglianza. Mosca aveva fornito armamenti, assistenza militare e supporto diplomatico al regime, operando dalle basi navali venezuelane nei Caraibi come avamposto di proiezione verso il continente americano. Teheran aveva usato il Venezuela come nodo per eludere le sanzioni internazionali. Dopo la caduta di Maduro, le imprese statali cinesi e russe che nominalmente continuavano a pompare petrolio nel paese erano state di fatto scalzate dal controllo operativo, reindirizzato verso Caracas. Il flusso di greggio gratuito verso Cubasi era interrotto.
L’amministrazione Trump pretende che i paesi latinoamericani abbandonino le relazioni d’affari e limitino i legami diplomatici con la Cina, la Russia e l’Iran. Si tratta di un’ambizione che attraversa l’intera regione: Panama, pressata a rescindere i contratti con Beijing; Colombia, minacciata di fare la stessa fine del Venezuela; Cuba, indicata da Trump come “pronta a cadere”. La dottrina Monroe era rimasta lettera morta per decenni dopo la Guerra Fredda. L’intervento a Caracas ne ha sancito la resurrezione operativa.
L’oro, il petrolio e la promessa mancata
Tre mesi dopo l’operazione Absolute Resolve, il grande paradosso restava sul tavolo: le compagnie americanenon avevano ancora investito in modo significativo in Venezuela, nonostante le nuove leggi favorevoli agli investitori stranieri introdotte da Rodríguez su pressione di Washington. Il paese era rimasto sotto sanzioni comprensive, e la copertura di licenze e deroghe non aveva convinto le corporation a scommettere capitali su un mercato con un passato di espropri e una governance ancora opaca.
I beneficiari più immediati dei cambiamenti erano state le grandi società internazionali di trading delle materie prime come Vitol e Trafigura, con sede in paradisi fiscali, che acquistavano greggio venezuelano e lo rivendevano alle raffinerie. Il principale acquirente di petrolio venezuelanonell’ultimo mese misurato era stata l’India, non gli Stati Uniti.
Il Venezuela possiede anche risorse minerarie di enorme valore strategicooltre al petrolio: oro,coltan,bauxite,ferro e terre rarenell’Arco Minero dell’Orinoco, un’area di 111.000 chilometri quadrati che racchiude una delle concentrazioni minerarie più dense del pianeta. Venezuela ha siglato un accordo per vendereoro agli Stati Uniti, e il governo di Rodríguez ha annunciato l’intenzione di presentare una riforma della legge minerariadopo aver già approvato la legge sugli investimenti nel settore petrolifero.
Per i venezuelani comuni, la trasformazione materiale è ancora limitata. L’economia funziona in larga parte in dollari, la classe media è decimata da anni di fuga, e le infrastrutture – dagli ospedali alle reti elettriche – sono in uno stato di degrado che nessuna mossa diplomatica risolverà in tempi brevi.
L’Italia nel mezzo: diaspora, petrolio e ambiguità
Pochi paesi europei hanno con il Venezuela un legame altrettanto profondo quanto l’Italia. La presenza italiana in Venezuela risale alla scoperta stessa del paese: fu Cristoforo Colombo nel suo terzo viaggio a toccare quelle coste, e al fiorentino Amerigo Vespucci si deve il nome “Venezuela”, piccola Venezia, ispirato dalle palafitte degli indigeni di Maracaibo che ricordavano la città lagunare.
Oggi sono circa 160.000 i connazionali registrati nei due consolati italiani in Venezuela, a Caracas e Maracaibo, la maggior parte dei quali in possesso anche della cittadinanza venezuelana. Si stima che siano più di un milione e mezzo i venezuelani con ascendenza italiana. Le ondate migratorie più intense si concentrarono nel secondo dopoguerra, quando un Venezuela demograficamente assetato aprì le porte all’Europa devastata dalla guerra: campani, siciliani, abruzzesi e pugliesi costruirono quartieri, imprese edilizie e aziende manifatturiere che per decenni rappresentarono la spina dorsale dell’industria non petrolifera del paese. Dall’ambasciata italiana a Caracas è documentato che dagli anni Sessanta circa un terzo delle industrie venezuelane non legate al petrolio fossero di proprietà o amministrate da italiani e loro discendenti.
L’interscambio commerciale registrava prima della crisi scambi consistenti. Il commercio tra Italia e Venezuelasi è mantenuto: nel 2024, le importazioni italiane dal Venezuela– principalmente petrolio – hanno raggiunto 283 milioni di euro, mentre le esportazioni italiane– macchinari e prodotti alimentari – si sono attestate a 178 milioni. L’Italia è il quinto mercato di destinazione dell’export venezuelano, con una quota del 4,1%. Parallelamente, i venezuelani residenti in Italia sono passati da 5.595 nel 2013 a 16.981 nel 2025, molti dei quali in possesso di doppio passaporto, giunti dopo gli anni più duri della crisi umanitaria.
Sul piano diplomatico, Roma aveva giocato una partita in controtendenza rispetto agli alleati europei: nel 2019, durante la crisi presidenziale venezuelana, il governo italiano pose un veto nelle sedi europee contro il riconoscimento di Juan Guaidó come presidente, risultando l’unico paese UE insieme a Cipro a non sostenere la posizione degli altri 26 stati membri. Una postura che rifletteva sia la storica prossimità della sinistra italiana con il chavismo, sia il pragmatismo di chi aveva troppo da perdere in termini di comunità e interessi economici. Con il governo Meloni quella postura è cambiata, orientata verso l’atlantismo, ma senza dichiarazioni spettacolari sull’intervento americano.
Scenari: il protettore, la transizione e il caos
A quasi quattro mesi dall’operazione Absolute Resolve, tre scenari restano aperti.
Il più probabile nel breve periodo è quello di una stabilizzazione controllata sotto Rodríguez: un regime formalmente autonomo ma funzionalmente dipendente dalle scelte di Washington, che apre gradualmente agli investitori occidentali, espelle i competitor cinesi e russi, e mantiene in vita le strutture di potere chaviste svuotate del loro leader. È il modello del protettorato informale, che Washington ha sperimentato in altri contesti. Il limite strutturale è che le corporation americane, a differenza di quelle europee o cinesi, non hanno ancora mostrato l’appetito per investire miliardi in un paese con precedenti di esproprio e un sistema legale precario.
Il secondo scenario, meno immediato ma possibile a medio termine, è quello di una transizione verso elezioni competitive, con María Corina Machado–Nobel per la Pace 2025 – come figura di riferimento dell’opposizione. Machado ha incontrato Trump il 15 gennaio e ha consegnato la sua medaglia Nobel al presidente americano nel tentativo di ottenere sostegno per il processo democratico. Ma Trump aveva già dichiarato che lei “non ha il rispetto necessario per guidare il paese”, rivelando una preferenza per la stabilità gestita rispetto alla democrazia competitiva, almeno nell’immediato.
Il terzo scenario – quello del caos progressivo – è il meno desiderato ma non implausibile: se la rimozione delle sovvenzioni energetiche, la disoccupazione cronicae la delusione per la mancata redistribuzione della ricchezza petrolifera dovessero alimentare tensioni sociali, il Venezuela potrebbe diventare un problema di governance su cui nessun attore esterno ha soluzioni rapide. La storia del cambio di regime imposto dall’esterno, dall’Iraq all’Afghanistan, non suggerisce ottimismo.
C’è infine una domanda che i funzionari venezuelani pongono in privato, come riferisce ilNYT: tutti i cambiamenti avvenuti dopo la caduta di Maduro sarebbero potuti avvenire anche con lui al potere. L’autocrate aveva offerto ripetutamente alle compagnie americane accesso alle risorse naturali e aveva promesso di cacciare i concorrenti cinesi, russi e iraniani. Forse il petrolio sarebbe arrivato ugualmente. Ma non ci sarebbe stata la stessa ostentazione di potenza. Ed è esattamente questo, in fondo, il nucleo della “Donroe Doctrine”: non solo prendere l’oil, ma dimostrare chi comanda nell’emisfero.
Fonti principali:New York Times(Anatoly Kurmanaev, aprile 2026); CSIS, “The Geopolitics of Maduro’s Capture”, gennaio 2026; Atlantic Council, “Experts react: The US just captured Maduro”, gennaio 2026; Chatham House, “The Trump Corollary in the US Security Strategy”, dicembre 2025; CFR, “Venezuela: The Rise and Fall of a Petrostate”, luglio 2024; PBS NewsHour, live updates Venezuela, gennaio 2026; CBS News, live updates Venezuela, gennaio 2026; Wikipedia, “2026 United States intervention in Venezuela”; FocusEconomics, Venezuela Economy; Ambasciata d’Italia a Caracas, “Italia e Venezuela”;Il Sole 24 Ore/ Adnkronos, “Venezuela, 160mila gli italiani”, gennaio 2026; Gazzetta Diplomatica, “Venezuela: crisi senza fine, italiani in ostaggio”, agosto 2025; Statista / IMF data; Transparencia Venezuela; UNHCR 2025.
